Razzismo e neocolonialismo

Razzismo e neocolonialismo
Come giustificare l’aggressione stravolgendo la storia e la semantica

Quaranta secoli sono passati da quando nelle terre che oggi corrispondono all’Iran e all’Iraq si cingevano di mura le città, si sperimentavano sistemi politici sociali complessi, si fissavano gli eventi attraverso la scrittura, si stipulavano contratti, si amministrava la giustizia, si intessevano vesti comuni o preziose, si fondevano metalli, si producevano manufatti che si vendevano nelle botteghe e nei mercati grazie alla moneta, si scrivevano poesie, poemi, si stringevano accordi diplomatici.  Civiltà raffinate, quelle iraniane e mesopotamiche, dal punto di vista culturale, manifatturiero, politico, religioso, artistico, contigue con civiltà altrettanto raffinate a est, da quella indiana fino all’estremo oriente cinese, a nord ovest, con quella egizia, a nord  con quella cretese minoica.  Civiltà e culture comunicanti fra di loro, crocevia di scambi e reciproci contributi che dettero forma a un’unica civiltà mediterranea destinata a sfociare nel sincretismo ellenistico prima di confluire nella romanità.

Insomma le radici profonde della nostra umanità, dell’arte, della scienza, dell’organizzazione politico-sociale sono nella terra in mezzo ai due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, da cui si diramano in tutte le direzioni senza però sfiorare le lande del centro e del nord Europa e della Britannia, dove negli stessi tempi in cui sulla sommità delle ziggurat i sacerdoti-scienziati studiavano i moti celesti si aggirava un’umanità disperata vestita di pelli di animali, malamente riparata dalle intemperie in cavità naturali e in perenne ricerca di cibo per sopravvivere.  Da questa consapevolezza origina il sovrano disprezzo del Duce nei confronti di genti fra le quali, riporto liberamente le parole pronunciate a Bari nel 1934, si diffondono teorie razziste e si proclama il primato “ariano”, oggi diremmo occidentale, genti che al tempo di Cesare, di Virgilio, di Augusto non conoscevano neppure l’uso della scrittura. Un disprezzo che mi pare difficile non condividere e che però mal si concilia col regio decreto del novembre di quattro anni dopo.

Mussolini a Bari nel 1934

Il concetto stesso di civiltà occidentale, con la precisazione “giudaico-cristiana”, non è solo un falso storico ma la foglia di fico che copre un assurdo e paradossale razzismo, che non è nato col nazismo né col nazismo è morto.  Affermatosi fra la Francia e l’Inghilterra nel corso del diciannovesimo secolo il mito della razza bianca mise piede in Germania ma ha attecchito meglio e messo radici più profonde nella società americana, nata col genocidio degli indigeni e cresciuta intorno al nucleo Wasp, di cui prima dei latinos hanno fatto le spese i subumani niggers e gli stessi italiani.  Un falso storico e una bestialità scientifica accompagnati alla distorsione del concetto di democrazia, della quale gli States sarebbero la culla.

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Un marasma concettuale nel quale tecnocrazia, potere economico e militare, grande finanza si ammantano dei valori importati della Francia rivoluzionaria adulterati dal bigottismo moralistico sbarcato con la Mayflower.  È il gigantesco ipocrita imbroglio della democrazia, che in realtà è una nuova versione di oligarchia e lo strumento per l’imposizione di una pretesa superiorità etica, culturale, politica; un razzismo più sofisticato di quello delle saghe germaniche.  Siamo vittime di un massiccio stravolgimento semantico che ha imposto la superiorità delle democrazie liberali (che in realtà hanno poco di democratico e nulla di liberale) sui regimi totalitari, sulle “democrature” (orribile e inutile neologismo), sulle tirannidi (id est: governi sgraditi all’Occidente) per giustificarne il diritto a combatterli e annientarli riprendendo il divino diritto-dovere all’evangelizzazione degli infedeli.

Ma l’autentica civiltà europea, quella radicata nel mediterraneo ed erede di Roma, è tale proprio perché rinuncia al suo essere occidentale e si apre all’oriente e all’umanità intera, così come tutte le manifestazioni del divino trovano posto nel Pantheon.  Il cammino dell’arte, della scienza, della filosofia non è quello autoctono che per troppo tempo si è fatto credere, quello a senso unico che esporta la luce verso le tenebre e libera popoli arretrati dalle catene dell’ignoranza.  L’arte, la scienza, la filosofia dell’Occidente sono il frutto di uno scambio continuo con altre culture, di reciproci contributi, stimoli, acquisizioni teoriche e pratiche e soprattutto dell’atteggiamento di tolleranza e di apertura che ha fatto grande la civiltà antica prima che venisse soffocata dalla cappa di piombo del cristianesimo.

Gli antichi assolutizzavano il Bene, la Giustizia, la Verità ma li proiettavano in un mondo ideale al quale l’uomo, chiuso nei limiti della sua soggettività, poteva solo cercare di ispirarsi.  Il cristianesimo no; da un lato riconosce la miseria dell’uomo, la sua finitudine, la sua irrilevanza di fronte all’infinito ma dall’altro fa dell’uomo il protagonista dell’universo, il figlio di Dio col quale stabilisce un patto di reciproco amore.  Un rapporto diretto che è sostanza della fede e gli consente di trasferire l’assoluto nel relativo. Il Bene, la Verità, la Giustizia diventano così valori terreni ma riservati ad una parte che pretende di detenerli per un qualche tipo di misteriosa investitura.  È l’ebraismo che sopravvive nella sua variante cristiana, l’idea di un popolo eletto, alleato con Dio e depositario e interprete della sua volontà.  E quando la base religiosa sulla quale si fonda questa pretesa crolla di fronte all’incalzare di una cultura laica risulta evidente che si trattava solo di una mistificazione: se quella base è crollata e quel che resta delle sue rovine è deriso, rinnegato, rimosso rimane infatti intatta la presunzione dei depositari di valori che non hanno più bisogno di Qualcuno che dia loro senso, proprio perché senso non ne hanno.

