Sicurezza, fra  immigrati e inerzia del governo

Sicurezza, fra   immigrati e inerzia del governo
Ma per l’intellettuale di sinistra è il povero che delinque non lo straniero

Palazzo Chigi

L’efferato delitto di Milano ripropone drammaticamente il tema della sicurezza e, sotto traccia, quello del terrorismo (in altri tempi avrei automaticamente scritto “islamico” come fosse un binomio indissolubile; ora   a spezzarlo  ci hanno pensato gli ucraini e gli israeliani). Per fortuna da destra non si è ripetuto il copione del Sala capro espiatorio che è riuscito nell’impresa impossibile di renderlo simpatico ma nessuno degli ospiti abituali del piccolo schermo ha perso l’occasione per mostrare una volta di più la propria abilità nell’evitare  il cuore del problema. Nell’area meloniana si sorvola sulla trascurabile circostanza che dal 22 ottobre del 2022 – per inciso: esattamente un secolo dalla marcia su Roma, iniziata il 27 ottobre 1922 – palazzo Chigi è okkupato dalla troupe di Fratelli d’Italia, la nuova versione del Msi, a sua volta erede del Pfr e che la sicurezza interna e l’ordine pubbliche sono in capo al ministro dell’Interno che opera attraverso  prefetti e questori  col braccio operativo di carabinieri, polizia e guardia di finanza. Un partito che aveva fatto suo il motto Dio Patria e Famiglia dell’incolpevole Mazzini, sostituito dal più incisivo e realistico – ma più impegnativo –  Legalità e Sicurezza.

Sul fronte opposto  gli eredi del Pci evoluto in Pds e americanizzato in Pd dimenticano le loro radici eversive – e non mi riferisco all’album di famiglia rivelato da Rossana Rossanda ma al progetto rivoluzionario del partito della Terza Internazionale, mai rinnegato – dimenticano il sociologismo di risulta nel quale continuano a sguazzare ma hanno facile gioco nel denunciare l’immobilismo  dell’esecutivo, le menzogne della premier,  le contraddizioni della maggioranza parlamentare e i maldestri tentativi di scaricare le loro  responsabilità su sindaci e magistratura (peraltro indifendibile).

La repubblica italiana, frutto dell’osceno matrimonio fra integralismo cattolico e bolscevismo celebrato dagli avanzi del liberalismo giolittiano, poggia le sue basi sulla palude di una controrivoluzione anarcoide ispirata all’internazionalismo rosso e all’ecumenismo bianco accomunati dal rigetto della patria, del passato e della sovranità nazionale e con un occhio a  Washington e uno a Mosca; la confusione mentale che ne risulta ebbe il suo epicentro nella Trento di Curcio dove esplose la miscela cattocomunista.

La disfatta militare e la cosiddetta liberazione dettero vita a uno Stato senza anima, proiezione di una nazione che aveva perso il senso dello Stato e della legalità oltre che della propria identità e della propria storia. L’ossessione antifascista in un Paese che aveva creato il mito del Duce ed era stato fascistissimo finché non cominciarono a cadergli sulla testa le bombe angloamericane e la rimozione dell’entusiastico consenso popolare al furbesco ingresso in una guerra che sembrava già vinta dalla Germania la dicono lunga sulla solidità etica e culturale dell’impianto politico istituzionale della nostra democrazia. E col tempo tutti i nodi sono venuti al pettine: fra ambiguità costituzionali – mi riferisco al ruolo e al potere del Capo dello Stato, dosati e mutati da mani misteriose in funzione del clima politico – e transizione dalle  piazze scatenate per vanificare il  voto popolare al silenzio rassegnato nel momento in cui le avanguardie proletarie che avevano soffiato sul fuoco del risentimento sociale si affezionano ai vantaggi del benessere borghese nella sua versione parassitaria, il sistema politico italiano si è progressivamente allontanato dal modello della politèia  per dar vita ad una  oligarchia cialtrona che ci fa rimpiangere plutocrazie, aristocrazie, autocrazie e ci costringere a invidiare i regimi di tutto il resto del pianeta.

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E non è certo cosa di ora: una decina di anni sono passati da quando in un mio pamphlet denunciavo la caduta del Paese nelle mani di un ceto di minus habentes – l’avevo chiamata anoetocrazia –; non potevo immaginare che il peggio dovesse ancora arrivare: non potevo immaginare chi ci sarebbe toccato come ministro della cultura, a chi sarebbe stata affidata la difesa della produzione nazionale né  l’incubo delle due sorelle di fronte alle quali gli sprovveduti di allora sono giganti del pensiero e della politica nonché esempi di legittimazione popolare (non so cosa rispondere al diavoletto dentro di me che continua a chiedermi in quale piega della costituzione sia previsto un ruolo per la sorella del capo del governo). Come si fa a parlare di legalità e sicurezza in queste condizioni? La culla del diritto ne è diventata la tomba.

