Religione, morale e potere fra teocrazie, confessionalismo e presunte democrazie

Religione, morale e potere fra teocrazie, confessionalismo e presunte democrazie
Quando il bue dice cornuto all’asino

Si fa passare il conflitto fra l’Iran e Israele come uno scontro di civiltà: democrazia contro autocrazia, laicismo contro oscurantismo religioso, la luce dell’Occidente contro le tenebre dell’Oriente islamico. Ma la storia e la realtà dicono altro: l’Europa che pretende di esportare civiltà,  diritti e democrazia è il frutto della distruzione della Civiltà per eccellenza, quella greco-romana e se si è sollevata dalla barbarie in cui era caduta lo deve al contributo dell’Oriente islamico e bizantino.

Le origini

La  cristianizzazione dell’Impero, che risale ai  primi decenni del quarto secolo, si apre con la chiusura delle scuole  e  la fine dell’alfabetizzazione di massa;  a seguire  il rogo delle biblioteche, la distruzione dei templi o la loro trasformazione in chiese, la vandalizzazione delle pinacoteche, la mutilazione delle statue, l’assalto ai  centri di alta cultura e della ricerca scientifica. E per non fare la fine di Ipazia, la filosofa vittima della furia di una folla aizzata da monaci fuori di testa, scienziati e filosofi riparano in Persia, l’attuale Iran, per l’appunto..

Le  istituzioni secolari dovettero fare i conti con altre istituzioni eredi delle primitive comunità cristiane che nel corso dei secoli si erano consolidate in segreto o alla luce del sole, ansiose di portare a compimento la loro rivoluzione culturale. Due poteri, quello temporale e quello spirituale, costretti a convivere e a collaborare perché il crollo dell’uno avrebbe messo a repentaglio la tenuta dell’altro. Poi,con la rottura dell’unità politica fra la parte occidentale e quella orientale dell’Impero, definitiva dopo il fallimento del tentativo di riunificazione  di Giustiniano e la conseguente  progressiva germanizzazione delle province occidentali, si ruppe anche l’unità non solo organizzativa ma anche dottrinaria del cristianesimo.  Il rapporto fra i due poteri seguì due strade diverse: nella nuova Roma la Chiesa divenne uno strumento nelle mani del Basileo, nella vecchia Roma il capo della Chiesa riuscì a imporre il proprio potere su quello civile e militare approfittando della debolezza e della frammentazione di quest’ultimo.  Questo finché il re dei Franchi non si mise in testa di restaurare il potere imperiale – per quello che le mutate condizioni politiche sociali e culturali potevano consentire – e si scrollò di dosso il ruolo di braccio armato del successore di Pietro, al quale lasciava Roma e il suo “patrimonio” territoriale.

Cesaropapismo e teocrazia 

A questo punto il sacro e il mondano si realizzavano in tre modi diversi: nell’Impero che chiamiamo d’Oriente  il patriarca, relegato al rango di supremo officiante privo di autorità politica e di autonomia dottrinaria, era asservito alla sacralità del principe investito direttamente da Dio; nel Sacro romano Impero voluto da Carlo  il principe riceveva l’investitura dal papa, che però dopo questo atto gli lasciava un potere assoluto, anche se esercitato sotto la spada di Damocle di una possibile scomunica; a Roma e in tutto il territorio del patrimonio di San Pietro destinato a divenire lo  Stato della Chiesa il potere politico e religioso rimanevano nelle mani del vescovo di Roma, il vicario di Cristo, idealmente capo della Chiesa universale e principe in casa sua.

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Da una parte una teocrazia dichiarata, dall’altra fragili organismi statuali virtualmente parte di un Impero privo di un impianto istituzionale, accomunati dall’idea che la società coincida con la comunità dei credenti  organizzata secondo i dettami della Chiesa, convinti che  l’autorità abbia una legittimazione divina e che il clero sia depositario  della Verità e guardiano delle coscienze. Ne derivano valori e concetti sconosciuti alla cultura precristiana: la fede, l’innocenza, la redenzione, il peccato, la salvezza, la dannazione, l’eresia e soprattutto la presunzione di essere liberati da un presunto peccato originale che continua a macchiare i non cristiani, in primis ebrei e musulmani.

