Se cala il velo dell’ipocrisia
Se cala il velo dell’ipocrisia
Diritto internazionale, democrazia, libero mercato: i falsi miti dell’Occidente

Per farmi un’idea di che cosa frulli nella testa dell’italiano medio sulla questione ucraina indugio spesso e volentieri sui commenti dei lettori dei giornaloni. Ovviamente sono consapevole che non sono un campione statisticamente significativo della pubblica opinione e sono altresì consapevole di dietro i commenti ci può essere la manina della redazione o, peggio ancora, una regia esterna che con qualche decina di pseudonimi entra nelle testate online più prestigiose. Detto questo, rimane il fatto che se il lettore autentico non reagisce è lecito ritenere che si riconosca in quello che viene pubblicato. E il risultato è che per quanto faziosi, disinformati, falsari possano essere corrispondenti, cronisti e opinionisti quando trattano di politica estera e di Ucraina in particolare, i lettori sono peggio di loro: stupidi, malvagi privi di ogni traccia di senso critico. Nella loro perentoria sicumera rispecchiano più che la carta stampata, che in nome del principio “verba volant, scipta manent” è tenuta a un minimo di prudenza, la disinvoltura dei loquaci protagonisti dei talk show, come quel Romano che taccia Putin di “mentitore seriale”, dimenticando la compostezza dovuta al ruolo di docente universitario di storia (è un mistero gaudioso il percorso attraverso il quale lo ha acquisito).
Quel che ne esce è che una parte dell’opinione pubblica ha sì dismesso i panni della destra e della sinistra – ed era ora – ma ha preso quelli di una tifoseria incattivita che si scaglia sul bersaglio con una furia inversamente proporzionale alle motivazioni che la giustificano. Con l’aggravante che nella scelta del bersaglio è supinamente accodata alle indicazioni del mainstream orchestrato dall’Ue e dalla Nato.

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Un osservatore spassionato, documentato, con i piedi per terra, uno insomma che non è portato giù dalla piena prende atto del tentativo ucraino di colpire la residenza del presidente Putin proprio nel momento in cui sono ripresi gli incontri per porre fine al conflitto e non se ne stupisce; al contrario, lo considera la conferma di un modus operandi proprio di Paesi e movimenti debolmente strutturati che non potendo contare su adeguate capacità offensive o difensive puntano su azioni dimostrative, attentati, omicidi mirati. Il confine fra l’azione eroica e la vigliaccheria del terrorista non è sempre netta e spesso dipende dai punti di vista; ma anche in presenza di nobili ideali è difficile giustificare l’assassino, che sia Gaetano Bresci, Prinzip o Oswald o gli attacchi privi di significato militare e volti unicamente a generare paura e colpire vittime innocenti. Quando poi manca una rivendicazione si scade al livello del gesto criminale. L’osservatore spassionato ha anche buona memoria e non dimentica il vergognoso omicidio della figlia di Dugin, la statuetta esplosiva che per uccidere un giornalista rischiò di provocare una strage in un bar di San Pietroburgo, la dinamite sotto le macchine di generali nel perfetto stile mafioso e il terribile sospetto che denaro ucraino abbia armato la mano dei musulmani afgani responsabili dell’eccidio del Crocus City Hall di Mosca. Né dimentica la protervia con cui Kiev aveva negato la sua responsabilità nel sabotaggio degli oleodotti del Baltico per poi a distanza di mesi rivendicarne il merito. Lo stesso copione nel ponte di Kerch: tirare il sasso e nascondere la mano per poi vantarsi del colpo quando governi e opinione pubblica europei sono preparati e non si rischia un boomerang d’immagine. L’osservatore spassionato sa che l’Ucraina è avvezza a metodi terroristici e che non per niente l’irredentismo ucraino affonda la sua origine nella collaborazione con l’occupante nazista, dico nazista e non tedesco per la forte connotazione ideologica che permea tuttora la società civile e i vertici militari e istituzionali ucraini.
Insomma: se si trattasse di un Paese normale ci si aspetterebbe che nella conduzione di una guerra prevalessero considerazioni intorno all’impiego di uomini e mezzi, ispirate alla tattica e alla strategia militari. Nel caso dell’Ucraina prevale la politica, intesa in maniera perversa, la volontà di influenzare gli amici e di destabilizzare il nemico puntando tutto sulla disinformazione, uno strumento più prezioso di qualsiasi armamento. E agli amici occidentali non costa nulla spendersi in questa direzione: si sono dissanguati con le sanzioni, hanno svuotato i loro arsenali, scombussolato la loro economia; hanno gettato al vento più di duecento miliardi di euro con l’unico risultato di rintuzzare una guerra perduta in partenza; ma se continuano a denti stretti a metter mano alla borsa ben volentieri forniscono tutto il loro appoggio sul piano della comunicazione, che non costa nulla e serve a stornare l’attenzione da quel folle salasso. Il risultato è che sul conflitto ucraino, a cominciare dalla natura e la genesi dello Stato ucraino per continuare con le ragioni che hanno portato al ritorno della Crimea alla Russia e alla secessione nel Donbass, con l’andamento delle operazioni militari, con le finte deportazioni, con la conta delle perdite sul campo e delle vittime civili, un fiume di menzogne, reticenze, stravolgimento dei fatti.