Il bene contro il male, la verità contro l’errore, il pregiudizio, l’ideologia nella quale rivive il catechismo sono i segni distintivi della chiusura mentale dell’Occidente, che ha creato steccati, esasperato e reso inconciliabili le diversità, ferito e incattivito civiltà millenarie obbligandole a loro volta a chiudersi in se stesse e a riporre la loro identità proprio in ciò di cui avrebbero dovuto e potuto liberarsi.  Il mio vicino può essere lo specchio in cui mi riconosco o l’agente di contrasto per acquisire la coscienza di me: da un lato la scoperta, il riconoscimento, il dialogo; dall’altro il rifiuto della diversità, l’imposizione, la sottomissione, l’assimilazione. L’Occidente ha scelto la seconda strada.

Il neocolonialismo razzista contemporaneo è frutto della finta decolonizzazione seguita alla seconda guerra mondiale. Alla cinica franchezza dell’eurocentrismo ottocentesco hanno fatto seguito lo sfruttamento sistematico delle risorse altrui, il sostegno a regimi di comodo, la pretesa di esportare la democrazia.  Tutto sempre preparato con la criminalizzazione della vittima designata, tanto per convincere la pubblica opinione che il Bene doveva muoversi per schiacciare il Male di turno. Un copione che si ripete oscenamente senza che i rappresentanti del popolo, i responsabili della comunicazione, gli intellettuali di professione facciano una piega. Gheddafi era un tiranno sanguinario, patron del terrorismo internazionale, responsabile, per quel che ci riguarda, della tragedia di Ustica; farlo fuori era un dovere morale un imperativo categorico; gli interessi francesi, inglesi americani non c’entrano nulla, le modalità atroci dell’assassinio un dettaglio, il tradimento di francesi e italiani real politik, il caos che ne è derivato un danno collaterale da mettere in conto.  Un assassino sanguinario anche Saddam Hussein, per di più detentore di armi di distruzione di massa con le quali avrebbe sterminato più curdi di quanti il Curdistan ne potesse contenere, nemico del suo popolo, condannato alla miseria mentre lui come lo zio Paperone faceva il bagno nell’oro; un dovere morale eliminarlo e se con lui tramontava la speranza di una laicizzazione del mondo arabo pazienza, ben venga la jihad pur di vedere penzolare il tiranno.  Lo stesso Assad, il mite medico che avrebbe fatto volentieri a meno di tornare in Siria per prendere il posto del padre, colpevole di aver resistito all’onda della primavera araba, di consentire libertà di culto e di intrattenere rapporti amichevoli con la Russia, era uno sterminatore di oppositori, un pessimo esempio per l’Islam e un pericolo mortale per Israele che in un’area stabile e pacificata non avrebbe avuto appigli per potersi espandere.  E allora andava bene assoldare un tagliagole, rinforzato con quei maestri de golpismo e del terrorismo che sono gli ucraini, per toglierlo di mezzo e buon per lui se Putin si è comportato in modo diverso da Berlusconi rimasto sordo alla richiesta di aiuto del raìs e se l’è portato in salvo con la sua famiglia.  Assad così ha salvato la pelle ma alla Siria, e alle minoranze invise ai nuovi patroni, è andata peggio della Libia, è diventata un covo dell’islamismo radicale, che al netto dell’ipocrisia delle posizioni ufficiali, fa comodo a israeliani e Usa, ai quali premeva solo far sloggiare russi e cinesi.

https://www.amnesty.it/

Lo dico a malincuore ma il 7 ottobre è stato una rovina per la Palestina e un’ottima occasione per Tel Aviv, che con la scusa di annientare Hamas, tuttora vivo e vegeto e soprattutto politicamente accreditato più di quanto fosse prima dell’attacco, procede sistematicamente allo sterminio dei palestinesi che non intendono levarsi dai piedi. Ora la parte del tiranno sanguinario toccava alla Guida Suprema dell’Iran sciita, un boccone ghiotto per l’Occidente e il suo sicario israeliano.  La vecchia Persia, quella che ha liberato le procedure di calcolo dalla zavorra di simboli analogici, ha però sviluppato una tecnologia missilistica in grado di fronteggiare il sicario protetto dallo scudo americano e per la prima volta attraverso Israele l’Occidente ha dovuto prendere atto che anche sul piano militare il mondo non sta cambiando ma è già cambiato.

Post scriptum

Un monito per i guerrafondai atlantisti di casa nostra: le guerre si vincono e si perdono sul terreno. Il terrorismo aereo, come ogni altra forma di terrorismo, può demoralizzare la popolazione, sicuramente la esaspera ma può anche compattarla contro il nemico.  La seconda guerra mondiale non è stata vinta dagli anglo americani grazie ai criminali bombardamenti a tappeto o alla superiorità dell’industria bellica  americana ma grazie alla disfatta del’esercito tedesco a Stalingrado.

Pierfranco Lisorini

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