Processo alle intenzioni: la politica italiana e il caso già archiviato
Processo alle intenzioni: la politica italiana e il caso già archiviato
Sulla politica italiana comincia ad aleggiare uno spirito da “piedipiatti”? La domanda, che suona come un titolo di un giallo mal riuscito, non è poi così peregrina se si osserva il rito che da mesi va in scena. Non si tratta di una metafora sull’ordine pubblico, ma di qualcosa di più sottile e grottesco: l’idea che il nostro dibattito politico si sia trasformato in una sala interrogatori dove tutti sanno già il nome del colpevole, ma nessuno ha ancora visto la scena del crimine.
Il commissario di turno, infatti, ha già tracciato la sua linea d’indagine. Le prove? Sondaggi che fluttuano nel vuoto come mosche prive di direzione. Gli indizi? Coalizioni che cambiano nome più spesso di un truffatore. I moventi? I soliti, annosi sospetti: un premio di maggioranza che forse ci sarà, forse no, e un numero di poli che oscilla tra due e cinque come l’ago di una bussola impazzita. Eppure, con questo quadro a dir poco fumoso, il verdetto è già stato emesso: “Questo vince, quello perde, e il resto è noia”.

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Il vero spirito da “piedipiatti”, tuttavia, non sta nell’indagine, ma nella rassegnazione con cui gli attori principali – e il pubblico che li segue – accettano questo copione. I leader, invece di studiare i dossier (crescita, sanità, istruzione, sicurezza… roba da matricole), preferiscono pavoneggiarsi nei talk show, scambiandosi le solite cartelle e ripetendo le solite frasi fatte. Il politico moderno si è trasformato in un detective di fiction: indossa un impermeabile logoro di luoghi comuni, calza scarpe comode fatte di slogan riproposti, e si muove con l’andatura stanca di chi ha già visto tutto. La sua unica vera indagine è la ricerca di un sospettato abituale su cui riversare le colpe, che sia l’avversario, il “sistema” o l’ombra di un governo precedente.
Il grottesco raggiunge l’apice nella gestione del tempo. Non si sa quando si voterà (domani? tra un anno?), con quale legge (l’attuale? quella nuova con il premio?), ma questo dettaglio non turba nessuno. Si preferisce costruire interi castelli di narrazioni sul nulla, come se il calendario elettorale fosse un optional e le alleanze si potessero decretare per semplice volontà, ignorando la scomoda realtà delle firme da raccogliere, dei collegi da conquistare e della matematica che, prima o poi, bussa alla porta.
Se questa è l’atmosfera, allora il futuro della politica italiana è già stato scritto e, soprattutto, archiviato. Ogni nuovo episodio non è un evento, ma una riedizione. Il pareggio parlamentare, il caos, le larghe intese o il “inciucio” non sono più scenari, ma finali alternativi di un copione già letto, già visto, già vissuto. L’unica cosa che manca, forse, è qualcuno che, dopo aver sbattuto il pugno sul tavolo, esclami: “Chiuso! Portate via il cadavere!”. Peccato che il cadavere, in questo caso, sia la politica stessa, e che nessuno sembri avere la minima intenzione di rianimarla, preferendo la comoda certezza di un caso chiuso alla faticosa ricerca di una verità che, per definizione, non è ancora stata definita.
