SEMPRE DALLA PARTE SBAGLIATA
Senza se e senza ma: avanti tutta a sostegno dell’aggredita Ucraina e, per punizione, niente più gas né petrolio dall’aggressore e autocrate Putin. Si può dire sia stata l’unica decisione ad accomunare a tutto campo Giorgia Meloni a Bruxelles. E, guarda caso, la più foriera di disgrazie per l’Italia e l’Europa tutta. Ma, con sguardo fiero e testa alta, di chi indietro non torna, neppure se smentita dall’evidenza. Quando mai un politico… Una decisione nefasta, che ci ha portato tra le braccia di chi ha pianificato un’Europa smembrata, supina e dipendente dalle sue merci, alla faccia della libera concorrenza. Se poi i prezzi sono quintuplicati, le fabbriche chiudono e l’inflazione sale in proporzione, chissenefrega, la motivazione etica è salva: stiamo aiutando una nazione aggredita, poco importa se talmente corrotta che gran parte dei nostri aiuti finisca nelle tasche -e nei cessi aurei- dei suoi dirigenti. Il fine giustifica i mezzi.

Che poi i salari siano tali e quali a quelli di 20 anni fa, la povertà continui a crescere, e ci sia un obolo di 2 euro al mese per le pensioni da fame, l’importante è che gli stipendi e i privilegi di politici e baroni procedano a colpi di migliaia di euro, alla faccia del popolo. Tanto, è stato intontito con tutti i mezzi che il digitale ha permesso: tant’è che FdI è sempre in testa nei sondaggi, pur di fronte al deserto di decisioni per toglierlo dalla fossa eutanasica in cui è stato lasciato finire, con tutte le promesse elettorali spudoratamente ignorate.

Quando sento magnificare il genere femminile, che, salendo al potere al posto dei denigrati maschi, sconvolgerà finalmente le attuali storture, penso al trio dell’avvenire: Giorgia, Ursula e Kaja. Loro sanno sempre da che parte stare: quella sbagliata. Fiuto politico.

Per non dimenticare: 8 marzo, giornata della donna
Ma focalizziamoci sulla nostra statista, pupilla dell’eroe del MAGA. Un dubbio amletico la contorce da quando a fare da aggressore non è più l’odiato Putin, bensì proprio lui, il suo dio. Ci pensa su dieci giorni; e alla fine conferma che sì, Egli ha operato fuori del diritto internazionale, ma aveva il diritto morale di agire contro un regime autocratico e misogino.

Quindi, si schiera con Lui e Chi lo manovra, non importa se si atteggia a fanatico religioso in ritardo di qualche secolo quando, in un’iconica scena alla Casa Bianca, s’è contornato di fedeli che Gli pongono le mani sul corpo, per captare gli effluvi del suo crisma magico, al ritmo liturgico di un’invasata che, in preda ad estasi mistica, percuote una bacchetta sul tavolo in un moderno peana al neo-Redentore: Victory! Victory!

Pastori evangelici pregano insieme a Trump nella Sala Ovale per la vittoria nella guerra all’Iran, parte dell’Asse del Male. Una novella Guerra Santa, a propulsione israelita
Il Mago, dopo aver scatenato guerra all’Iran, ora afferma vittoria: abbattuto l’abbattibile, senza più bersagli da colpire, ne dichiarerà la fine a suo inappellabile giudizio. Blitzkrieg.

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Il nemico è sconfitto, amputato di Marina e Aviazione. Anzi no. Se ne può fare a meno, non più boots on the ground; missili e droni partono da casa –smart working-, evitando i costosi apparati di cielo e di mare. Sembra di assistere a unreplay della biblica disfida tra Davide e Golia, a ruoli invertiti. Dalla fionda ai lancia-razzi. In Iran anche i fantasmi sparano.
Mentre l’80% degli americani vede questa guerra proxy come fumo sugli Epstein files e sfila in massicce proteste per le vie di New York e Los Angeles, Putin ci aggiunge del suo, condannando il satanismo delle élite occidentali. Non che in Oriente, in verità, satrapi e sceicchi se la passino poi tanto male, con la sofferta scelta tra odalische nei ginecei di ottomana memoria. E lapidano chi tradisce. Tanto per fare pari.
Ma anche i ricchi piangono, e le bomboniere urbane, tutte grattacieli e isole artificiali per ricchi vacanzieri, sono rimaste vuote, come i parcheggi di Ferrari e Rolls-Rpyce, lasciate ad arrugginire da faccendieri nottetempo fuggiti. Confesso di non versare una lacrima alla visione di un missile che deturpa lo skyline di Dubai, simbolo di un mondo sfacciatamente al contrario di quello che suda per guadagnarsi da vivere.

Screenshot da video AI riproduce l’attimo in cui un missile iraniano colpisce uno dei simboli dello sfarzo a Dubai.
Se sin qui ho fatto della satira, c’è poco da ridere. Tutti quei resort del lusso sfrenato, di cui noi italiani ci riempiamo la bocca, galleggiano sulla loro improvvisa ricchezza, il petrolio. E, come fossero dei grandi caveau, necessitano di protezione. Che gli USA non gli hanno fatto mancare, disseminandovi le loro basi; le quali ora attirano, come le mosche sul miele, droni e missili iraniani, colpendo anche la fonte del loro benessere; e quello europeo.
Infatti, i disagi non si limitano al Medio Oriente, ma toccano anche noi, dapprima con lo sciagurato rifiuto “morale” di gas e petrolio russi, diventati sinonimi di “peccati”, e oggi, con l’ipocrita schieramento dietro alla “coppia canaglia”, coprendosi entrambi gli occhi sui massacri di cui sono responsabili da Gaza alla scuola con 180 bambine iraniane, per tacere di decenni di guerre e soprusi.

Ci sono voluti quattro anni per capirlo.
L’Iran sta reagendo in un modo che nessuno si aspettava, specialmente dopo la decapitazione della Guida Suprema e il grave ferimento del figlio suo successore. E meno di tutti se l’aspettava Donald Trump, che adesso non sa come uscire dal disastro che ha provocato, sottovalutando la potenza del nemico, aggredito proditoriamente nel mezzo dei colloqui di pace di Ginevra.
E il supremo invasore, Benjamin Netanhyau, è vivo o morto? A invocarne la morte siamo in tanti, visto il deserto di macerie che ha provocato, persino a casa sua. Ha usato la shoah come giustificazione per fare le stesse cose che facevano i nazisti, riscuotendo il consenso di chi avrebbe dovuto essergli avverso, come Ursula e Giorgia. Ancora una volta dalla parte sbagliata.
Post Scriptum: Trump ha concesso all’Europa 30 giorni di gas russo senza sanzioni. Putin ha detto OK. L’UE ha detto di NO, per non arricchire Putin e rinforzarlo nel conflitto con l’Ucraina. Il regime change che Trump vorrebbe per l’Iran, ci dovrebbe essere per Bruxelles e Washington
Marco Giacinto Pellifroni 15 marzo 2026