POST-SANREMO 2026: IL TRIONFO DELL’IGNEO E LA CRISI DEL LIEVITO. EDITORIALE DI FINE FESTIVAL

POST-SANREMO 2026: IL TRIONFO DELL’IGNEO E LA CRISI DEL LIEVITO. EDITORIALE DI FINE FESTIVAL

Si sono appena spenti i riflettori sulla settantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana, un evento che, nelle intenzioni della vigilia, doveva rappresentare la rassicurante restaurazione del decoro dopo gli eccessi del quinquennio precedente. Invece, ci ritroviamo a commentare un’edizione che potremmo definire “congelata”, una sorta di limbo televisivo in cui la fretta di chiudere i collegamenti ha superato la voglia di fare spettacolo. L’analisi di questo Sanremo non può prescindere da un paradigma culinario-antropologico che spieghi l’essenza dei suoi protagonisti, Carlo Conti e Laura Pausini, e il loro tentativo – riuscito solo a metà – di ereditare un trono rimasto improvvisamente vacante.

Carlo Conti, fiorentino di scoglio e di abbronzatura perenne, ha mutuato il suo carattere dal lampredotto. Per i non avvezzi alla filologia del gusto, il lampredotto è l’abomaso, una delle quattro sezioni dello stomaco bovino, cardine dello street food gigliato. È un piatto “di sostanza”, povero ma dignitoso, che richiede una cottura lunghissima per diventare digeribile, proprio come la carriera di Conti: una lenta e inesorabile ebollizione nelle cucine di Mamma Rai fino a diventare l’ingrediente base, rassicurante e onnipresente. Il carattere-lampredotto di Conti si manifesta in quella sua consistenza gommosa ma resistente, capace di assorbire ogni condimento politico senza mai cambiare sapore. È il cibo del popolo che non vuole sorprese, ma solo la certezza che la “salsa verde” del regolamento sia applicata con precisione chirurgica.

Dall’altra parte del bancone, Laura Pausini da Faenza ha portato sul palco il carattere della piadina romagnola. Etimologicamente, la “piada” rimanda a un concetto di schiacciata, di base ampia e accogliente, capace di contenere qualsiasi ripieno. La Pausini è la piadina della televisione: pop, immediata, fragrante di una genuinità che a tratti scivola nell’eccesso di unto comunicativo. Se Conti è la struttura bollita e sapida, lei è l’involucro che cerca di tenere insieme i pezzi, anche quando il ripieno – ovvero i contenuti dello show – appare scarso o mal assortito.

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Entrambi hanno celebrato questo rito in un’atmosfera di orfanezza. Se il “Patron” Ravera, colui che negli anni Ottanta trasformò Sanremo da kermesse canora a evento globale di marketing, è ormai un ricordo sbiadito per le nuove generazioni, i due conduttori hanno cercato rifugio nell’ombra del “padrino” Pippo Baudo. La scomparsa del decano della TV ha aleggiato sull’Ariston come un monito. Si cercava la “conformità baudiana”, quel trinomio perfetto che Pippo incarnava: conformità artistica (il “l’ho inventato io”), politica (l’essere l’istituzione stessa, il volto del servizio pubblico che non urta i palazzi) e morale (il paternalismo rassicurante).

Tuttavia, la verifica di tale conformità in Conti e Pausini ha dato esiti contrastanti. Conti possiede la conformità artistica del ragioniere: ha gestito la scaletta come un ufficio postale in un giorno di pioggia, chiudendo addirittura in anticipo rispetto all’orario previsto, un record che per molti è apparso più come una fuga che come un merito. La sua conformità politica è totale, un “cristiano-democraticismo” che dribbla ogni polemica, dai suggerimenti sugli ospiti comici fino ai casi umani della vigilia. Ma è una conformità che sa di muffa. La Pausini, dal canto suo, ha mostrato una conformità morale fin troppo esibita, inciampando però in una conduzione che molti critici hanno definito “impiegatizia” e priva di quello scarto emotivo necessario a creare l’Evento.

Le cronache del Festival ci hanno consegnato l’immagine di un Conti “Usain Bolt” della conduzione, preoccupato più del cronometro che dell’emozione. Mentre il pubblico sui social urlava al “nulla cosmico” e alla noia da encefalogramma piatto, il direttore artistico incassava un gettone che le indiscrezioni fissano tra i 500 e i 600 mila euro, una cifra che, se rapportata alla durata effettiva delle serate (accorciate dalla sua fretta), rende ogni minuto di silenzio d’oro zecchino. Anche la “piadina” Pausini non è stata da meno: nonostante le smentite del suo staff sulle cifre circolate (si parla di 250 mila euro), la sua presenza è stata costellata da gaffe linguistiche che hanno trasformato nomi esotici di autori in rassicuranti termini inglesi come “Safe”, rendendo la sua conduzione un mix di alta moda Armani e provincialismo romagnolo.

Il verdetto post-festivaliero è amaro. Il tentativo di restaurazione baudiana è fallito perché è mancato il “fenomeno”. Senza i picchi generazionali dei precedenti anni, il Festival si è scontrato con un calendario ostile – lo slittamento a fine febbraio per le Olimpiadi e la concorrenza della Champions League – che ha spezzato l’incantesimo del rito collettivo. Ci resta l’immagine di un lampredotto troppo cotto e di una piadina che ha perso la sua fragranza, mentre sullo sfondo il fantasma di Pippo sembra sorridere, consapevole che la conformità non si compra con il cachet, ma si costruisce con quella “follia controllata” che quest’anno è rimasta chiusa nei camerini.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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