«Sciô Ratella e a Fôa de Roma: quando pe fa anâ e côse drîte ghe veu ‘na lîte… istituzionale»

«Sciô Ratella e a Fôa de Roma: quando pe fa anâ e côse drîte ghe veu ‘na lîte… istituzionale»

Te lo dico subito: se Giuseppe Marzari fosse vivo, probabilmente si sarebbe già presentato al Quirinale con la fisarmonica, dicendo: «Ou Mattarélla, a fôa a l’è sempre quella… e a Roma ghe n’é ‘na bela, de quelle che fan epoca.»

Meloni–Mattarella–Garofani

Perché l’intera vicenda Meloni–Mattarella–Garofani sembra proprio uscita da una puntata speciale di *A Lanterna* in diretta dal Colle, con gli ascoltatori che mandano mugugni scritti su carta intestata istituzionale.

Immagina la scena:
Mattarella tranquillo, serafico, col suo aplomb da Presidente che ha visto più crisi di governo che puntate di Don Matteo. Suona il telefono: è Meloni. «Presidente, dobbiamo parlare.»
E lui, uomo di buona volontà: «Va ben, vieni su. Ventiminuti, sciortìma tutto.»

Il faccia a faccia effettivamente va «benissimo», quasi fosse un tè delle cinque tra persone educate. Solo che poi, appena Meloni esce dal portone del Quirinale, invece di lasciar decantare la pace… tac!, arriva la nota battagliera di Palazzo Chigi.

Una specie di retroscena alla Ratella:
— «Ou, te l’avevo detto che a fôa a l’è sempre quella… pe fa anâ e côse drîte ghe veu ‘na bèlla lîte.»

E infatti la lite arriva.

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A Roma si pratica una nuova arte: la doppia comunicazione sincronizzata storta

Dal vivo: sorrisi, chiarimenti, pacche sulle spalle istituzionali.
Per iscritto: stile WrestleMania.

Palazzo Chigi comunica agli italiani:
«Guardate che non siamo mica andati a Canossa, eh!»
E al Quirinale, nel frattempo, il termometro scende come quando tirava la tramontana sul Bisagno nel ‘56.

Il Presidente pensa: «Ou ma scusa, se t’è piaciû u colloquio, perché poi esci e te metti a fa’ l’eroina del fronte istituzionale?»
Una domanda legittima, detta con quel suo stile pacato da zio che non si arrabbia mai… ma quando si arrabbia, fa più paura di Bignami in variante “strappo di giacca”

Garofani, l’uomo al centro della tempesta

E mentre i due palazzi si scambiano comunicati che sembrano scritti con la macchina da scrivere di “A Lanterna”, il povero Garofani — che pare abbia detto cose scomode in un contesto “tra amici” (che, come si sa, è la forma di comunicazione più pericolosa in assoluto nella politica italiana) — viene blindato da Mattarella con la classica frase che è una carezza ma anche un ordine:
«Stai sereno, non te la prendere.»

In Italia “stai sereno” porta sfiga, ma se lo dice Mattarella forse no.

Dietro le quinte: l’Arma Cyber, il 2029 e gli appetiti per il Colle

E qui la satira diventa quasi thriller politico.
Si mormora che tutto questo bailamme non sia solo per le parole di Garofani, ma per la gelosia istituzionale causata dalla proposta del ministro Crosetto: una *Cyber-Arma da 5.000 unità*.
Una specie di esercito digitale futurista che potrebbe spostare equilibri, poteri, deleghe, umori.

E qualcuno già sogna il 2029:
— Meloni vuole salire al Colle sull’onda elettorale.
— Crosetto punta a farsi portare su da un fronte bipartisan.
— E intanto Mattarella osserva, pensieroso, come Ratella davanti alla fôa: «A l’è sempre quella…»

Morale della fôa

Giuseppe Marzari

La crisi è chiusa. Dicono.
Come quando in famiglia si litiga, poi si dice «tutto apposto»… ma la nonna continua a girare il mestolo con un’intensità sospetta.

Perché, come avrebbe cantato sciô Ratella:

«Vou dîxe u sciû Ratèlla
ch’a fôa a l’è sempre quella:
pe fâ anâ e côse drîte
ghe vœ ’na bèlla lîte.»

E mai strofa fu più adatta alla politica romana del 2025.

Marzari l’avrebbe messa in musica.
E noi, tutto sommato, la stiamo già ascoltando.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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