Speranze contigue: drammi esistenziali in divenire

Speranze contigue: drammi esistenziali in divenire
Nuovi fenomeni di urbanizzazione, politiche abitative intermittenti e città sospese tra diritto alla casa e capitalismo algoritmico

C’è una parola che più di altre descrive lo stato dell’abitare in Italia oggi: *contiguità*. Contiguità tra speranza e rinuncia, tra centro e periferia, tra progetto pubblico e rendita privata, tra l’uomo che cerca casa e la casa che non cerca più l’uomo. È in questa zona grigia, fatta di avanzamenti parziali e improvvise retromarce, che si colloca il programma abitativo italiano: un sistema che promette, abbozza, corregge, rinvia; che dichiara emergenze strutturali ma risponde con misure temporanee; che parla di diritto alla casa mentre organizza, nei fatti, una progressiva espulsione dei ceti medi e dei lavoratori essenziali dalle città.

Roma, Milano, Bologna non sono più semplicemente città care. Sono *dispositivi selettivi*. Filtri economici che decidono chi può restare e chi deve spostarsi, chi può abitare e chi solo transitare. La domanda che circola nei media – “Puoi permetterti di vivere a Roma, a Milano o a Bologna?” – non è più retorica: è diventata un test di cittadinanza urbana.

I numeri parlano chiaro. Salari bassi, affitti in crescita costante, una soglia di sostenibilità – il 30% del reddito destinato all’alloggio – che per una quota crescente di popolazione è ormai un ricordo teorico. Anna, insegnante ventottenne a Roma, destina oltre il 60% del proprio stipendio a una stanza. Luigi, agente di polizia, può permettersi solo le periferie estreme. Figure senza le quali la città non funziona – insegnanti, infermieri, vigili del fuoco, poliziotti – vengono progressivamente allontanate dal tessuto urbano che tengono in vita.

Qui emerge il primo paradosso urbanistico del nostro tempo: *le città diventano inabitabili proprio per chi le rende abitabili*.

Il programma abitativo italiano procede così: un passo avanti e uno indietro. Annuncia piani casa, rigenerazioni urbane, housing sociale; poi lascia che il mercato faccia il suo corso. Promette calmieri, ma non interviene strutturalmente sulla rendita fondiaria. Parla di riuso del patrimonio pubblico, ma lo aliena. Invoca la densificazione sostenibile, ma produce micro-alloggi sempre più piccoli e sempre più cari. È una politica che reagisce al vento: turistico, finanziario, elettorale.

Nel frattempo, la città cambia natura. Non è più solo un luogo di residenza, ma una *piattaforma*. Un’interfaccia economica in cui l’abitare compete con funzioni più redditizie: turismo breve, investimento immobiliare, valorizzazione finanziaria. L’alloggio non è più pensato come spazio di vita, ma come asset. E in questo slittamento semantico si consuma una frattura antropologica.

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È qui che la questione urbana si intreccia con quella tecnologica. Le città del futuro non sono solo più care: sono *più intelligenti*, ma non necessariamente più giuste. La nuova urbanizzazione si sviluppa sotto l’egida del silicio: chip, data center, intelligenza artificiale, reti di sensori, domotica avanzata. Le infrastrutture che governano la geopolitica globale – semiconduttori, filiere dell’IA, fabbriche di calcolo – iniziano a plasmare anche l’architettura dell’abitare.

I data center crescono come nuove cattedrali laiche ai margini delle città, consumando suolo, acqua, energia. Interi quartieri vengono riconfigurati per servire l’economia computazionale più che le comunità locali. Il valore immobiliare non dipende più solo dalla posizione o dalla qualità urbana, ma dalla prossimità alle reti: fibra, energia, logistica digitale.

In questo contesto, la casa diventa un nodo della rete. Connessa, monitorata, ottimizzata. La domotica promette comfort, efficienza, sicurezza. Ma introduce anche una domanda inquietante, che inizia a circolare non solo tra urbanisti e filosofi, ma tra investitori e sviluppatori: *case per uomini, umanoidi o robot?*

Le abitazioni del futuro, sempre più piccole e iperfunzionali, sembrano progettate non per l’abitare umano nel senso pieno – fatto di relazioni, tempo improduttivo, fragilità – ma per corpi standardizzati, prevedibili, tracciabili. O per macchine. O per una convivenza ibrida, in cui l’essere umano è solo uno degli utenti dello spazio domestico.

La speculazione immobiliare già anticipa questo scenario: micro-unità, co-living spinto, residenze temporanee, alloggi flessibili pensati per una popolazione mobile, precaria, interscambiabile. L’idea di casa come luogo stabile, identitario, viene progressivamente sostituita da quella di *abitazione come servizio*. Si affitta, si condivide, si ottimizza. Si perde.

Il programma abitativo italiano, anziché governare questa transizione, la subisce. O peggio, la asseconda. Mentre l’intelligenza artificiale ridisegna le gerarchie globali, mentre il silicio diventa materia prima del potere, le politiche urbane restano ancorate a strumenti novecenteschi, incapaci di contrastare un capitalismo immobiliare ormai pienamente finanziarizzato e tecnologico.

Il confronto europeo è impietoso. Vienna dimostra che un forte intervento pubblico può ancora contenere il mercato. Bruxelles, Praga e le città italiane mostrano invece cosa accade quando l’abitare viene lasciato alla sola logica del prezzo. Non è solo una crisi di accessibilità: è una crisi di *progetto urbano*.

Le città che emergono da questa traiettoria sono polarizzate: centri vetrina e periferie dormitorio, quartieri intelligenti e margini analogici, zone iperconnesse e deserti di servizi. Una geografia della disuguaglianza che si autoalimenta, spingendo sempre più lontano chi non riesce a stare al passo.

Eppure, le speranze sono contigue. Non scomparse, ma accostate al dramma. Esistono ancora spazi di intervento: politiche fiscali sulla rendita, edilizia pubblica innovativa, regolazione degli affitti brevi, uso strategico delle tecnologie a favore dell’abitare e non contro di esso. Ma richiedono una scelta chiara.

Continuare a fare un passo avanti e uno indietro significa accettare che le città diventino luoghi di passaggio, non di vita. Significa progettare case che funzionano, ma non abitano; città che crescono, ma non includono.

La vera domanda, allora, non è solo se possiamo permetterci di vivere a Roma, Milano o Bologna. È se, in futuro, *le città potranno ancora permettersi di essere umane*.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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