Professionalità degli inquirenti e terzietà del giudice
Professionalità degli inquirenti e terzietà del giudice
i problemi irrisolti del sistema giudiziario italiano
Col caso di Garlasco la giustizia italiana si è colpevolmente infilata in un terribile cul de sac. Che Alberto Stasi sia stato condannato senza l’evidenza delle prove e, che è ancora più grave, senza un movente è ormai acclarato. Non è la prima vota e non sarà l’ultima. Che Pacciani fosse il mostro di Firenze i primi a non crederlo probabilmente erano i giudici che l’hanno condannato: ma ci voleva un colpevole e faute de mieux si è preso un contadino brutto sporco e cattivo senza badare alle circostanze incompatibili con la sua personalità, il suo orizzonte di vita, il suo livello cognitivo.

IL caso Garlasco e Pacciani
Valga per tutte la lettera beffardamente spedita dal vero assassino alla Procura contenente i peli pubici di una delle vittime. La prova regina contro l’uomo delle merende fu il ritrovamento dell’arma del delitto, una pagina da manuale di criminologia, al capitolo come incastrare un sospettato piazzando le prove in casa sua. Poteva fare la stessa fine un border line vicino di casa dei parenti di Prodi confinati a Cogne per disintossicarsi, che per sua fortuna il giorno del delitto era, se ben mi ricordo, ricoverato a Milano. Altrettanta fortuna non hanno avuto altre due anime semplici, Olindo e Rosa, che non hanno resistito a interrogatori rasentanti la tortura e finirono per autoaccusarsi reciprocamente per scagionare il compagno o la compagna. Anche in questo caso si è sorvolato sul movente, che avrebbe suggerito ben altra direzione alle indagini, quella frettolosamente e inspiegabilmente accantonata del traffico di droga e si è furbescamente scambiata per folie à deux l’unione simbiotica del postino e della moglie.

Bossetti
Ed è andata male anche a Bossetti, un altro soggetto debole, accusato e condannato senza uno straccio di prova sulla base “scientifica” di uno screening di massa del dna che portò a identificare il colpevole in un autista di autobus morto anni prima del delitto e, di conseguenza – si fa per dire – nel figlio nato da una sua relazione clandestina. Da lì una ricostruzione della personalità del malcapitato per renderla compatibile con un movente, l’adattamento delle circostanze e dei tempi in cui si sarebbe consumato il delitto per poterlo inchiodare col corredo di indizi campati per aria, frutto di deduzioni di giudici e inquirenti. Prove: nessuna salvo il dna. Grazie al quale, tanto per fare un esempio, fu identificato il responsabile di un omicidio avvenuto diversi anni fa sotto il ponte di Calignaia nel lungomare livornese. Peccato che il dna appartenesse a un cameriere inglese che in Italia non aveva mai messo piede. Spiazzati e frastornati gli inquirenti che avevano volato alto sulle ali della scienza rinunciando a fare indagini terra terra cosicché il delitto rimase impunito nonostante fosse bastato dare un’occhiata in giro per trovarlo con le mani nel sacco.