Ma se il diritto traballa e la legalità fa acqua da tutte le parti vengono meno i requisiti che garantiscono la sicurezza e si smarrisce il senso stesso dello Stato. Garantire la sicurezza significa infatti prevenire gli attacchi alla persona e alla proprietà, che sono i crimini che minano la stabilità della società civile per la quale  appunto si costituisce lo Stato, strumento della sua autotutela. La società civile non è libera da conflitti: i rapporti fra i suoi componenti sono esposti a rivalità, gelosia, tensioni continue che rischiano in ogni momento di sfociare in  violenza fisica fino all’omicidio. Il patto sociale  sanziona e punisce le conseguenze di quella conflittualità ma non la può certo eliminare. Ciò che invece può e deve eliminare è l’ingresso all’interno della società civile di fattori che ne minano la tenuta come gli agenti patogeni minano un organismo. Il furto, la rapina, l’aggressione, sono altra cosa rispetto alla conflittualità interna alla società e anche se moralmente il delitto suscita la stessa riprovazione sia che consegua al deterioramento di legami affettivi o al fallimento di  transazioni economiche sia che avvenga al di  fuori delle relazioni interpersonali,  sotto il profilo etico il secondo caso è più grave perché rinvia alla tenuta delle istituzioni, alle leggi e al concetto generale di giustizia, sovraordinato rispetto al piano dei comportamenti, mores, interni ai gruppi sociali. Insomma se nel corso di una lite di condominio ci scappa il morto non è in gioco la tenuta dello Stato ma la malvagità o la mancanza di autocontrollo dei singoli individui ma se un signore in piedi davanti a un bar viene accoltellato da uno sconosciuto è lo Stato che non garantisce l’incolumità dei cittadini.

Ed è di questo che ha senso parlare perché su questo piano esistono soluzioni concrete, sull’altro solo chiacchiere e l’auspicio che il cervello rettile rimanga sotto il controllo dei centri corticali superiori.

La proprietà e l’incolumità della persona devono essere messe al riparo da qualsiasi attacco esterno:  si chiama sicurezza ed è il compito fondamentale dello Stato. È un assioma che non sopporta né eccezioni né interpretazioni. La società, al di là della condivisione della lingua e di stili di vita, è il luogo delle differenze e della disuguaglianza ed è normale che queste siano motivo di tensioni che l’omeostasi del sistema riesce a scaricare. E nella sua maggiore o minore omogeneità tollera che la suo interno si creino sottosistemi più o meno stabili e organizzati sulla base di privilegi da difendere o diritti da conquistare ma niente giustifica la rottura del patto fondamentale: la proprietà e la persona non si toccano. Il ladro si pone fuori dalla società e dallo Stato.

Sul tema si sono affrontati Capezzone, l’ex segretario dei radicali italiani  dimentico  del pacifismo intransigente di Pannella, e Caprarica, l’opinion maker che affonda la sua autorevolezza negli intrighi di Buckingham Palace. L’anglomane impollaccato che quando lo vedo mi vien voglia di indossare jeans strappati è il simbolo del sessantotto irreggimentato nel Pci, l’altra faccia del sessantotto barricadero, viatici l’uno e l’altro   per approdare nel centro del sistema che si diceva di voler  abbattere.

Daniele Capezzone

Capezzone quando denuncia  l’invasione  che ha portato in Italia una massa si stranieri – tutti irregolari perché tutti entrati illegalmente  nel nostro Paese – pari al 10% della popolazione, della quale l’attuale governo è responsabile non meno di quelli che l’hanno preceduto, ha evidentemente  problemi non solo con la memoria a lungo termine  ma anche con quella di lavoro se mostra di non sapere  che a Palazzo Chigi ha messo le tende la destra in cui si riconosce. Inoltre ha difficoltà con l’aritmetica  perché doveva precisare che quel 10% è in realtà concentrato sul 30% della popolazione totale  e, già che c’era, poteva  aggiungere che un quarto dei nuovi nati è di origine straniera. Un dato destinato a crescere in modo esponenziale anche se coperto dai media e dalla stessa Istat: infatti lo straniero che ha ottenuto la cittadinanza italiana è considerato italiano a tutti gli effetti e le statistiche tengono conto solo degli stranieri che non hanno ottenuto o non hanno richiesto la cittadinanza. Una prospettiva spaventosa di sostituzione etnica e culturale.

