Picón dàgghe cianìn, Monsieur Macron
Picón dàgghe cianìn, Monsieur Macron
C’è una canzone genovese del 1957, Picón dàgghe cianìn, che a prima vista sembra soltanto un canto di nostalgia: il ritorno nei moìn de Picaprîa, le case dov’è nato, i compiti di latino, le trenétte e menestroìn, la Madonna della Passione, la stanza in cui è venuta al mondo la madre. Eppure, sotto quella lingua ruvida e affettuosa, sotto la cadenza lenta dell’invocazione, si nasconde una filosofia profonda: *fermati un attimo, vai piano, ascolta quello che sei stato prima di pretendere di essere altro*.
“Picón dàgghe cianìn” non è solo un’espressione dialettale: è un’etica. È l’opposto della fretta, dell’enfasi, della posa. È l’invito a non violentare il tempo, la memoria, i luoghi. A non strappare via ciò che regge ancora, solo perché sembra vecchio. A non confondere il movimento con il progresso.
Ed è proprio da questa prospettiva che la canzone diventa una chiave di lettura sorprendentemente efficace per comprendere il momento Macron.

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Emmanuel Macron appare oggi come l’esatto contrario del “cianìn”. È l’uomo della verticalità, dell’accelerazione continua, della narrazione permanente. Ex banchiere prestato alla politica con la promessa di una Révolution elegante e manageriale, ha costruito il suo potere sulla velocità decisionale e sull’estetica del comando. Ma, come spesso accade a chi corre troppo, ha finito per perdere contatto con il terreno.
La Francia che Macron governa è una Francia inquieta, fratturata, attraversata da un senso diffuso di declino e di sfiducia. Eppure, nei momenti cruciali, il Presidente sembra preferire il palcoscenico alla sosta, la posa alla riflessione, lo scontro simbolico alla ricucitura. Davos, gli occhiali specchiati, il linguaggio muscolare contro Trump, la retorica della grandeur riesumata come un profumo d’altri tempi: tutto parla di un uomo che cerca nello slancio ciò che non riesce più a trovare nel consenso.
La canzone genovese, invece, dice altro. Dice che ci sono luoghi che non puoi rifare senza perdere l’anima. Dice che certe ciàppe rótte vanno toccate “a tochetìn”, pezzo per pezzo. Dice che la memoria non è un ingombro, ma una struttura portante. Ed è qui che il parallelo diventa più tagliente.
La vicenda di Notre-Dame, con la scelta di demolire anche le antiche vetrate superstiti per sostituirle con opere giudicate da molti “moderniste”, è emblematica. Non è solo una questione estetica o confessionale: è il simbolo di una politica che *interviene senza ascoltare*, che rifà senza fermarsi, che confonde il segno del potere con il segno del senso. Non stupisce che un Papa come Leone XIV – che nei suoi discorsi insiste sul ritorno a una rotta chiara sui temi essenziali – abbia deciso di chiudere la porta, almeno per ora. È un gesto che ha il sapore di un “fermìte ’n pö”.
E poi c’è l’aspetto più umano, quasi ironico, che la cronaca recente ha messo in scena: l’occhio arrossato, gli occhiali da 659 euro, diventati improvvisamente simbolo di determinazione, di occhio di tigre. Anche qui, la distanza dalla filosofia di Picón dàgghe cianìn è evidente. Il genovese non esibisce: trattiene. Non teatralizza: ricorda. Non trasforma il dettaglio in manifesto, ma lo custodisce come parte di sé.
Nella canzone, l’io narrante non è un uomo che chiede applausi. È uno che si ferma davanti a una stanza, e lì si commuove davvero. “No m’emosciónn-o tròppo façilménte”, dice. Ma in quel luogo, sì: si ferma e prega. È un’emozione che nasce dalla profondità, non dalla superficie.
Macron, al contrario, sembra sempre più prigioniero di un sogno breve, intenso e fragile: quello di rimettere in scena una Francia protagonista senza aver prima ricucito le sue fratture interne. Uno sciovinismo anacronistico, come è stato scritto, che tenta di coprire con la voce alta ciò che manca sotto.
E allora la lezione di quella vecchia canzone genovese diventa attualissima, quasi politica nel senso più alto: *la vera forza non è accelerare, ma sapersi fermare*. Non è imporre una visione, ma riconoscere ciò che già tiene insieme una comunità. Non è rifare tutto, ma capire cosa non va toccato.
“Picón dàgghe cianìn”, in fondo, è un consiglio che non vale solo per chi torna nei vicoli di Genova, ma anche per chi governa una nazione. Perché senza memoria, senza misura, senza rispetto dei tempi profondi, anche il potere più brillante finisce per spegnersi, come le luci di un palco a Davos. E restare, alla fine, solo un piccolo sogno inutile.