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Dovrebbe portare un cero alla Madonna per grazia ricevuta il proprietario della villa che aveva dichiarato di aver visto il bambino di cinque anni sparito dal campeggio di Ventimiglia. I nostri formidabili inquirenti avevano subito preso la palla al balzo: se quello è l’ultimo ad aver visto il bambino è ovviamente il primo sospettato: così l’incauto testimone si è trovato la casa a soqquadro, la piscina rovesciata, la sua privacy violata. Immagino la ricerca accanita sul suo computer e sullo smartphone alla ricerca di immagini, siti, chat per poterlo presentare come pedofilo, come l’orco che si è trovato la preda alla porta di casa e vedo l’inquirente trionfante per aver brillantemente risolto il caso: l’ha visto, l’ha attirato, ne ha abusato e l’ha ucciso, poi ha sciolto il cadavere nell’acido. Dai sospetti un innocente non si può difendere. Si può difendere il colpevole che ha premeditato il crimine, ha distrutto le prove, si è costruito un alibi ma l’innocente si contraddice, non ha argomenti per smontare il teorema costruito contro di lui, è in preda al panico. Ma il bambino è stato ritrovato e il teorema questa volta è crollato.
La ricerca del colpevole in assenza di flagranza è di per sé un’operazione complessa. Se però l’inquirente che ha ricostruito il percorso del crimine sulla scorta del verosimile, collegando le tessere disponibili con altre immaginarie per costruire un mosaico coerente ma non necessariamente coincidente con la realtà fattuale condivide col giudice questa sua ricostruzione la realtà virtuale si impone prepotentemente e finisce per essere supportata da indizi cercati a questo scopo che acquistano la dignità di prove. E in questo campo chi cerca qualcosa la trova, sempre. Quando poi c’è il dolo le prove a sostegno dell’accusa sono appositamente fabbricate con la complicità di altri soggetti che alterano scientemente la scena del crimine. Di sicuro vengono trascurati altri indizi, altre prove che aprioristicamente avrebbero aperto altre strade o semplicemente mostrato l’impraticabilità di quella imboccata.
Chi conduce le indagini non dovrebbe affezionarsi a una tesi e andare a caccia di elementi che la rinforzano. Dovrebbe essere un portatore di dubbi, non di certezze, uno capace di sostenere il peso di piani di realtà diversi e alternativi. Ma se il magistrato non è dotato di pensiero divergente o se, peggio, si trova sotto il riflettore dei media o è guidato dall’ambizione l’asse si sposta dalla ricerca della verità a quella del successo personale. Una patologia della giustizia alla quale la distanza anche spaziale fra chi dirige le indagini e chi ricopre il ruolo di giudice può attenuare ma non risolvere.
Per restituire credibilità alla giustizia è infatti necessario agire su più fronti. La separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti da sola non cambia molto. Alla base, infatti, ci sono quelli che fisicamente conducono le indagini, polizia e carabinieri, che, al di là di questo doppione ingiustificato, non danno oggettive prove di professionalità per la confusione fra compiti istituzionali e per la mancanza di un corpo con una formazione criminologica di alto livello e al suo interno articolata secondo specifiche competenze. Un corpo che risponde al magistrato inquirente ma non ne segue le direttive, perché il magistrato inquirente non è un super poliziotto ma l’uomo dello Stato – non del governo – che garantisce la correttezza del processo inquisitorio. È la professionalità di chi tira le somme delle indagini, è in grado di vagliarle e ordinarle nell’ambito dell’ordinamento giuridico. Un funzionario di alto livello che sussume i risultati delle indagini, cioè i fatti, all’interno della norma ed è pertanto titolare dell’accusa. Poi c’è il giudice, che dovrebbe garantire l’imparzialità e al quale andrebbe riconosciuta una discrezionalità e un’autorità direttamente conferitogli dalla collettività e garantite dalla sua solitudine, dalla sua estraneità alla politica e dall’assenza di legami istituzionali. Un giudice rigorosamente formato, non parte di una categoria, estraneo ai partiti, uno che risponde solo alle leggi e che al contempo può contribuire a correggerle
Indubbiamente un giudice selezionato all’interno del mondo accademico ed eletto da una commissione espressa dalla società civile, un giudice che rimane in carica per un periodo di tempo limitato (quattro o cinque anni) dopo di che torna a fare il suo mestiere dà maggiori garanzie di un soggetto appartenente al corpo giudiziario, col quale prima che con la legge tende a identificarsi. Un giudice estraneo alle indagini e privo di legami con chi le ha condotte, in grado di guardare spassionatamente alle loro risultanze. Un giudice rispettoso del principio per il quale il colpevole è tale al di là di ogni ragionevole dubbio, perché è preferibile che ci siano dieci colpevoli in libertà piuttosto che un innocente in galera.

La Magistratura
A questo proposito col caso di Garlasco si è superato ogni limite di decenza: i giudici, non dei detective privati, indagano dopo diciotto anni su un presunto colpevole, ne ipotizzano altri due, fanno esaminare reperti incredibilmente trascurati ma lasciano che il condannato – che a questo punto si presume innocente – finisca di scontare una pena ingiustamente comminatagli. E si arriva al punto di ipotizzare che se il nuovo sospettato è l’assassino, per lasciare in galera il vecchio e scongiurare il rischio di doverlo risarcire, i due abbiano agito di concerto. Se poi dovessero saltare fuori altri nomi, vorrà dire che la povera Chiara è stata vittima di un complotto o di un omicidio di gruppo. Prima di arrivare a questo scempio della giustizia non era meglio arrendersi e riconoscere che le prove raccolte non erano sufficienti non dico per emettere un verdetto ma nemmeno per rinviare a giudizio un semplice sospettato?
Post scriptum
La magistratura, inquirente o giudicante, è diventata un corpaccione impegnato a salvaguardare il proprio potere e i propri privilegi, acquisiti piegandosi alla politica per essere poi usati anche contro la politica. Minacciato dalla prospettiva della separazione delle carriere, un provvedimento peraltro insufficiente per restituire decoro e funzionalità all’amministrazione della giustizia, dà una zampata al leader della Lega, con la fondata convinzione che il governo si limiterà a fingere di sostenerlo. Una vergogna.
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