Pseudo concetti e specchietti per le allodole
Pseudo concetti e specchietti per le allodole
Come il linguaggio dei partiti deforma la realtà sociale
La connotazione politica delle espressioni destra e sinistra risale alla disposizione dei banchi nella Salle du jeu de Paume a Versailles sui quali sedevano i delegati nell’estate del 1789. A destra i filo monarchici, a sinistra i repubblicani. Aristocratici gli uni e gli altri mentre non dico la populace ma la stessa ricca borghesia – il terzo stato – era stata estromessa dall’Assemblea costituente. Da allora in tutta Europa i due termini hanno rispettivamente indicato partiti e movimenti inclini alla conservazione o al cambiamento, come nel parlamento piemontese, in cui Cavour e Rattazzi , entrambi benestanti, entrambi – si fa per dire – di alto lignaggio erano espressione uno della destra l’altro della sinistra. Accomunati dalla status sociale, loro come gli elettori che rappresentavano, divisi solo su quale potesse essere il maggiore vantaggio per l’alta borghesia e l’aristocrazia imborghesita. E non a caso il pronipote omonimo del leader della “sinistra storica” è stato un capitano d’industria e marito di Susanna Agnelli. Insomma destra e sinistra indicavano orientamenti politico-ideologici interni alle classi dominanti senza alcun nesso con le “masse” che non fosse mera retorica. Quando poi irrompe sulla scena la piccola borghesia la politica assume una più marcata veste dottrinaria ispirandosi a valori ideali che però non toccano interessi e rivendicazioni di operai e contadini e servono solo a nascondere la nascita di un nuovo ceto di politici di professione .

Felice Cavalotti fondatore dell’estrema sinistra storica
E questo vale non solo per la nuova sinistra socialisteggiante ma anche per l’ “estrema”, radicale e repubblicana, rappresentata da Felice Cavallotti, un borghese dall’orizzonte culturale e dallo stile di vita lontani anni luce dal proletariato. Tutto nel vuoto politico e programmatico che la diffusione del socialismo “utopistico” e dello stesso marxismo è ben lungi dal riempire, tant’è che lascia spazio a quella ideologia nichilista dell’emarginazione che è stato l’anarchismo di cui rimase vittima il secondo re d’Italia. Da allora quel poco di significato che avevano destra e sinistra si perde nel confronto con i temi cruciali che l’Italia post risorgimentale si trovò ad affrontare: lo sfruttamento nelle fabbriche e nelle campagne, il potere invasivo della Chiesa, il nazionalismo irredentista , il peso della morale clericale e borghese; temi e problemi reali di fronte ai quali progressisti e conservatori si dividono e si confondono al loro interno e le categorie destra e sinistra mostrano tutta la loro inutilità. Pascoli era un uomo cultura, un intellettuale si direbbe oggi, politicamente impegnato: era di destra o di sinistra? Una domanda insensata anche se viene riformulata in termini più concreti: era un progressista o un reazionario l’autore della “Grande proletaria si è mossa”?, insensata perché in realtà era contemporaneamente l’uno e l’altro. E D’Annunzio? I compagni l’hanno attaccato, ridicolizzato, rimosso, bollato come il “nano erotomane”, lui che giganteggia nel panorama culturale europeo del Novecento. Ma era di destra o di sinistra? Sicuramente le sue idee, nitidamente rappresentate nella Carta del Carnaro, spiazzavano l’insulsa retorica dei socialisti di tutti i colori e del neonato Partito comunista su tutti gli ambiti della società civile, dai diritti dei lavoratori all’emancipazione femminile fino alla libertà dei costumi. E Mussolini? Il fondatore del fascismo era un autentico figlio del popolo, il leader socialista più seguito e più carismatico, prestigioso direttore dell’Avanti e, da uomo di governo, capace di mettere in pratica quelle che erano rimaste per decenni rivendicazioni confuse e velleitarie come l’orario e la sicurezza sul lavoro, i salari, le pensioni, la maternità, l’accesso alla formazione; era un reazionario o un innovatore, di destra o di sinistra?

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La questione più generale è se nella accezione novecentesca è possibile distinguere ciò che viene chiamato destra da ciò che viene chiamato sinistra. Il caso di Hitler e della Germania nazista ci dice chiaramente di no per due diversi ordini di motivi. In primo luogo il futuro Führer comincia ad affermarsi quando assume il controllo di un movimento alternativo alla socialdemocrazia e al comunismo ma nato all’interno della base sociale popolare e operaia che socialisti e comunisti pretendevano di rappresentare benché avessero, come in Italia, un radicamento borghese. Il suo partito, Deutsche Arbeiterpartei prima che astrattamente patriottico era concretamente sociale e faceva proprio l’odio popolare nei confronti degli ebrei, perfettamente inseriti all’interno della buona società tedesca, e dei grandi gruppi finanziari. Il suo antisemitismo faceva tutt’uno con l’anticapitalismo, in concorrenza, non in contrapposizione, con i partiti di matrice marxista. In secondo luogo con la presa del potere seguita alle elezioni del 1932 del partito diventato Nationalsozialistiche Deutsche Arbeiterpartei, l’allargamneto della sua base di consenso, il rafforzamento della struttura statale, la pressione internazionale, i miti identitari e l’opinione diffusa che la Grande Guerra fosse un’incompiuta da portare a termine determinò una sorta di militarizzazione della società tedesca e il lento spostamento dalle istanze sociali al piano dei valori: idealismo contro materialismo, spirito contro mercificazione e denaro. Il risultato: la Gestapo, le SS, la razza ariana, una retorica oscena e disgustosa e un nazionalismo stupido e aggressivo costato ai russi 28 milioni di morti, senza contare le vittime dei campi di sterminio. Se dobbiamo usare le categorie destra-sinistra tutto questo non è forse un frutto della sinistra, perché catalogarlo come ultradestra?
