Pro memoria per chi diceva che con gli ostaggi liberati sarebbe tornata la pace.

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Sui vari organi di stampa, le televisioni, i social e genericamente internet nonché durante conferenze, incontri, talk show, dibattiti e interviste radiofoniche sulla guerra ( chiamiamo così quella che in realtà è un tiro al bersaglio a senso unico ) tra Israeliani e Palestinesi, a un certo punto c’erano sempre coloro che, forti della immediata non falsificabilità della loro tesi, sostenevano che se non finiva era perché non venivano restituiti gli ostaggi.
Alcuni, magari a causa di una scarsa conoscenza della sequenza di illegalità e promesse non mantenute di cui abbonda la storia di Israele, lo sostenevano in buona fede; altri, la maggioranza, perché pensavano fosse il modo più efficace al fine di stroncare ogni biasimo alla carneficina messa in atto dai sionisti.
Ora che le uccisioni continuano ostinate e sprezzanti nonostante la tregua iniziata il 10 ottobre, ora che il persistere di Israele nel suo consueto comportamento di vittimismo impermeabile ad ogni regola di diritto internazionale e ad ogni etica, ora che l’apertura dei valichi significa averne aperto uno solo e far passare nelle 24 ore non più di una cinquantina di persone in entrata e in uscita, ora che ancora si bombarda un palazzo sotterrando intere famiglie a causa del sospetto che lì vi sia un terrorista, ora che il democratico Israele con l’ “esercito più morale del mondo” spara al collo o alle ginocchia per uccidere o per menomare a vita, ora che si strozza l’economia delle famiglie moltiplicando i check point dimodoché i lavoratori impieghino più tempo ad andare al lavoro e a ritornare a casa ( o alla tenda o all’anfratto di un edificio distrutto ) che a lavorare, ora, infine, che gli ostaggi, vivi e morti, sono stati restituiti, che cosa rispondono?
Per rendere l’idea della situazione che Netanyahu con il beneplacito americano è riuscito a creare e di come la mantiene, ecco alcuni dati tratti da una tregua celebrata in pompa magna come fosse stata l’Atto finale del Congresso di Vienna, e che invece ha semplicemente lasciato che si replicassero le cose di prima differenziandosene solo con il minor clamore garantito dalla formalità dei documenti.
Ebbene, ecco alcuni episodi esemplari, tanto per farsi un’idea della reale situazione di ciò che è accaduto e ci è stato detto con tale sufficienza e fretta da non poterlo recepire come importante, da quando è entrato in vigore il Cessate il Fuoco del 10 ottobre, e in particolare in queste ultime settimane:
– In reazione al ferimento di un ufficiale israeliano, contro i sospetti terroristi sono stati attuati strike che hanno causato la morte di 20 palestinesi, tra cui diversi bambini e un paramedico, e il ferimento di 40 persone.
– L’ospedale di Al-Shifa di Gaza City ha ricevuto le salme di 13 persone, incluse quelle di 5 bambini; tutte uccise mentre erano nelle loro case presso Zeitoun e Tuffah.
– L’ospedale “Nasser” di Khan Younis riferisce di 4 morti, di cui un bambino, che hanno perso la vita a seguito di un bombardamento su un accampamento di tende nelle vicinanze di Qizan Rashwan.
– Tra il 31 gennaio e il 1 febbraio sono state uccise da strike israeliani su Gaza più di 30 persone. Motivazione fornita da Israele: un uomo armato di fucile è emerso oltre la Linea Gialla da un tunnel a Rafah.
– Due bambine, le sorelle Rahaf e Remas Abu Jamea e un paramedico, sono stati uccisi nella zona occidentale di Khan Younis, con la modalità del double tap. Appartenenti all’Idf cioè dopo il primo strike che ha ucciso le due sorelle, hanno atteso l’arrivo dei soccorsi e hanno quindi lanciato il secondo strike che ha ucciso il paramedico, con un’azione che è in palese violazione delle Convenzioni di Ginevra.
Già tristemente nota nel genocidio ex-jugoslavo di Karadzic e Mladic, condannati come criminali di guerra, speravamo non si dovesse mai più ripetere. E invece in questa guerra asimmetrica è diventata una pratica frequente, con la differenza che alcune nazioni tra cui l’Italia, che avevano condannato ufficialmente i due serbo-bosniaci, non ritengono opportuno condannare né Netanyahu né i suoi sodali, a cominciare dall’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Essi, facendosi forza della paura che incutono per essere rappresentanti politici o militari di un Paese armato fino ai denti e dotato di svariati ordigni nucleari, pensano di fare quello che vogliono, contrastati solo da un’opinione pubblica mondiale che fa quello che può.
E può poco, sia perché quando le cose si protraggono inducono abitudine, e l’abitudine scade a mano a mano nell’indifferenza e / o nella rassegnazione, sia perché nel frattempo altri eventi sopraggiungono o ricompaiono fuori e dentro il nostro cortile, grandi e piccoli ( Venezuela, femminicidi, Groenlandia, Minneapolis, Niscemi, Crans-Montana, Askatasuna…) e l’attenzione inevitabilmente si sposta…
Un po’ a caso e un po’ ad arte.