Quando la geopolitica si fa lievitare e la Casa Bianca scopre la morbidezza del condimento ligure
Liguria – Negli ultimi giorni, il mondo osserva con il fiato sospeso un fenomeno di sconvolgente complessità: la campagna militare di Donald Trump contro l’Iran, che procede a suon di “tigri di carta” e oleodotti minacciati, la quale a tratti pare rinviare alla preparazione della focaccia con le cipolle, che in Liguria procede immobile da secoli, incurante delle sorti dell’Occidente.
Se è vero, come scriveva qualcuno, che ogni uomo è ciò che mangia, allora è arrivato il momento di chiedersi: cosa succederebbe se Donald Trump mangiasse una focaccia con la cipolla? E, soprattutto, cosa succederebbe se smettesse di mangiarla?
Partiamo dalla base. La focaccia con la cipolla, o fügassa co-a çiolla per i puristi della Lanterna, è un capolavoro di equilibrio ligure diffuso in gran parte della regione, da ponente a levante, con le sue varianti e i suoi segreti tramandati di panificio in panificio. La si prepara con cipolle bianche tagliate sottili, stufate pazientemente in padella con olio, un pizzico di sale e un cucchiaino di zucchero per esaltarne la dolcezza, per poi adagiarle su un impasto morbido e oliato che lievita per ore. Il risultato è una superficie umida e golosa che cela una mollica soffice, croccante ai bordi, capace di accompagnare un bicchiere di Vermentino o di consolare un pomeriggio di pioggia. È il trionfo della pazienza, della lentezza, della capacità di aspettare che la cipolla si spenga e si amalgami senza mai prevalere. La cipolla, in questa focaccia, non urla: persuade. Non aggredisce: avvolge. Si caramella e diventa docile, quasi una crema.
Ora, spostiamoci di qualche migliaio di chilometri, nel teatro mediorientale. Donald Trump, fresco di rielezione o di chissà quale mandato divino, sta conducendo quella che lui stesso ha definito una campagna militare di successo contro l’Iran. Le cronache ci raccontano di una guerra iniziata il 28 febbraio, con raid israeliani e statunitensi che avrebbero colpito migliaia di obiettivi, distrutto cento imbarcazioni e, a quanto pare, persino centrato la guida suprema iraniana. Il tycoon, parlando dalla Casa Bianca con la sicurezza del fornaio che sforna la teglia delle sette del mattino, ha liquidato Teheran come una “tigre di carta”. Ha minacciato di distruggere con “una sola semplice parola” gli oleodotti dell’isola di Kharg e ha chiesto agli alleati europei di unirsi a una coalizione navale per riaprire lo Stretto di Hormuz, ricevendo però risposte tiepide: “Non è la nostra guerra”, ha sbuffato l’Europa, mentre Starmer e gli alleati nicchiavano.
Ed è qui che lo storico e il gastronomico si stringono la mano in una sporca alleanza. Se osserviamo la retorica di Trump, la sua strategia comunicativa e la sua azione geopolitica, non possiamo non scorgere i sintomi di una voglia matta di focaccia con la cipolla male interpretata. Lui, Donald, ha lo spirito della cipolla cruda. Ha la stessa tendenza a stratificare (dichiarazioni su dichiarazioni, rivelazioni su rivelazioni), a pungere gli occhi di chi gli sta intorno (alleati, nemici, giornalisti), e a lasciare un aroma persistente e invadente nell’ambiente. Ma la cipolla cruda, si sa, è difficile da digerire. Indigesta. La sua “tigre di carta” è una metafora che avrebbe bisogno di una lunga stufatura a fuoco lento. La sua richiesta di una coalizione è come una cipolla tagliata al momento: invece di amalgamarsi con l’impasto della comunità internazionale, ne resta sopra, a strati, senza penetrare, provocando lacrime più che consensi. La sua minaccia di distruggere l’isola di Kharg con “una parola” è l’equivalente culinario di gettare una cipolla intera, non sbucciata, su una teglia unta: un gesto plateale, rumoroso, ma culinariamente inutile e geopolitamente poco cotto.
Trump, insomma, sta affrontando la complessità del Levante come se fosse una cena da fast food: vuole tutto e subito, vuole il croccante senza la lievitazione, vuole la minaccia senza la stufatura. Ma la storia, come la pasta della fügassa, ha i suoi tempi. Se non la lasci riposare, si ritira. Se non fai le pieghe, non prende aria.
Qual è, dunque, la soluzione a questi problemi emersi e reconditi? La soluzione, cari lettori, è tanto ovvia quanto radicale. Ed è tutta ligure. Donald Trump dovrebbe, per il bene dell’umanità e della stabilità dello Stretto di Hormuz, sospendere immediatamente l’assunzione di focaccia con la cipolla e dedicarsi esclusivamente, e per un periodo di tempo consistente, al consumo di focaccia liscia.
Sì, la fügassa classica. Quella “in purezza”, come la chiamano i genovesi doc: farina, olio evo, sale, lievito e quella manciata di rugiada sotto forma di acqua e olio che crea la consistenza perfetta. Quella che si mangia “pucciata” nel cappuccino la mattina, quella che si strofina sulla lingua per assaporare la parte salata e unta che non aderisce alla teglia. La focaccia liscia è la filosofia ligure applicata alla panificazione: l’essenza. Non nasconde nulla, non stratifica, non inganna. Le sue caratteristiche fossette raccolgono l’olio e il sale in modo ordinato, trasparente, quasi democratico. È la rinuncia al condimento vistoso per tornare alla qualità della base. È la scoperta che la potenza di fuoco (o di forno) non sta negli ingredienti che metti sopra, ma nella capacità di far lievitare quelli che hai dentro.
Se Trump mangiasse solo focaccia liscia per un mese, forse imparerebbe che la vera forza non sta nel minacciare di distruggere un oleodotto, ma nel costruire un impasto elastico e resistente con i propri alleati. Imparerebbe che la morbidezza non è debolezza, ma il risultato di una lunga lievitazione. Imparerebbe che a volte, per non far piangere il mondo, le cipolle vanno lasciate fuori dalla teglia.
La focaccia con la cipolla è una grande conquista della civiltà, non fraintendiamoci. Ma è un passo successivo. È un premio. Prima, bisogna saper fare la liscia. Prima, bisogna saper governare senza sopraffare. Prima, bisogna che la pasta lieviti.
E allora, presidente Trump, ascolti il consiglio che viene da un forno di Genova: lasci perdere le cipolle per un po’. Si concentri sulla focaccia liscia. Torni alle basi. E solo quando avrà imparato a rispettare i tempi di lievitazione della politica internazionale, solo quando la sua amministrazione avrà la stessa morbidezza uniforme di una focaccia appena sfornata, solo allora potrà eventualmente tornare a parlare di cipolle. Magari caramellate, però. Sempre caramellate. E a fuoco dolce.