E infine il legittimo erede dell’Impero romano col suo cesaropapismo e una assai minore invasività della religione, una scrupolosa conservazione del patrimonio culturale classico, convivenza fra le forme dell’arte e della letteratura di derivazione greco-romana e nuove modalità espressive ispirate alla fede: inni sacri, agiografia, arti plastiche e figurative ieratiche. E, ciò che più conta, senza il paranoico controllo sulle coscienze esercitato in Occidente  in nome del pensiero unico o addirittura del non-pensiero. Perché se da una parte c’è Dio, che coincide col Bene, con tutto il seguito di valori, dall’altro c’è il Demonio, l’angelo ribelle cacciato dal cielo che ha fatto del mondo il suo regno, il male dentro e fuori di noi, il seduttore sempre in agguato; la terra, il secolo, il simulacro della vita da un lato, il cielo, l’eterno, la vera vita dall’altro. Su questa base gli uomini dovrebbero schifare le attrattive mondane, vivere di preghiera e attendere serenamente la liberazione dell’anima dal carcere del corpo.

La religiosità intollerante dell’Occidente

 Per secoli in Europa ha prevalso questa interpretazione letterale della fede; diffidenza verso l’alfabetizzazione, lettura riservata a spiriti collaudati, ostacoli di ogni genere al bisogno di sapere, confusione fra peccato e reato e criminalizzazione della sessualità, con la madre di Cristo, Dio fatto Uomo, eretta a divinità femminile e simbolo della verginità. Che, se generalizzata, porterebbe all’estinzione dell’umanità; quindi il correttivo: il matrimonio sacralizzato, al cui interno il sesso sublimato e liberato dal piacere è confinato alla sua funzione riproduttiva. Un imbarbarimento cupo e triste temperato dall’influsso del mondo islamico e dalla lenta ripresa delle attività commerciali, delle borghesie cittadine: ma ancora nel pieno fiorire della civiltà comunale l’autorità della Chiesa continuava a pesare come un macigno – Boccaccio terrorizzato dalla prospettiva dell’Inferno fu trattenuto a stento dal bruciare le sue opere giovanili, compreso il Decameron – ed era impensabile riprendere il filo della romanità. Ma nella romanità grecizzata di Costantinopoli  in cui il sacro si era spostato verso il potere imperiale lasciando alla Chiesa un ruolo di semplice supporto, l’eredità della cultura classica non   si era conservata come semplice reperto sottratto alla furia dei difensori della fede  ma aveva mantenuto un minimo di continuità e vitalità che aveva prodotto un patrimonio scientifico, filosofico e letterario in grado di fronteggiare il mondo arabo. E quando ciò che restava della Nuova Roma crollò sotto i colpi dei turchi–  senza che l’Occidente, imbarbarito ma militarmente forte, muovesse un dito –  quel patrimonio culturale si riversò sull’Italia cambiando il corso della storia.

La cultura, infatti, è l’unico antidoto contro la religione, che per mettere radici deve poter contare sull’ignoranza, la devozione e la rassegnazione oltre che sulla povertà materiale. Ci sono voluti secoli perché quell’antidoto facesse effetto su un corpo sociale gravemente compromesso e la guarigione non è mai stata completata:  aspetti significativi dell’intransigenza fideistica rimangono sotto mentite spoglie, come la pretesa di rappresentare il centro del mondo, di essere depositari della civiltà e titolari del diritto di stabilire qual è il Bene e qual è il Giusto. Insomma nel sistema politico occidentale rimane il tanfo del confessionalismo ammantato di laicismo e privo della solennità che promana dall’immobilismo della Tradizione.

Sinodo della chiesa ortodossa

Conservatorismo e Tradizione del cristianesimo  ortodosso, progressismo aggressività di quello cattolico