In realtà quelle categorie sono fuorvianti e prive di senso; sono pseudoconcetti che hanno poco a che fare con la loro origine, sono sopravvissute alla fine del loro significato e servono come specchietti per le allodole, per indurre partigianerie surreali, per sfruttare quel che di ottusamente emotivo e irrazionale c’è nella natura umana. In Italia si fa strame del buon senso e della realtà storica continuando ad agitare il fantasma del fascismo, a imporre un antifascismo spudorato e vergognosamente contraddittorio. Gli stessi che urlano il crucifige per un braccio levato fingono di non vedere i simboli esibiti dai nazionalisti di una nazione mai esistita e la celebrazione di uno sterminatore di ebrei e di polacchi, accusano di neonazismo l’Alternative für Deutschland quando il vero continuatore della politica hitleriana è proprio Merz, che sogna una Germania über alles, il suo primato militare in Europa, il posto che le compete nel mondo. Accusano di omofobia un partito guidato da una donna felicemente sposata con un’altra donna e non si capacitano di come Vannacci sia tanto xenofobo da avere per moglie una rumena. E, ciliegina sulla torta, niente da eccepire sulla glorificazione di Bandera ma orrore e scandalo per i funerali di Mladic.
Quel che conta dietro il velo di Maya delle ideologie è il grado di libertà e di benessere collettivo, l’accesso al sapere, la possibilità concreta di esprimere la propria umanità, la liberazione dal bisogno, dalle costrizioni, da tutto ciò di artificioso e di imposto aggiunge sofferenza alle sofferenze che l’esistenza di per sé comporta e la presenza di un governante al servizio dello Stato e della Nazione. La politica deve restituire valore all’arte del timoniere, si deve esigere da chi ne riveste il ruolo amore per il popolo e per la patria, coscienza storica, disinteresse personale. Se il Paese è guidato da una persona capace, illuminata, che avverte su di sé il peso del servizio e non si compiace del traguardo raggiunto non c’è destra o sinistra, non c’è colore o ideologia, non ci sono etichette.
La storia ha preso una brutta piega, vediamo di raddrizzarla. Non sarà facile ma è possibile, sicuramente è un obbiettivo più realistico dell’illusione di poter incidere sul clima. Resta il macigno della disuguaglianza, che aver tradotto nei termini della lotta di classe non ha contribuito a rimuovere. Non solo ha impedito che un tema serio che attiene alla tenuta sociale venisse impostato in maniera corretta ma l’ha trasformato in un problema insolubile. Che gli uomini nascano liberi e uguali è un principio incontestabile. Un principio che non urta contro il dato incontrovertibile che non esistono due persone identiche, assolutamente uguali e sovrapponibili: non lo sono nemmeno i gemelli omozigoti. Immaginare una società di uguali è stupida fantascienza: i robot possono essere uguali, non gli uomini. Se poi ci si riferisce alle condizioni economiche o al possesso di beni o allo stile di vita la cosa non cambia. Niente e nessuno può impedire che qualcuno, anche nelle condizioni di maggiore vicinanza alla natura, coltivi con maggiore successo, riesca a raccogliere più frutti di un altro o usi con maggiore destrezza i mezzi per catturare la preda.
Il problema correttamente impostato e quindi risolvibile è quello della pari disponibilità dei beni primari e della assenza di correlazione fra il potere decisionale e il possesso di beni. Le vacanze non sono un diritto, la casa con piscina non è un diritto, fare acquisti in una gioielleria di via Montenapoleone non è un diritto. Non si può impedire che le persone che godono di più beni intrattengano relazioni fra di loro, si imparentino fra di loro, frequentino gli stessi posti e condividano le stesse abitudini ma bisogna eliminare sul nascere la loro tendenza a trasformare la ricchezza in potere e a usare il potere per mantenere e incrementare la loro ricchezza. In pratica si tratta di eliminare il concetto di classe e risolverlo nella naturale disuguaglianza delle fortune senza che questa si rifletta nella politeia; detto per inciso la democrazia dovrebbe essere questo. Bene: è un dato di fatto che né la cosiddetta destra né la cosiddetta sinistra si siano mosse in questa direzione. È successo che gruppi di privilegiati si sono trovati a scontrarsi con altri gruppi desiderosi di sostituirli o di acquisire gli stessi privilegi. E successo che detentori di privilegi si siano accordati con i nuovi arrivati per mettersi a riparo. E in entrambi i casi il tacito accordo sulla spirale perversa: fare del denaro potere, per difenderlo e incrementarlo. Finisce così che il cuore pulsante della società civile va incontro a extrasistolie, che il flusso di sangue nelle vene del suo organismo viene ostruito da grumi e restringimenti. Il lavoro, la creatività, il genio non premiano più, le disuguaglianze crescono in modo esponenziale senza alcuna relazione con l’utilità o i ruoli sociali; un bravo professore di liceo guadagna un terzo di uno sprovveduto docente universitario che, ben che vada, non serve a nulla, le migliori intelligenze sono sepolte nelle scartoffie di un ufficio mentre al vertice siedono degli incapaci e la politica è solo una zavorra che non fa niente per coordinare gli organi dello Stato e garantirne l’efficienza.
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