Attenendosi ai dati ufficiali Capezzone si è limitato a ricordare che la popolazione carceraria è composta dal 33% di stranieri, un dato che da sé la dice lunga sulla relazione fra  sicurezza e immigrazione-invasione-accoglienza ma che va corretto perché la realtà è assai più grave. Infatti, grazie ai decreti svuota carceri varati dal 2016 al 2024 la grande maggioranza dei reati commessi da immigrati di prima o seconda generazione viene sanzionata ma non punita e, nei casi più gravi in cui il codice impone la galera, il carcere viene sostituito con gli arresti domiciliari o con un decreto di espulsione che rimane sulla carta. Ma la  political correctness  in chiave meloniana ha colpito anche la statistica e possiamo solo inferire dalla cronaca o dall’osservazione diretta che i reati contro la persona e contro la proprietà sono commessi in schiacciante maggioranza da stranieri.

Capezzone, insomma, è stato anche troppo cauto, ma a Caprarica la sua cautela non è bastata. D’altronde, lui che si vanta di vivere prevalentemente all’estero non rischia di imbattersi nelle borseggiatrici di piazza San Marco o della metropolitana romana, non si avventura nelle periferie, non ha mai visto all’opera le bande di maranza. Lui, che è uomo di princìpi oltre che di principi, non tollera le discriminazioni, il pregiudizio, la xenofobia o il razzismo e, par conséquent, non sopporta la correlazione fra il crimine e il colore della pelle e, se la sostengono i numeri, i numeri sono sbagliati. Si fosse fermato qui si poteva eccepire che l’anima bella schifa la realtà e vede il mondo con la propria lente buonista.

Jean Valjean,

Ma non l’ha fatto e ha azzardato un’interpretazione sociologica che mette a nudo il vero razzismo della sinistra imborghesita e le sue venature cattoliche.  Siamo tornati al tempo del dumasiano Jean Valjean, si ruba per fame e gli immigrati che delinquono sono prima di tutto poveri e costretti dal bisogno a violare le leggi. Un atteggiamento paternalistico sospeso fra il compassionevole e il disprezzo nei confronti del povero che, come tale, sarebbe potenzialmente un ladro. In  realtà fra povertà, assoluta o relativa che sia, e crimine non c’è alcuna correlazione. Il povero è di per sé umile, rivolto verso terra, è paradossalmente parte integrante del sistema che lo schiaccia, non è un ribelle ma una vittima.   Semmai i delitti contro il patrimonio o contro la persona rinviano a condizioni di rifiuto del sistema sociale indipendenti dal censo: psicopatia, sociopatia, individualismo insofferente verso le regole, immaturità, narcisismo e  soprattutto  senso di estraneità. Che, per definizione, caratterizza lo  straniero che si aggira in una terra aliena che lo respinge e lo porta a rinchiudersi nel ghetto dei suoi simili ma ne fa  anche un predatore nel terreno di caccia dove la preda siamo noi, sono le nostre donne. Una analisi sociologica seria potrebbe spiegare la diversità di approccio dello straniero alla terra che lo ospita:  il risentimento, l’invidia, l’emulazione, la conquista, e potrebbe metterla in relazione con la sua cultura di origine: fra il nero subsahariano e il marocchino non c’è nulla in comune; diversità che però conducono al medesimo esito: lo spaccio, il furto, la rapina, lo stupro, l’aggressione apparentemente immotivata. E, sullo sfondo, il proselitismo islamico, dal quale ci potrà salvare solo la spontanea laicizzazione del mondo arabo o arabizzato che Israele e Stati Uniti si sforzano in tutti i modi di impedire favorendo, sovvenzionando e creando il radicalismo islamista.

Insomma, fermo restando che il singolo straniero non è un pericolo e può essere una risorsa, la massa che si è riversata nel nostro Paese spinta da una rete criminale tesa fra Africa e Europa è intrinsecamente criminogena e c’è un solo modo per neutralizzarla: uno stop fermo, deciso e senza eccezioni  a nuovi arrivi  e una politica di remigrazione che inizia col respingimento reale e non virtuale dello straniero che delinque (compreso quello di seconda generazione nato in Italia al quale va tolta la cittadinanza) e prosegue colpendo le centrali che hanno creato i flussi migratori. A questo proposito una domanda che nessuno pone, né il Capezzone né il Caprarica di turno: chi è che spinge ad affrontare i rischi dell’esodo e ne paga il costo?  Fossero anche solo mille euro è assolutamente impossibile che un ganese o un maliano se lo possa permettere: ma per gli emirati arabi, per i sauditi e la stessa Israele quell’esodo è un toccasana sociale, politico ed economico che val bene il prezzo del trasbordo, tanto più se spartito con i nuovi schiavisti italiani. Dei quali ora si ha l’improntitudine di non negare più l’esistenza quando si dice che se vogliamo mangiare pomodori dobbiamo ringraziare gli immigrati.

Pierfranco Lisorini

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