Predappio: ovvero l’emporio della vergogna e il fallimento morale dello stato italiano

Predappio: ovvero l’emporio della vergogna e il fallimento morale dello stato italiano

Inchiesta documentaristica sulla speculazione economica, l’incoerenza istituzionale e il tramonto biologico di una farsa politica.

IL LOOP TEMPORALE DEL RIDICOLO
Il calendario di Predappio ha una data che scotta più delle altre: il 28 aprile.
In questo giorno, che segna la ricorrenza della fucilazione di Benito Mussolini a Giulino di Mezzegra, il paese si trasforma nel fulcro di un pellegrinaggio che sfida la logica della storia e la tenuta etica delle istituzioni. Mentre a Dongo si consumano i rituali dei saluti romani dei neofascisti e sul Lago di Como si risponde con le contromanifestazioni al suono di “Bella Ciao”, l’aria che si respira è quella di una messinscena liturgica stantia, polverosa e, in ultima analisi, profondamente ridicola.
Questo “scontro” è diventato grottesco: è l’immagine di un’Italia bloccata in un loop temporale senza via d’uscita, come se oggi, a oltre duecento anni dalla campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte o dalle barricate del Risorgimento, ci fossero ancora fazioni pronte a scontrarsi fisicamente per difendere o attaccare quei fantasmi.


Il Sacrario Mussoliniano, situato nella cripta del cimitero di San Cassiano in Pennino, non è un semplice luogo di sepoltura, ma il reattore nucleare di un’ipocrisia che lo Stato italiano alimenta deliberatamente dal 1957.

IL PECCATO ORIGINALE: IL BARATTO POLITICO DEL 1957
La presenza dei resti di Mussolini a Predappio non è un lascito naturale della storia, ma il risultato di un preciso e cinico incastro politico del dopoguerra. Dopo essere stata trafugata dal cimitero del Musocco nel 1946 e nascosta per undici anni in vari luoghi clandestini — tra cui il convento di Cerro Maggiore — la salma fu restituita alla famiglia solo il 30 agosto 1957.
L’operazione fu un baratto di potere: il governo democristiano di Adone Zoli (predappiese d’origine), in bilico in Parlamento, necessitava dei voti di fiducia dei deputati del Movimento Sociale Italiano (MSI) per sopravvivere.
Lo scambio fu brutale e immediato: la salma “a casa” in cambio della sopravvivenza dell’esecutivo. Il sindaco dell’epoca, il comunista Egidio Proli, accettò con un pragmatismo romagnolo oggi colpevole: “A me Mussolini non ha fatto paura da vivo, figuriamoci se mi fa paura da morto”.
Proli non aveva previsto che quel corpo sarebbe diventato il “brand” di un distretto industriale, trasformando per sempre il DNA di un comune che oggi abusa sistematicamente della figura del dittatore per garantire un guadagno speculativo a un’intera comunità, protetta da una finta polemica “buonista” di facciata che serve solo a nascondere il fatturato.

L’INDUSTRIA DEL “NERO”, LOS TATO COME SOCIO DI MINORANZA OCCULTO
Il vero cuore della vergogna non risiede nella cripta, ma lungo l’asfalto di Via Roma.

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Qui operano ditte storiche come Predappio Tricolore e Ferlandia, realtà che operano con logiche industriali e una forte presenza nell’e-commerce globale.
Questi esercizi producono attivamente busti in resina, calendari patinati, manganelli in legno e persino bavaglini per neonati con i motti del Ventennio.
Questa industria emette regolari fatture elettroniche e versa le tasse.
Lo Stato italiano incassa l’IVA al 22% su oggetti che negano e insultano i valori della sua Costituzione.
È una “zona franca” morale dove l’iconografia di un regime criminale viene declassata a souvenir per far quadrare i bilanci.
Lo Stato promulga leggi contro il revisionismo del fascismo, contro ogni forma di emulazione e di apologia politica, morale e immaginifera del regime Mussoliniano, nello stesso tempo spende migliaia di euro per monitorare il braccio teso di 150 nostalgici, ma contemporaneamente ne tassa i profitti derivanti dai gadget che quegli stessi nostalgici acquistano poco prima nel paese di nascita di Benito.
Una ridicolezza assoluta che smaschera l’etica di uno Stato che si professa antifascista ma non rinuncia all’indotto fiscale del “Duce”.