Ed è proprio sulle vittime civili ucraine che il solito Andrea Romano pare possedere informazioni di prima mano quando parla di decine di migliaia di morti in seguito ad attacchi a civili abitazioni, scuole, ospedali, asili (mi vengono alla mente i bombardamenti degli alleati che ci hanno “liberato dal nazifascismo”); ma sono informazioni che cozzano con i dati forniti dalla stessa propaganda ucraina attraverso i nostri telegiornali, che con una periodicità che varia da tre o quattro giorni per settimana parlano di uno, due,al massimo 3 civili rimasti uccisi per gli inevitabili effetti collaterali di ogni guerra. E se l’aritmetica non è un’opinione si può ragionevolmente concludere che l’ordine di grandezza delle vittime civili nei quasi quattro anni di conflitto possa oscillare fra 1500 e 3000; che sono un’orribile carneficina senza che ci sia la necessità di sparare cifre iperboliche. Che i russi cerchino in ogni modo di non colpire i civili dovrebbe essere evidente anche per il più fazioso e disinformato osservatore. Piuttosto è vergognoso il silenzio sulle vittime civili del Donbass separatista che non sono un effetto collaterale ma un mostruoso obbiettivo dell’esercito ucraino dal 2014 ad oggi. Ma torna utile alla disinformazione ingigantire le vittime civili in Ucraina e minimizzare le perdite ucraine al fronte, esagerando nel contempo quelle russe e tacendo del tutto sui civili uccisi dai droni ucraini in territorio russo o nelle regioni a seconda dei punti di vista occupate o liberate. Col dettaglio che non sono vittime degli effetti collaterali ma bersagli di una strategia finalizzata a terrorizzare la popolazione. La propaganda e la disinformazione non sono per natura loro coerenti; in certe circostanze, infatti, torna utile dimostrare la vulnerabilità russa e allora via libera alla notizia della strage natalizia in un locale del Kherson la notte di Capodanno, seguita da una precisazione per non rischiare di urtare la suscettibilità europea: le vittime erano tutti ufficiali russi, circostanza palesemente falsa, priva di qualsiasi riscontro.
La stampa e le televisioni italiane hanno dato il doveroso risalto alla tragedia di Crans-Montana. Però mantenere titoli cubitali o occupare l’intero tempo di un telegiornale oltre due, tre, quattro cinque e più giorni finisce per rendere un pessimo servizio alle vittime e ai loro familiari e genera il sospetto che sia un pretesto per non parlare d’altro. In questo la stampa europea, che pure è asservita agli stessi padroni, è però molto più sobria. Mi viene alla mente l’enfasi mediatica sul crollo del ponte Morandi, dalla fase del cordoglio a quella delle responsabilità. Spettacolarizzazione, testimonianze, commozione e rabbia, oltre una certa soglia suonano come una campana rotta, tanto più che dopo il fracasso iniziale silenzio, non è successo nulla, non ci sono colpevoli, e, come dicono a Napoli scurdammoce ‘o passato. In questo caso però oltre il cinismo giornalistico denunciato dal celebre film di Wilder del 1951 c’è il dolo perché occupando la cronaca con il rogo nel Vallese di è trovato il modo di ignorare il rogo nel mar Nero: ci son morti bruciati che meritano pietà e altri che meritano indifferenza, anche se i primi sono vittime di fatalità e negligenza i secondi della furia omicida di un regime stupido e corrotto. Al quale la Russia del “dittatore comunista” (copyright Verderami), del “mentitore seriale” (Romano), del “tiranno sanguinario” (Linkiesta, fra gli altri) ha risposto con una moderazione che non ha uguali nelle storia recente e remota, che quella tifoseria da tastiera incattivita che ha messo il cervello all’ammasso taccia di debolezza e impotenza (che è poi quello che pensano senza dirlo politici e ras dell’informazione).