La solennità del rito  resta invece intatta nell’eredità bizantina  della terza Roma, dove è stata decisiva per garantire l’autorevolezza del potere politico. È successo con gli Zar –  i nuovi Cesari -, si mantiene nel nuovo regime  dopo la parentesi sovietica. La comune matrice cristiana e il processo di laicizzazione hanno seguito percorsi diversi: in un caso hanno prevalso forze centripete, identitarie, aggreganti, difensive; nell’altro forze centrifughe, espansionistiche, disaggreganti e aggressive, per certi versi simmetriche rispetto all’islamismo. Marx aveva liquidato questa tendenza espansiva ascrivendola al sistema economico e facendo della componente religiosa una sovrastruttura, come dire un parto di quel sistema. Un errore di prospettiva, mi permetto di dire, perché se è vero che dietro il missionario c’è il mercante è anche vero che non è il mercante – anticipazione del Capitale –  a spingere il missionario ma lo spirito di conquista alimentato dalla fede. L’aggressività del capitale  ha cavalcato l’aggressività del proselitismo che l’ha preceduta e gli ha spianato la strada. E senza scomodare l’alto medio evo o le crociate va riconosciuto che  le origini del principio che sancisce il diritto all’intervento umanitario  risalgono alla metà del sedicesimo secolo, nel contesto di accesi dibattiti sullo status degli Indios che vide come protagonisti Bartolomeo de las Casas, Sepúlveda e Francisco de Vitoria. Quest’ultimo, contro le posizioni neoaristoteliche che giustificavano la sottomissione di popoli “schiavi per natura”, ammetteva l’uguale dignità di ogni essere umano, si spingeva fino a dissentire sul diritto-dovere ad una conversione forzata – che poi è il risultato dell’applicazione pratica del proselitismo: portare ovunque la parola di Cristo – ma finiva per ritenere legittimi interventi umanitari per salvare vittime innocenti di culture oppressive e sanguinarie. Fatta salva, ovviamente, la facoltà di decidere quando una cultura, un popolo, uno Stato siano al loro interno oppressivi e sanguinari. Ieri come oggi.

Il terrorismo (considerato una causa e non, com’è, un effetto), la povertà materiale (che diventa una colpa),  la povertà tecnologica (sinonimo di inciviltà) dovrebbero giustificare agli occhi dell’opinione pubblica i massacri di Gaza e il sistematico esproprio di territorio da parte di Israele, uno  Stato artificiale creato dall’Occidente nel cuore del mondo arabo, che per continuare ad esistere  deve essere egemonico. Ora in combutta con gli Usa punta alla Repubblica islamica: Stato ebraico contro Repubblica islamica, due teocrazie incompatibili con la concezione laica della democrazia, ma tant’è.  Di fatto  l’una e l’altra sono governate da autorità legittimate dal voto popolare ma questo è un dato trascurabile perché la prima è una costola dell’Occidente “giudaico-cristiano”, la seconda è erede dell’antico Nemico. Così si ripete il dualismo Verità- Menzogna, Bene-Male, Democrazia- Tirannide. Una truffaldina ricostruzione della realtà storica, iniziata on la storiella delle radici giudaico-cristiane della “civiltà occidentale”. L’Europa cristiana ha isolato, perseguitato e sterminato gli ebrei  fino a ieri; e se esiste una civiltà occidentale va cercata nel recupero e nella continuazione della civiltà greco-romano, che il cristianesimo ha cercato di distruggere.

L’eterocronia nell’emancipazione dalla religione

In sintesi: bisogna prendere atto di un  paradosso:  l’Occidente ha fatto strame della Tradizione e si è in apparenza scristianizzato ma ha mantenuto il manicheismo, l’intolleranza, il senso di superiorità e il sostanziale bigottismo del pensiero unico; la Russia è ormai il baluardo della Tradizione – anche religiosa – ma senza  traccia di manicheismo, di intolleranza, di pensiero unico.

E quanto all’Iran, il Nemico di turno, non solo affonda le sue radici sul sostrato  culturale che accomuna i popoli che si affacciano sul mediterraneo ma la sua islamizzazione ha impedito che quelle radici  si inaridissero. Infatti si può tranquillamente affermare che la religione in Occidente  ha spento la luce della civiltà ma in Oriente l’ha accesa o riaccesa e della sua luce ha beneficiato l’Occidente cristiano prima ancora che venisse alimentata dalla cultura bizantina.

