Sperequazioni

Genitore come “mestiere più difficile del mondo”.
Concetto che si sente esprimere da genitori e anche da non genitori. Con abitualità consolidata.
Quando però ad affermarlo è uno psicoterapeuta nel corso di una conferenza di psicologia dell’età evolutiva, c’è da credere non sia mera ripetizione. Perciò non è affatto da escludere che sia così.
Ma c’è altresì da segnalare ( cosa che di per sé non è invalidante ), almeno una sperequazione che si viene a creare. Nascosta, nonostante sia ( anzi perché è ) sotto gli occhi di tutti. A dimostrare che in generale cogliamo solo ciò che ci aggrada e lasciamo di lato il resto, mentre se ci scostassimo dalla folla che corre in un sorreggersi collettivo, forse ci sorgerebbe, lì sulla riva del fiume e al salvo dalla corrente, almeno qualche perplessità.
Superarla potrebbe essere impraticabile e la sua impraticabilità sarebbe comunque il segno che c’è qualcosa di bacato proprio nella struttura, nell’impostazione esistenziale, di per sé sghemba, perché non appianabile e non riconducibile ad una realtà razionale pur sinceramente desiderata.
Soprassedendo dunque su chi e su come andrebbe a gravare l’incarico di riconsiderare tutto da una nuova prospettiva, vediamo finalmente, dopo questa lunga premessa senza oggetto, di cosa si tratta.
Partendo da un esempio, che come è nella sua natura ha il compito di rendere l’idea.

E dunque pensiamo a una attività, una fra le tante, che non si rifletta solo sul soggetto, ma abbia delle potenziali implicazioni su altri. Quella del “mestiere” di autista può andare bene ( poco importa se di taxi, di camion, o della propria auto privata ).
Ebbene egli, affinché sia salvaguardata l’incolumità altrui e propria, ha dovuto rispondere correttamente a dei quesiti, e fare pratica per dimostrare che in una situazione reale sa destreggiarsi nel traffico con coerenza e perizia.
Infatti se guidasse senza conoscere il significato della segnaletica o usasse il piede sinistro per frenare e non desse la precedenza a destra, rappresenterebbe appunto un pericolo pubblico.
Nessuno infatti contesta che per guidare si debba esserne idonei.
E questo nonostante per esso non valga il titolo di “mestiere più difficile del mondo”.

Il mestiere che invece, abbiamo visto, è definito così ( ci si augura non per inserirlo davvero in una stupida e impossibile graduatoria, ma per aver modo di sottolineare come, se praticato con scienza e coscienza, sia complesso e delicato e possa comportare conseguenze devastanti e a volte letali ), si constata che lo può esercitare chiunque. A chiunque si ritiene sia normale concedere la “patente di genitore”, o, per meglio dire, che sia normale che se la conceda da solo.
Ad assassini, mafiosi, ladri incalliti e pentiti di non aver osato rubare di più, non si chiede nulla per dimostrare se abbiano il diritto di diventare genitori perché, appunto, il loro sarebbe un diritto assoluto e inalienabile. Tanto che, se sono già padri e madri, possono tranquillamente replicare.

Ma è davvero così? Davvero la società deve accettare che coloro i quali creano danni a volte in maniera estrema e irreversibile, e magari reiterano il crimine, o coloro che in modo apparentemente meno gravido di conseguenze, alla telefonata del brigadiere in una qualsiasi notte infrasettimanale non sanno rispondere su come mai il figlio quattordicenne alle 4 di mattina sia in giro per la città, procreino e sappiano dare ai figli delle regole di condotta e, in particolare, siano adatti a educarli a rispettare gli altri, quelli che loro quotidianamente e per scelta deliberata imbrogliano, diffamano, vessano, prevaricano?
Naturalmente parlando di “altri” e di “prossimo”, si intende anche, e in primis, dei figli stessi: bambini abbandonati, maltrattati, violentati, sfruttati.
Sono coloro i quali, salvo rare eccezioni, assorbiranno l’ambiente in cui crescono e se ne faranno fatali replicanti, oppure ne saranno schiacciati e, al limite, vi soccomberanno ( vedasi, casomai servisse il riscontro della cronaca temporalmente vicina, tra i tanti casi quelli di genitori come Alessia Pifferi, Shabbar Abbas, Chiara Petrolini, Emanuela Aiello… ).

Davvero allora l’idea della vita come concetto a promozione intangibile può continuare a resistere sempre e a tutto, proprio tutto, evitando finanche di tener conto di ciò che la Storia nel corso dei millenni ci ribadisce dei figli intesi e voluti come futura forza-lavoro? Dei Malpelo dal corpo deformato dai cunicoli e dalle ceste delle zolfare?
E in nome di cosa?
Forse per gli animali, ma per l’uomo davvero riprodursi resta un diritto pieno, naturale, totalmente istintuale e inalienabile come quello di respirare?
Un diritto perciò a prescindere dalla componente che tiene conto di uno spazio sociale condiviso e che abbiamo scoperto nelle centinaia di migliaia di anni di sviluppo della nostra specie, di pari passo con la conservazione del fuoco, la costruzione della ruota, la cottura dei cibi… che non ha senso se non è anche consapevole proiezione nel futuro e, per quanto possibile, prevedibilità di ciò che quest’ultimo riserva.
E infine: quello che è eventualmente impraticabile, in quanto impraticabile ( chi giudica? e chi dà la “patente” di dare la “patente”? e come scegliere il criterio per darla?… ) è anche per ciò stesso sbagliato?
O è solo un’altra questione che è meglio lasciar cadere per non dover ammettere, provocando il crollo di tante forzature edificanti della politica e della pedagogia, che essere, alla fin fine, vuol dire arrabattarsi?

Fulvio Baldoino

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