Poesia. Palazzo lontano

Palazzo lontano

Il governo parla dall’alto,
voce lucida, cravatta stretta,
parole che rimbalzano
sui vetri spessi dei palazzi
e non arrivano mai a terra.

Parla di numeri,
di mercati tranquilli,
di sacrifici necessari
— sempre necessari
per chi non decide.

L’opposizione risponde a turno,
con frasi già usate,
gesti studiati allo specchio,
indignazioni a tempo determinato
che scadono prima del bisogno.

Si fronteggiano come attori stanchi
recitando copioni diversi
per lo stesso pubblico distratto,
mentre fuori
la vita non aspetta il dibattito.

Fuori c’è chi conta le monete,
chi rimanda il dentista,
chi lavora troppo
per guadagnare troppo poco,
chi non lavora affatto
e si vergogna pure di dirlo.

Ma nel palazzo
non si sente la fame,
non arriva l’affanno,
non entra il freddo delle case
riscaldate a metà.

Governo e opposizione
si accusano a vicenda
di non capire il Paese,
senza accorgersi
che il Paese
ha smesso di capire loro.

E così la politica diventa rumore,
un brusio continuo
che copre le domande vere,
mentre i cittadini imparano
a cavarsela da soli
o a rinunciare.

Resta una distanza enorme,
non ideologica
ma umana:
da una parte chi parla,
dall’altra chi vive.

E in mezzo
un silenzio pericoloso
che non vota,
non grida,
ma si accumula.

Anonimo

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