Quando c’era Lui [Il Flessibile]
La storia recente rischia di essere dimenticata rapidamente, magari per essere ricordata e celebrata fra trenta quaranta cinquant’anni sui libri di scuola con giuste sfumature oppure con nuance dettate da vincitori e vinti.
Premesso ciò, ritorno a un anno fa.
Domenica 20 aprile papa Francesco celebra la Santa Pasqua, con il fisico minato dall’età e dalla malattia.
Alle 11,30 – a seguito di insistenze e non so bene cos’altro – incontra J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti d’America.
È un incontro di pochissimi minuti, formale e di facciata; nelle foto ufficiali Vance sorride, Francesco no.

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Vance ha il sorriso di plastica, quello a cui l’America ci ha abituato, un sorriso accompagnato da occhi vacui e pericolosamente freddi.
Francesco ha lo sguardo pieno di pensieri, uno sguardo lontano ben oltre l’orizzonte temporale terreno.
All’alba del giorno di Pasquetta, poche ore dopo quell’incontro, Francesco muore.
In questo primo anniversario della sua scomparsa risuonano quanto mai premonitrici certe frasi pronunciate durante gli Angelus, in mezzo alla gente semplice, nel corso delle interviste durante le trasferte aeree, sui suoi libri.
Simone Cristicchi, nel concerto teatrale dedicato a San Francesco, recita così:
“Ci sono voluti ben ottocento anni prima che un papa assumesse il nome di Francesco”
Ed è bastato un anno per farmi pensare che quando c’era lui, tutti noi, non solo i credenti, avevamo un punto di riferimento chiaro, un nord intellettuale e morale.
Chissà che con il suo estremo gesto non avesse voluto indicarci la strada da non seguire.
Buona resurrezione, Francesco.
