Sala d’attesa nella Patria della Malapolitica?

A oltre trent’anni dal caso Trivulzio e dal crollo della Prima Repubblica,
il capoluogo lombardo è di nuovo epicentro di un terremoto giudiziario e politico.

Sala d’attesa nella Patria della Malapolitica?
Milano torna nell’occhio del ciclone: tra vecchi fantasmi di Tangentopoli e un presente fatto di inchieste urbanistiche, il sindaco Sala resiste ma resta sospeso, come in una sala d’attesa che sa di resa o di rinascita.

A trent’anni esatti dalla deflagrazione di Tangentopoli, Milano sembra di nuovo in bilico sul crinale tra riscatto e collasso morale. Allora fu il Pio Albergo Trivulzio, oggi è una nuova inchiesta urbanistica a svelare il groviglio di interessi che, ben lontani dall’essersi dissolti con Mani Pulite, riaffiorano nei gangli della macchina pubblica meneghina. Il protagonista di questa stagione sospesa è ancora una volta un sindaco: non più un socialista rampante come Craxi o un assessore onnipotente come Mario Chiesa, ma un manager raffinato, progressista e resilientissimo, Beppe Sala. Che però, come i suoi predecessori, si trova ora al centro di una tempesta giudiziaria e politica.

Milano è la Patria della Malapolitica?

È legittimo chiedersi, con amara ironia, se Milano – capitale morale, economica e della finanza – non sia diventata nel tempo la *”Patria della Malapolitica”*. Non per vocazione, ma per struttura: qui si incrociano grandi opere, speculazioni edilizie, trasformazioni urbanistiche, eventi globali. E quando gli appetiti crescono, le zone grigie si moltiplicano. In questa capitale del potere reale, il confine tra governance e clientelismo si fa spesso sottile.

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La parabola di Sala – oggi – è segnata da una sospensione drammatica: non è ancora imputato, ma è già sotto accusa mediatica. Non è stato ancora smentito, ma neanche del tutto scagionato. È, per citare la metafora più calzante, *in una sala d’attesa*. Una figura in transito, che da manager prestato alla politica potrebbe scivolare nell’archetipo del politico che resiste solo perché non ha alternativa migliore.

Sala d’attesa: attesa di cosa?

La domanda è lecita. Sala è in attesa:

  • ⁠ ⁠Di essere smascherato, se colpe vi sono, dalle indagini ancora in corso?
  • ⁠ ⁠Di dimostrare la propria estraneità ai fatti, forte della narrazione di sé come amministratore integerrimo?
  • ⁠ Di finire nel tritacarne mediatico-giudiziario, che oggi ha bisogno di un capro espiatorio su cui scaricare anni di scontento civico?
  • ⁠ ⁠Di cedere infine, con un gesto estremo, stanco della pressione e dell’umiliazione?

La risposta ancora non c’è, ma le premesse si accumulano. Lo stesso Sala – pur rivendicando le mani pulite – ha ammesso di aver pensato all’addio. Un retropensiero sempre presente nei suoi discorsi, ma che non si concretizza mai. Come se la sua fosse una resistenza passiva, più che una leadership convinta.

Precedenti giudiziari e resilienza politica

Non è la prima volta che Sala si trova al centro di un ciclone giudiziario. Già nel 2019 fu condannato per falso materiale e ideologico legato agli appalti di Expo, evento che aveva invece rappresentato il trampolino della sua ascesa politica. Allora la condanna non fu ostativa grazie alla legge Severino e venne derubricata dalla stampa come un inciampo tecnico. Oggi, però, il clima è molto diverso.

Nonostante ciò, il sindaco continua a mostrarsi saldo. Si confronta con il governo, parla con la sua maggioranza, appare alle cerimonie pubbliche, si presenta come l’uomo del dovere. Ma questa tenuta è solo resistenza o anche rimozione di una realtà che potrebbe sfuggirgli di mano?

Milano a rischio nuova Tangentopoli?

Milano ha già vissuto il trauma della “fine di un’epoca”. Tangentopoli ha smantellato un’intera classe dirigente, ha prodotto un’interruzione di sistema che ha cambiato la storia d’Italia. Ora, senza la stessa fragorosa evidenza, il sistema rischia di implodere di nuovo, più silenziosamente ma non meno dolorosamente. Le nuove inchieste sul piano urbanistico, sui meccanismi di potere, sulla trasparenza degli iter amministrativi stanno facendo emergere un sottobosco opaco, che sembra lontano dalla trasparenza sbandierata.

E mentre la città attende di capire dove portino le indagini, la classe politica si divide: tra chi difende Sala in nome della continuità istituzionale, e chi prepara già la sua successione, con la consapevolezza che ogni giorno in più può diventare un vantaggio o un inciampo.

Epilogo aperto

Beppe Sala ha dichiarato: “Oggi più che mai sono motivato a fare il mio dovere fino in fondo.” Ma il punto è: dove si trova questo “fondo”? È il completamento del mandato o è l’inevitabile resa ai fatti, quando e se emergeranno? La sua figura è già entrata in quella zona crepuscolare in cui non si è né assolti né condannati, né vittime né carnefici, ma solo sospesi.

E Milano, di nuovo, si specchia nel suo sindaco come in uno specchio incrinato. Una città che ha bisogno di futuro, ma che continua a inciampare nei propri fantasmi. Forse perché non li ha mai davvero affrontati.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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