Ma, si obietta, le donne in Iran sono costrette a coprirsi i capelli (come imponeva Paolo di Tarso nelle sue comunicazioni alle comunità cristiane), in Iran l’adulterio è un reato penale (in Italia in tempi non lontani giustificava   l’uxoricidio), in Iran imperversa un’ignominia come la polizia morale (ma in Italia chi ha più di cinquanta anni dovrebbe ricordare la torcia del poliziotto che violava nottetempo l’intimità all’interno di un’auto appartata lontano da occhi indiscreti: atti osceni in luogo pubblico, si diceva, mentendo); in Iran le donne non hanno accesso all’istruzione (non è vero, ma non importa e in Italia, in tempi in cui era all’avanguardia dell’Europa, solo alla fine del diciottesimo secolo e dopo resistenze e aspre polemiche compaiono le prime sparute presenze femminili nelle università; la morale borghese fino al dopoguerra voleva le donne alla conca o ai fornelli e a badare ai figli: angeli del focolare). La sodomia e l’omosessualità  esibita sono punite severamente in Iran (e in tutti i Paesi arabi nonché in gran parte dell’Asia e dell’Africa) ma la Chiesa di Roma le considera tuttora un peccato mortale e fino alla fine del secolo scorso anche se non esibite  erano non solo oggetto di derisione ma in quasi tutti gli States  erano un  buon motivo per finire  in galera.

E fin qui si può rilevare uno scarto temporale lungo il percorso che porta alla separazione fra morale e religione e fra autorità civile e autorità spirituale. Uno scarto temporale che però richiede qualche correzione e un richiamo alla irriducibilità del piano dell’oikos  a quello della polis. Nel privato ognuno è libero di fare cose che in pubblico non sono tollerabili: la libertà non è licenza di offendere il pudore, la sensibilità, i sentimenti altrui.  C’è una linea che non dovrebbe essere superata, una linea che si sposta in funzione del commune sentire di ciascun  Paese: il pudore, la riservatezza, l’atteggiamento verso il corpo e la sessualità non sono tratti identici e universali; il rispetto per l’altro sì e dubito che su questo punto l’Occidente possa impartire lezioni.

Ma l’asso nella manica dei nuovi conquistadores è la repressione delle manifestazioni contro il governo: intollerabile e liberticida, incompatibile violazione di diritti elementari garantiti dalla carta delle Nazioni Unite. Si finge di dimenticare due circostanze.  La prima: quando si toccano aree critiche per il potere le democrazie occidentali mostrano il loro  vero volto autoritario. Una buona parte degli italiani erano contrari alla vaccinazione obbligatoria e alla reclusione in casa ma non potevano manifestare il loro dissenso;  chi ci ha provato ha fatto la fine dei portuali triestini: idranti, bastonate e gas lacrimogeni. La seconda, decisiva: chi protesta deve dire cosa vuole e contro cosa protesta, altrimenti la protesta è sovversione o, come Euromaidan, la copertura di un colpo di Stato. Nel caso dell’Iran il focus sono di volta in volta l’emancipazione femminile, ragazzini che agognano la discoteca, giovani che aspirano ai modelli occidentali, lavoratori impoveriti per l’inflazione, disoccupati vittime delle difficoltà economiche che il Paese attraversa, nostalgici della monarchia. Un miscuglio indigesto, una miscela esplosiva innescata  dall’esterno, il punto di arrivo di una guerra di logoramento scopertamente condotta da Israele col concorso americano. Se le bombe non hanno scalfitto il regime, le sanzioni e l’embargo  hanno minato l’economia ma il colpo fatale viene dalla piazza (manifestazioni “oceaniche” secondo i nostri media, che forse non sanno che la popolazione iraniana supera abbondantemente i 90 milioni e non è difficile per oppositori interni, quinte colonne e manovratori all’estero mobilitarne qualche decina o forse anche centinaia di migliaia). E come corollario la bufala decisiva: è in atto un massacro, decine di migliaia di cadaveri abbandonati per le strade. La mente torna ai milioni curdi gasati dal regime iracheno di Sadam Hussein, alle armi di distruzione di massa  e alla necessità e urgenza di un intervento umanitario: i buoni devono scendere in campo per liberare un popolo oppresso, per cacciare e punire il tiranno con le mani sporche di sangue.

La vera colpa dell’Iran

La verità cruda, amara, banale com’è banale il male è che agli europei, all’Occidente, della libertà, delle condizioni di vita, dei regimi degli altri non importa nulla, assolutamente nulla. Ma l’Iran una colpa ce l’ha davvero, anzi ne ha due: la posizione geografica e il sottosuolo. Per la prima è un ostacolo all’espansionismo di Israele e il primo obbiettivo per colpire il Brics; per il secondo gas e petrolio ne fanno un boccone troppo ghiotto che non deve finire in bocca al Dragone.

