Quel mattino orrendo sotto i portici e il silenzio dopo…Valentina

Ci sono giorni in cui vedi la luce che ti entra già in casa e guardi l’orologio e capisci che le sei non sono ancora scoccate, ma tutta questa luce è quasi un invito a muoverti subito. E altri giorni col rumore del vento, col buio pesto e con la pioggia battente, che vorresti non muoverti e stare sotto le coperte, mentre accendi il display del telefono e già le sei e mezza sono arrivate e ti devi alzare.

Poi per chi ha un cane l’orario è fondamentale, e se non piove uno scende in tuta, fa il giro di zona e dopo dieci minuti torna a casa, specie se è inverno o se comunque poi deve comunque uscire per impegni alle 8 circa.

Ieri mattina era proprio il giorno della tempesta perfetta, con rumori di ogni tipo tra ringhiere, fiori, cartoni che volavano e la pioggia forte, incessante, di quella che bagna e che, se puoi, eviti, o comunque se ne prendi poca è meglio. Un caffè al volo, ti lavi, ti vesti e poi i savonesi coi dogs dove è che vanno? O in via Paleocapa sotto i portici o in corso Tardy e Benech e via Servettaz, perché ci sono dei portici, lunghi o corti, dove i cani, grossi o piccoli, possono fare i propri bisogni senza che la pioggia li riduca a mocio Vileda, con giustamente la rabbia dei negozianti, che eviterebbero molto volentieri la “benedizione”, ma si fa quel che si può e a quell’ora comunque è ancora buio, freddo, vento e pioggia ovunque. Non c’è ancora nessuno.

Poi ci sono quelli che corrono per raggiungere l’ufficio o il posto di lavoro, e chi va a scuola, e chi già aspetta l’apertura del supermercato, essendo già stato al bar e in panetteria.

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Io ieri, uscendo da casa col cane in braccio, dopo un centinaio di metri utili per raggiungere l’auto, stavo andando in via Paleocapa, ma trovando un po’ di coda verso il centro ho girato verso la Provincia e da lì verso il quartiere di Santa Rita. Una volta parcheggiato in corso Viglienzoni, poco dopo raggiungevo corso Tardy e Benech e notavo delle transenne, spesso presenti in quanto tutta la parte asfaltata tra corso Tardy e Benech e l’arteria interna ha spesso smottamenti dovuti alle radici degli alberi che più volte hanno sfondato tutto, e poi qualche vigile che a prima vista sembrava volesse fare un controllo all’autista di un tir fermo in corrispondenza del negozio di vernici e dell’ufficio postale.

Non c’era gente e non si sentiva nessun rumore di motori, clacson suonare come sempre, solo il rumore del vento e quello regolare della pioggia che cadeva. Più in là negozi ancora chiusi, essendo circa le 8.20, e nessun cane presente al momento a parte Lilo. E a un certo punto, in questo silenzio incredibile sotto i portici, ci fermavamo un secondo e notavo sotto le ruote dell’immenso tir qualcosa che subito mi faceva pensare a un essere umano sdraiato. Concentravo lo sguardo e dicevo: ma sono delle gambe… ma possibile? Ci sono tre vigili, uno di qua, l’altro di là e l’altro più o meno all’incrocio tra corso Tardy e Benech, via De Amicis e via Servettaz, e qua c’è una persona in terra.

Poi mi avvicino e vedo sopra un telo bianco e allora la voce si spegne, subito lo stomaco mi fa male e il senso di impotenza mi assale di botto. Io che tante volte nella vita non ho esitato, mare o terra, a espormi o buttarmi se c’era in pericolo qualche persona, gatto o cane. Il mio cane, solitamente smanioso di camminare, si è messo seduto, non emetteva nessun rumore. In quel momento passa un suo simile con cui di solito partono abbai regolari, invece tutto silenzio, muso basso, come a dire: ma com’è possibile che sia vero? E com’è successo, com’è stato tutto quanto?

Un uomo si avvicina a me, il cane non si gira. Sento che mi rivolge piano la parola e mi dice: “Ha visto cos’è successo?”. Proprio dall’incrocio è stata investita e portata via questa ragazza, è stata trascinata per 50 metri e c’era una signora che gridava: “Si fermi, fermiii, c’è una ragazza sotto le ruote”. Giravo lo sguardo e chiedevo: ma lei ha visto? E lui: no, io no, me l’hanno raccontato.

Mi avvicinavo un po’ e si scorgevano delle gambe atletiche, da cui ormai si capiva che si trattava di una giovane donna, una ragazza di vent’anni che stava attraversando con provenienza dal quartiere delle Fornaci per dirigersi alla vicina stazione ferroviaria.

Poco dopo si avvicinava un ragazzo che conosco e una signora che diceva: “Ma che tragedia, ma non è possibile”. E invece tutto è stato possibile e tutto con infinita e maledetta crudeltà, già successo e concluso, inutile tutto e inutili tutti.