Ma il problema non è quella parte della pubblica opinione, per fortuna minoritaria, stupidamente e ferocemente russofoba; il problema sono i governanti europei che isolando Putin stanno dando via libera al far west nella politica e nell’economia mondiali. Putin in questo momento storico è l’unico leader politico in grado di bilanciare lo strapotere militare americano. A differenza di Macron, di Starmer, Merz o Rutte è un essere pensante e dotato di raziocinio e sa bene che una guerra globale nell’era nucleare è impensabile. Per impedirla conta sul suo formidabile arsenale balistico e nucleare che però senza un corrispondente peso diplomatico rischia di ottenere l’effetto opposto e di provocare la catastrofe. Bene: l’idiozia degli europei ha annullato questo peso esponendo indirettamente Trump alla pressione delle lobby che cercano disperatamente di frenare la deriva dell’economia americana, della finanza globale e del dollaro
Trump, e prima di lui Netanyahu, hanno avuto il merito, o la colpa, di smascherare la bufala del “diritto internazionale”, quello stesso che Putin avrebbe violato per fermare il massacro dei russofoni del Donbass; quanto all’Onu, se ce ne fosse stato bisogno, si è dimostrata per quello che è in tutta la sua oscena nudità: un’enorme mangiatoia di fronte alla quale perfino l’Unione europea acquista una parvenza di decoro. Gli israeliani hanno tranquillamente violato la sovranità della Siria, del Libano, dell’Iran col pretesto di dare la caccia ai terroristi; Trump, più diretto e spregiudicato, ha detto papale papale che il petrolio venezuelano fa comodo agli Stati Uniti e di conseguenza è diritto loro prenderselo. Se questo comporta ammazzare un centinaio di persone, irrompere dall’alto sul palazzo presidenziale di uno Stato sovrano, sfondare la camera da letto e portar via il Capo del governo con la moglie tanto meglio: l’Europa prenderà atto dell’efficienza delle forze speciali americane e la nostra Meloni plaudirà al ripristino della democrazia nel Paese sudamericano. Chissà che idea ha della democrazia. Poi la Groenlandia. Di fatto gli Usa se ne sono impadroniti da quando vi hanno piazzato una loro base militare ma a Trump questo non basta, deve poter controllare la rotta artica e all’occorrenza chiudere la porta a russi e cinesi. Se gli europei strillano che l’isola è proprietà della corona danese iltycoon può considerarlo un motivo in più per impadronirsene: che cosa legittima quel possesso che non sia una rapina colonialista? E rapina per rapina vale la legge del più forte e se in questi modo si pestano i piedi a un alleato vorrà dire che gli daremo una mancia per farlo star buono.
I media e la leadership europee sono spiazzate e disorientate. Già dopo aver fatto seguire la condanna di Putin per la presunta invasione e conseguenti atrocità da venti pacchetti di sanzioni e provato a rubare i beni russi depositati nell’Ue, con Netanyahu – colpito da identica ma assai più fondata condanna – si sono limitati a una bonaria pacca sulle spalle: ora sono nuovamente messi alla prova: come comportarsi di fronte ai colpi di mano di Trump? Maduro era un mascalzone, il suo un governo illegittimo, frutto di brogli e violenze; ma allora perché riconoscere la successione della sua vice invece di sostenere la sua oppositrice in odore di santità? Poi, che ne è degli interessi europei in Venezuela di fronte alla esplicita intenzione di farne proprietà esclusiva dell’America? E che fare in soccorso della Danimarca, membro a tutti gli effetti dell’Ue e della Nato, dopo che ci si è tanto esposti per l’Ucraina, estranea all’Unione europea e all’Alleanza atlantica? Un doppiopesismo che scredita completamente i governanti europei.
Nessun imbarazzo per l’assalto alla petroliera in pieno Atlantico battente bandiera russa: violava, come le tante petroliere fantasma prive di una dichiarata nazionalità, l’embargo sul commercio di petrolio, quindi tutto regolare. In realtà, a parte la circostanza che la fine della libera circolazione di uomini e merci mina alla radice le relazioni internazionali ed è il prodromo di una destabilizzazione planetaria, si è trattato di un episodio di una gravità inaudita, del quale il Regno unito è stato attivamente complice. La nave era scortata da un sommergibile nucleare russo e toccarla significava provocare una reazione dalle conseguenze apocalittiche. Che ci sarebbe stata automaticamente se la federazione russa non fosse guidata da un uomo capace di uno straordinario controllo. La stupidità è un pozzo senza fondo: secondo i signori dell’informazione e quella fetta di opinione pubblica che li segue e li incoraggia Putin avrebbe dimostrato una volta di più di essere una tigre di carta: ha assistito impassibile all’invasione della Siria e il rovesciamento dell’alleato Assad da parte di estremisti islamici aizzati da Usa e Israele, non ha mosso un dito di fronte alla distruzione degli impianti nucleari iraniani pianificata, di nuovo, da americani e israeliani, non ha dato alcun seguito all’alleanza con la repubblica bolivariana, ha lasciato che la Nato stringesse un cordone sanitario intorno alla federazione russa, non si è scomposto quando gli inglesi tentavano con ogni mezzo di scalzarne il potere in combutta col terrorismo ucraino. Non passa per la testa di questi mentecatti che l’alternativa è la guerra visto che i guerrafondai occidentali stanno facendo strame della diplomazia. L’orso russo ha la pelle dura, sopporta le punzecchiature ma intanto rinsalda la sua amicizia col dragone, che dal canto suo potrebbe riprendersi Taiwan senza che nessuno al punto in cui siamo arrivati abbia l’improntitudine di sollevare obiezioni.
Il cow boy americano ha bruscamente indossato le vesti del dottor Stranamore ma anche dopo il sequestro della petroliera russa e l’embargo del petrolio ha rinnovato sentimenti di amicizia nei confronti non solo Putin ma anche di Xi Jinping, a differenza dei cani rabbiosi ai vertici dell’Ue della Nato e dei governi europei che non cessano di latrare contro inesistenti minacce. Però i suoi comportamenti lo smentiscono – salvo retroscena che non conosciamo – e anche per Putin vale il monito ciceroniano: Quousque tandem abutere patientia…?
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