Se l’utopia è l’unico approdo possibile

Senza una rivoluzione antropologica e sociale “democrazia” è una parola vuota
Sono tempi questi in cui si torna a ragionare, e sragionare, di democrazia e ci si esercita nell’arte di attribuirne una patente a punti. Abbiamo appreso dai giornali che noi viviamo in una compiuta democrazia in compagnia dei nostri amici e fedeli alleati, che la Russia guidata dal perfido Putin è agli antipodi della democrazia e intende fare in modo che l’Ucraina libera e democratica smetta di smaniare per essere accolta dalle amorevoli braccia dell’alleanza atlantica, quella giustappunto dei Paesi orgogliosamente democratici.

Democrazia è parola greca composta da demos (popolo) e dal tema del verbo kratein (potere, avere la forza) che stava ad indicare una forma di governo da pochi auspicata e da molti esecrata: il governo del popolo, per Platone una sciagura che porta dritto alla rovina dello Stato. Ignota al latino classico e passata a piè pari in quello medievale sbarca in Francia e da lì si diffonde in tutte le lingue europee. Il sommo filosofo preferiva il governo dei migliori, belli, buoni, giusti e disinteressati. Ma sapeva bene che la kalokagathia che reggeva le poleis greche era costituita da individui corrotti, sanguinari, assolutamente ingiusti. Lo sapeva e infatti si riferiva all’ideale della kalokagathia, non a ciò che veramente era ma a quello che avrebbe dovuto essere. Il suo era il mondo del dover-essere, il mondo ideale, radice e fondamento ma anche fine e aspirazione di quello reale; in questa prospettiva però la democrazia non è una sciagura ma è l’unica forma legittima di governo se il popolo non è più ciò che è, la massa informe, la folla, la mediocrità, il misconoscimento dell’intelligenza e del genio, la paura della diversità, il conformismo, il fanatismo ma quello che dovrebbe essere, l’umanità che prende forma concreta, che si realizza nella tradizione, nella memoria condivisa, nell’arte e nella cultura, nella solidarietà e nel sentimento della comune appartenenza. Quanto ai migliori, sempre su un piano ideale, non sono un’entità distinta o addirittura opposta al popolo ma ne sono l’espressione compiuta, la piena realizzazione della sua potenzialità. Detto questo, all’aristocratico Aristocle “dalle larghe spalle”, che vantava fra i suoi ascendenti addirittura Solone, veniva naturale idealizzare l’aristocrazia e molto meno il popolino.

Democrazia non può essere ciò che il nome dice: uno Stato non ha le dimensioni di una polis greca, ammesso che in qualche polis il popolo esercitasse direttamente il suo potere. Quindi dovrà intendersi come governo in nome del popolo, incaricato dal popolo, dalla maggioranza o da una parte del popolo, o come governo per il bene del popolo, per quello che un uomo o un gruppo di uomini avveduti sanno essere il suo bene. Insomma le peggiori tirannidi, i regimi più oppressivi possono considerarsi democrazie, se si limitano ad opprimere i diversi, i dissidenti, le minoranze ma si guardano bene dal mettere a rischio il consenso delle masse. Soltanto un ipocrita può parlare di un popolo tedesco oppresso dal regime nazionalsocialista o, per rimanere nel presente, disconoscere che la maggioranza degli iraniani vuole le donne sottomesse e velate. E sono tutti governi eletti, non imposti con i carri armati. Quindi la democrazia va cercata nella tutela delle minoranze? o nella capacità di resistere alle pulsioni popolari in nome della difesa di principi e libertà che non interessano o repellono alle masse? La democrazia si definisce per o si definisce contro?

La verità è che democrazia significa troppe cose per poter significare davvero qualcosa. Costituzioni e modelli istituzionali calati nella realtà danno luogo ai regimi più diversi: ciò che fa la differenza è il grado di maturità di una società, non sono le sovrastrutture politico istituzionali. Una società di disuguali può incancrenirsi nella disuguaglianza, servirsi delle istituzioni per frenare i processi che tendono ad attenuarla o favorire quelli che determinano la sua accentuazione. Ma la strada per l’uguaglianza non ha niente a che fare con il possesso di cose ritenute beni e con la loro distribuzione, come non ha niente a che fare con la rinuncia alle gratificazioni, anche materiali, che la vita può offrire. Gratificazioni che hanno un limite, oltre il quale non sono più fruibili. Trimalcione ha un solo stomaco e il risultato certo del suo mangiare oltre il necessario è quello di rovinarlo e un letto di legno è sicuramente più confortevole di uno d’oro o intarsiato di pietre preziose.

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Se si è consapevoli di questo si può guardare con sufficienza a ricchezze che vanno oltre la concreta possibilità di goderne o di rendere più gradevole la propria esistenza. Non è pauperismo ma semplice senso della realtà. Il futuro, lungo la linea spezzata ma comunque orientata della nostra civiltà, porta al riscatto interiore – etico culturale e intellettivo – attraverso la circolazione delle idee, l’accesso al sapere, la liberazione dall’ipoteca della religione e di ogni morale eteronoma e finalmente al recupero dell’uguaglianza sostanziale di ogni essere umano, non elargita ma acquisita attraverso la presa di coscienza personale.
Tutto finisce dove era iniziato: la società primitiva è naturalmente una società di uomini liberi e uguali. Il progresso insinua al suo interno il veleno del potere e della disuguaglianza, in forme rozze e violente o subdole e sottili; le istituzioni si affermano per razionalizzare e fissare la disuguaglianza e l’assoggettamento ma la cultura, che è conoscenza e consapevolezza, finisce per smantellarle e distruggere gli orpelli del potere. Allora diventa possibile tornare ad una società di liberi e uguali, uguali non nel bisogno e per la sopravvivenza ma nell’espressione piena dello spirito, nel superamento di gelosie e rivalità, nel fare per il piacere del fare.

Utopia? Se così fosse e l’umanità dovesse proseguire nel solco segnato dall’avvento del capitale industriale e finanziario il suo destino sarebbe segnato. Il nuovo medioevo nel quale ci troviamo a vivere porterà ad una nuova servitù della gleba, ad un formicaio senza identità, di cui già subiamo i primi effetti e stiamo vivendo i passaggi decisivi, quale quello che dalla monetizzazione dell’esistenza sta evolvendo verso l’imposizione della moneta elettronica. Perché tutto passa attraverso il controllo, l’abbattimento o svuotamento del privato, l’imposizione di una nuova forma di conformismo che non origina più dalla massificazione ma da un programma che si sovrappone alla massa. E non c’è luce alla fine di questo tunnel, non c’è futuro e, di conseguenza, il presente perde di senso. Per questo la società di liberi e uguali non è, non può essere, utopia ma è un traguardo obbligato, che richiede di riprendere il filo della nostra civiltà e del suo accidentato cammino, di recuperare il testimone di Roma, del Rinascimento, dei Lumi e di fare della tecnica e del progresso delle conoscenze strumenti al servizio dell’uomo e del suo habitat.

Pierfranco Lisorini

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