Ho fatto un po’ di passi avanti e indietro, guardavo la zona che mi avevano indicato i due signori, zona semafori. Il tir chiaramente veniva dalla rotatoria di via Vittime di Brescia, con probabile provenienza dall’autostrada, ma non lo so e non mi interessa. Non mi capacito di un sacco di cose, vorrei chiedere e vorrei vedere, vorrei fare e parlare, ma tutto è già successo.

Qualcuno mi parla di tentativi fatti per rianimare la ragazzina e rifletto che in questi casi la verità è scritta al suolo. Il corpo è lì, per terra, si sta bagnando, anche questa cosa mi disturba e il malessere cresce. La testa gira, la mente con mille dubbi, le gambe più molli che mai, le braccia diventano pesanti e mi sento scoppiare il cuore per il dispiacere e chissà anche per non aver fatto in tempo a fare nulla.

Si avvicina una signora che dice: “Poverina, la ragazza è rumena”. No, albanese. E mi giro e dico: scusate, che c’entra chi è? “No no, è solo per dire”, mi dicono. Poi è italiana, ma questo non cambia nulla, zero. E si chiama Valentina, ha 22 anni, e chissà quanti sogni, progetti, impegni e tutta la vita davanti.

Poi giunge un signore e dice: “La ragazza è scivolata”. “Sì, là sulle strisce”. Ma un altro dice: “No no, mi sembra abbiano detto che era sulle strisce e aveva l’auricolare con la musica e non si è accorta di nulla”. Accorgersi di chi? Di che cosa? L’unica cosa che conta è che adesso è lì, per terra, e questa è un’immagine terribile che ci ricorda come siamo tutti di passaggio, come siamo fragili, provvisori e talvolta molto inutili. Sì sì, mi sono sentito proprio così, inutile, non poter soccorrere, poter spostare il tir di peso o poter urlare la rabbia che devi controllare.

Perché ti vengono in mente tutte le cose che spesso fanno arrabbiare o creano pensieri e quando vedi l’impotenza vera, crudele, dell’inutilità umana che a tratti ci accompagna, ti viene da dire: ma perché è successo, perché non è possibile tornare indietro, basta il tempo utile per fare un segno o perché lei, Valentina, possa evitare questo colosso grosso e imponente che quando gira in strade così non è molto diverso da far girare una nave in laguna a Venezia. Ma sì, lì forse hanno fatto casino, qua invece i tir al mattino ne passano minimo cento o più e dovrebbero poter passare tra porto e autostrada, ma anche questo non si può fare.

Ti viene in mente qualche film in cui bastava solo un attimo per tornare un minuto indietro, quello solo che è necessario, quello che sarebbe stato utile forse anche solo per fare sì che il passo di Valentina o che le ruote del bisonte non venissero a contatto. Poi il buio, il dramma e tanta tristezza a pensare che l’università l’aspettava e gli amici anche, e il papà e la mamma, tuo fratello. Di sicuro pensavo che già sei in treno per Genova e invece no. Come spesso accade la vita è crudele e quando sei intento a preparare qualcosa di nuovo per te, per i tuoi cari o per il tuo futuro, di colpo, in un secondo, cambia tutto, si stravolge tutto o finisce tutto, anche se hai detto “ci sentiamo più tardi”, “ci vediamo dopo”, “ci aggiorniamo” o magari “ci sentiamo per gli auguri più avanti”.

Maledetto quel destino, maledetta sorte, maledetto tutto, anche quell’asfalto che non va bene per te, che meriti una macchina del tempo, un raggio missile che porti l’orologio indietro, una persona che aprendo un ombrello ti dice: “Vuole un passaggio, signorina, sino all’altra parte?”, che poi le strade si dividono come magari in déjà-vu, avere il tempo di bloccare una strada, un semaforo, o il camion, farlo fermare o rallentare o cambiare subito strada o tragitto.

E l’angoscia di essere solo degli esseri umani inutili contro le avversità, con gli occhi che pian piano cominciano a bagnarsi e non per la pioggia, e solo la voglia di restare soli a maledire di non essere un supereroe della Marvel che poteva intervenire e salvarti e portarti in alto spingendo la notte più in là.

Perdonaci, Valentina, in questa fretta assurda che rende tutto subito l’unico obiettivo da dare e realizzare e arrivare in tempo, quando poi invece il tempo te lo porta via, la vita stessa che non ti dà nessuna possibilità sulle cose che invece sarebbe meraviglioso poter fare e cambiare.

Stamattina la pioggia non c’era ed una signora raccontava all’altra di nuovo tutto, o più o meno la centesima o quasi versione del fatto che nessuno sa, e forse chi stava accanto a lei, a Valentina, o attraversava più o meno nello stesso momento, e telecamere e altre cose, anche poi se faranno vedere quello in originale successo, sarà sempre una gigantesca sconfitta.

Stop.

Ciao Vale.

Alberto Bonvicini 

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