Spiagge libere, una battaglia che parte da Spotorno e arriva in tutta Italia
Quando il sindaco di Spotorno ha deciso di applicare davvero la legge e portare al 40% la quota di spiagge libere, in molti hanno parlato di “atto coraggioso”. In realtà sarebbe più corretto dire: atto normale. Perché non c’è nulla di rivoluzionario nel far rispettare una norma dello Stato. Rivoluzionario, semmai, è che in Italia questo venga percepito come un gesto eroico.
Eppure la reazione è stata immediata: proteste dei balneari, petizioni, allarmi su posti di lavoro, mutui, famiglie distrutte, indotto che crolla, turismo che fugge. La solita litania, identica da Ventimiglia a Lampedusa. Ogni volta che si tocca una concessione demaniale sembra che stia per crollare l’economia nazionale.
Il demanio come proprietà privata
Il vero problema è culturale prima ancora che economico. In Italia le spiagge non sono percepite come bene pubblico, ma come una specie di eredità privata. C’è chi parla di “terza generazione di bagnini” come se stesse raccontando una saga familiare, dimenticando però un dettaglio non secondario: non hanno ereditato un terreno, ma una concessione su un bene di tutti.
Un paradosso tutto italiano: si può costruire in cemento sul demanio, piazzare ristoranti, piscine, dehors, cabine fisse, recinzioni, ma guai a chiedere qualche metro di spiaggia libera in più. Lì scatta la rivolta.
Da Spotorno all’Italia: la stessa guerra ovunque
Quella di Spotorno non è un’eccezione, è solo l’ultimo episodio di una guerra nazionale. A Ostia, a Rimini, in Versilia, in Sardegna, in Puglia, ovunque lo schema è identico:
amministrazioni che per anni hanno chiuso un occhio;
stabilimenti trasformati in vere e proprie “fortezze balneari”;
spiagge libere ridotte a fazzoletti di sabbia;
cittadini costretti a pagare anche solo per stendere un asciugamano.

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La direttiva Bolkestein e le sentenze europee hanno semplicemente messo il dito nella piaga: le concessioni non possono essere eterne, non possono essere regalate, non possono ignorare il principio di concorrenza e soprattutto quello di bene comune.
Gassman e la voce dei “laici”
A sorprendere, negli ultimi anni, è che su questo tema siano intervenuti sempre più personaggi pubblici. Alessandro Gassman, ad esempio, ha preso più volte posizione contro la privatizzazione delle coste, parlando apertamente di “furto di paesaggio” e di “diritto negato”.
Non è stato il solo. Anche attori, scrittori, giornalisti, registi – da Paola Cortellesi a Roberto Saviano, da Pif a Stefano Accorsi – hanno sottolineato come l’Italia stia diventando uno dei pochi Paesi al mondo dove il mare è teoricamente pubblico, ma praticamente a pagamento.
Gassman lo ha detto in modo semplice e micidiale:
«Non è normale dover pagare per vedere il mare. È come se si pagasse il biglietto per respirare».
L’argomento occupazionale: il ricatto eterno
Ogni volta salta fuori la stessa carta: i posti di lavoro. Come se le spiagge libere non generassero economia, turismo, servizi, ristorazione diffusa, commercio locale. Come se l’unico modello possibile fosse quello del lido recintato con ombrelloni tutti uguali.
In realtà in molti Paesi europei il turismo balneare funziona benissimo con spiagge quasi totalmente libere e stabilimenti ridotti. Ma in Italia il balneare è diventato una lobby trasversale, capace di influenzare governi di destra e di sinistra con la stessa efficacia.
Spotorno come cartina di tornasole
La vicenda di Spotorno è interessante proprio perché rompe questo schema. Un sindaco che applica la legge viene trattato come un sovversivo. E questo dice molto più sul sistema che su di lui.
La verità è che la battaglia sulle spiagge non riguarda solo ombrelloni e lettini. Riguarda l’idea stessa di spazio pubblico. Riguarda il diritto di accesso ai beni comuni. Riguarda una domanda semplice ma esplosiva:
chi è il padrone del mare?
Se la risposta continua a essere “chi ha la concessione”, allora non stiamo parlando di turismo, ma di privatizzazione mascherata. Se invece la risposta torna a essere “i cittadini”, allora Spotorno non è un caso isolato: è un laboratorio politico nazionale.
E forse, per una volta, una piccola cittadina ligure sta facendo più educazione civica di vent’anni di governi.
T.S.