Il copione, screditato quanto si vuole, si ripete, tanto la gente non ha memoria, guarda la televisione, si indigna, è colpevolizzata perché nessuno scende in piazza per invocare carrarmati contro il Male di turno, e si attacca la sinistra che  tanto si è spesa per Gaza e non fa nulla per le vittime degli Ayatollah (col risultato che ci costringono a simpatizzare per i “propal”). Si è arrivati al punto di accreditare  come salvatore della Persia-Iran il figlio di Reza Pahlavi, cacciato a furor di popolo nel 1979 nonostante il sostegno americano,  dimenticando che se la strada verso la separazione fra Stato e religione non è stata intrapresa è proprio perché l’Islam sciita è stato interprete della volontà degli iraniani di liberarsi dalla ferocia di un regime corrotto, liberticida e asservito al neocolonialismo americano. Col loro vassallo gli Usa hanno accreditato l’Islam  come  difensore della  libertà,  della  dignità e dell’identità del popolo iraniano.

 

Come in Ucraina entra in campo la disinformazione

 Superficialità, assenza di un vaglio critico, supina acquiescenza alle fonti israelo-statunitensi. E, se non ci si vuole affidare ai residui canali di controinformazione perché non se ne conoscono la provenienza e i finanziatori, bisogna cercare di cogliere le contraddizioni in quelli ufficiali, soprattutto nei telegiornali, che poi sono quelli che influenzano l’opinione pubblica. Intanto fra i commenti e le immagini c’è una palese dissonanza. Si parla di manifestanti pacifici ma quello che si vede è una gran confusione in cui spiccano soggetti incappucciati che sparano ad altezza  d’uomo contro le forze dell’ordine. Nella stessa frase letta dal conduttore l’ordine di grandezza delle vittime passa allegramente dalle decine di migliaia alle centinaia (centinaia, non centinaia di migliaia) e si insinua quello che doveva rimanere nascosto: il conteggio è “fra dimostranti e polizia”; che ci siano assalti agli edifici pubblici, comprese moschee, linciaggi di poliziotti e scontri fra opposte fazioni è evidente ed è anche evidente che l’iniziale protesta per l’aggravamento delle condizioni di vita (di cui l’Occidente è direttamente responsabile) abbia aperto la strada a gruppi eversivi con la probabilissima presenza di terroristi  infiltrati da Israele. Ci vuol poco a buttare benzina sul fuoco in un Paese che deve fare i conti con minoranze in conflitto fra di loro e con un’indubbia insofferenza nei confronti del moralismo di regime ma il rogo delle biblioteche e il corano bruciato in piazza sono una nota stonata e  richiamano  alla mente l’odio degli ebrei verso l’Islam, non l’aspirazione ad una società libera da condizionamenti religiosi. Del resto non a caso nel mondo islamico, sunnita o sciita, l’Occidente fa tutt’uno con l’ebraismo.

L’unico modo per orientarsi è considerare le sirene dell’informazione per quello che sono, ragionare e guardare ai fatti. E i fatti, se ci si limita al presente e al passato recente ci mostrano un quadro di straordinaria coerenza, dalla primavera araba, all’inasprirsi del conflitto israelo-palestinese, dal conflitto in Ucraina alla caduta di Assad fino al criminale blitz in Venezuela. Il nuovo ordine mondiale delineato dal Brics e guidato da Russia e Cina è una minaccia mortale per l’impero americano e suggella la marginalità dell’Europa.

In tutto questo Trump, disinformato come in altri tempi era stato disinformato Bush su mandato delle lobby che si annidano all’interno delle istituzioni americane, non solo rischia la credibilità  ma vede traballare la sua poltrona presidenziale e allora fa la voce grossa e  gioca d’anticipo. Ma è un gioco pericoloso che si regge sulla capacità di Russia e Cina di riposizionarsi (come è accaduto prima con la Libia poi con la Siria e ora col Venezuela, dove Putin ha imposto contro la Machado la legittimazione della vice di Maduro): quando questa disponibilità dovesse venir meno saranno guai seri.

Pierfranco Lisorini

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