L’INCOERENZA DELLA SINISTRA E IL CASO FIANO
Per settant’anni, la sinistra ha gestito Predappio attraverso una retorica antifascista sterile e feticista. Il tentativo di “esorcizzare” il luogo con un museo nell’ex Casa del Fascio è naufragato tra burocrazia e mancanza di coraggio economico.
In questo scenario, la figura di Emanuele Fiano emerge come il simbolo di un’impotenza che scivola nell’autogol ideologico. La sua proposta del 2017 (DDL n. 3343), mirata a vietare la vendita di memorabilia, è stata una “mazzata sui piedi” alla credibilità dell’azione istituzionale, regalando visibilità mondiale ai commercianti.
Ma l’ambiguità più pesante risiede nel paradosso geopolitico: un antifascismo ferreo sui busti domestici che stride con un posizionamento filosionista percepito come un doppio standard etico di fronte a tragedie internazionali attuali.
Questo “finto Sionismo italiano” ha svuotato l’antifascismo di Fiano di ogni valore universale, rendendolo un bersaglio per chi accusa la sinistra di moralismo di facciata mentre ignora o giustifica altre forme di oppressione violenta nel presente.

IL REVISIONISMO GROTTESCO E LA BEFFA DELLA CASSAZIONE

Dall’altro lato, la destra del sindaco Roberto Canali (rieletto nel 2024 con il 71,7%) promuove un revisionismo ridicolo. Separare le “bonifiche” dalle “leggi razziali” è un’operazione di maquillage storico funzionale solo a mantenere aperti i registri dei negozi e i cancelli del cimitero.
Presentare Mussolini come un “modernizzatore sfortunato” serve solo a giustificare un turismo di bassa lega.
A questo si aggiunge la beffa della giurisprudenza: la sentenza 1618/2024 della Cassazione stabilisce che il saluto romano è reato solo se mette in pericolo l’ordine democratico, mentre è tollerato come “atto commemorativo”.
Una distinzione che rende la legge italiana una barzelletta: si punisce il gesto individuale ma si protegge e si incentiva il business collettivo che quel gesto alimenta quotidianamente.

IL TRAMONTO BIOLOGICO DI UNA FARSA NAZIONALE
(Dove andremo a andrete a finire?)
Questo teatro dell’assurdo, questo scontro tra figuranti che recitano copioni di ottant’anni fa, finirà probabilmente solo per via biologica.
Quando l’ultima generazione — la mia generazione — che ancora “sente” emotivamente questo peso morirà, Mussolini diventerà finalmente come Napoleone Bonaparte o i protagonisti del Risorgimento: un capitolo chiuso, un busto di marmo inerte che non muove più passioni, voti o fatturati.
Sarà come Vlad Tepes di Valacchia il Conte Dracula romeno, oppure dimenticato e utile per una sempre più ridicola minoranza di idioti refrattari.
Solo allora Predappio smetterà di essere lo specchio rotto di un Paese incapace di processare la propria storia, dove la coerenza etica viene sacrificata ogni giorno sull’altare del profitto privato e dell’ambiguità politica. Fino a quel giorno, Predappio resterà l’emporio della vergogna nazionale.

Paolo Bongiovanni
Blogger
 Casa del Vinile

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI DETTAGLIATI:
– Ministero dell’Interno: Portale Eligendo – Risultati Elezioni Comunali Predappio (2019 e 2024).
– Corte Suprema di Cassazione: Sentenza Sezioni Unite n. 1618 del 18/01/2024 (Interpretazione dei riti commemorativi e apologia).
– Camera di Commercio della Romagna: Visure camerali e bilanci societari (2020-2024) delle ditte di Via Roma (Predappio Tricolore, Ferlandia).
– Archivio Storico Comune di Predappio: Verbali e carteggio Zoli-Proli (Agosto 1957) relativi alla traslazione della salma di Benito Mussolini.
– Atti Parlamentari: Camera dei Deputati, XVII Legislatura, DDL C. 3343 (Legge Fiano).
– Analisi Politica e Saggistica: Limes, “Geopolitica della memoria interna” (2025)
– S. Luzzatto, Il corpo del Duce, Einaudi;
– M. Franzinelli, Il Duce e le donne, Mondadori.

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