Piantumazione del cavolo nero e diserzione del senso: anatomia di un Paese che si specchia nel nulla

Piantumazione del cavolo nero e diserzione del senso: anatomia di un Paese che si specchia nel nulla*

Signori, l’evidenza è lì, aggrappata come edera metafisica alle pareti della ragione: la piantumazione del cavolo nero è l’unico filtro possibile. Non un ortaggio, intendiamoci, ma un principio epistemologico. Il cavolo nero, nella sua rugosa e terrosa immanenza, è ciò che resiste alle intemperie, che cresce nonostante il gelo, che sa di ferro e di sostanza. Eppure, quando lo si invoca come metafora della produzione nazionale, ci si accorge che il terreno è stanco, dissodato da troppe mani che hanno confuso la semina con la raccolta. Il Made in Italy, signori, è oggi un campo di cavolo nero dove qualcuno ha piantato, per errore o per dolo, ortiche dialettiche.

Prendiamo il MIMIT, acronimo che suona già come un’invenzione surrettizia, un ministero nato per gemmazione spontanea nei corridoi della comunicazione governativa. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si presenta come la palestra claustrofobica dove ogni speranza di rilancio viene allenata a circuito chiuso, tra specchi deformanti e tapis roulant che girano a vuoto. Palestra claustrofobica, sì, perché non c’è finestra che affacci sul mondo reale: le imprese boccheggiano, gli artigiani si contorcono nei cavi della burocrazia, e il fiato dell’economia si fa sempre più corto, mentre fuori, al Brennero, diecimila agricoltori della Coldiretti sventolano cartelli contro il falso Made in Italy. Loro, i contadini, il cavolo nero lo conoscono bene; sanno che se lo innaffi con il codice doganale sbagliato, rischi di raccogliere prosciutti danesi spacciati per toscani. È la legge del minimo di Liebig in versione grottesca: la sopravvivenza del sistema non dipende dalla media delle risorse, ma dall’organo più sofferente. E l’organo più sofferente, oggi, si chiama etichettatura d’origine, assente per volontà europea, mentre il ministro Adolfo Urso inaugura Pitti Uomo parlando di “Rinascimento industriale d’Occidente” come se la Fortezza da Basso fosse la nuova Firenze dei Medici e non una passerella dove si celebrano abiti che forse, domani, saranno cuciti in Bulgaria con stoffa italiana.

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E qui veniamo a lui, al ministro Urso: il “bonom” di vaghe speranze. “Bonom” è termine che ci inventiamo ora, con la malcelata ironia di chi osserva un uomo di governo agitarsi come un orsacchiotto di pezza in un negozio di cristalli. Urso firma decreti attuativi su Transizione 5.0 con mesi di ritardo, mentre Confindustria si scalda e le imprese bloccano gli investimenti; incontra europarlamentari a Bruxelles e promette “l’anno della ripresa”, ma intanto il MIMIT autorizza accordi di sviluppo da 82,5 milioni per un singolo sito produttivo, come se il rilancio del Paese potesse avvenire per punti, a colpi di delibera, senza una visione d’insieme che non sia quella di un PowerPoint istituzionale. Il bonom, nella sua bonomia studiata, incarna la figura retorica del “quasi qualcosa”: non è ancora il salvatore della patria, ma non è nemmeno il becchino; è l’interlocutore che ti guarda con occhi sinceri mentre ti spiega che il cavolo nero, in fondo, può crescere anche in serra idroponica, basta crederci.

E se il MIMIT è la palestra claustrofobica, il Liceo del Made in Italy ne è lo spogliatoio male illuminato. Un’idea propagandistica, l’hanno definita i detrattori, e i numeri sembrano dare loro ragione: nella provincia di Trento, per l’anno scolastico 2026/2027, si contano appena 9 iscritti. Nove. Meno di una squadra di calcio, meno di una classe elementare degli anni Sessanta. Eppure il governo insiste, come chi pianta cavolo nero in un terreno che non ha mai visto una vanga: il rischio, dice un consigliere regionale di Fratelli d’Italia, è di “perdere competitività”. Ma quale competitività può mai generare un percorso formativo scelto dallo 0,14% degli alunni italiani? Qui si applica, con precisione quasi matematica, il brocardo “Quod nullum est, nullum producit effectum”: ciò che è nullo non produce effetto. Se il Liceo del Made in Italy è percepito come un’entità priva di sostanza, un nome senza corpo, allora qualsiasi investimento su di esso è un tentativo di spremere succo da una pietra pomice. È la quintessenza del surrettizio: si edifica un contenitore, gli si appiccica un’etichetta patriottica, e si spera che il contenuto si materializzi per magia. Ma l’ontologia non perdona: A deve essere A, diceva la Presa d’atto, e se A è un’aula vuota, A resta un’aula vuota.

E allora, in questa fiera campionaria universale, dove ogni stand espone il meglio della nostra italica creatività, ci troviamo a vagare tra padiglioni che odorano di muffa e di occasione perduta. Il cavolo nero, quello vero, è stato sostituito da una riproduzione in plastica, realizzata da una stampante 3D che assembla materia senza infonderle logos. Non c’è Razionalità Interna Oggettiva in questo Made in Italy da vetrina: c’è un attivismo meccanico, un motore che gira a vuoto, una macchina che manipola simboli senza generare vitalità. E se la vita, come sosteneva quel documento, è un interruttore logico acceso o spento, allora il nostro interruttore sta facendo contatto intermittente, generando più scintille che luce.

Ma attenzione: non siamo qui per fare i necrologi. Siamo qui per piantare cavolo nero, come atto di resistenza. La piantumazione è un gesto che richiede mani sporche di terra, non di inchiostro ministeriale. È la riappropriazione del ciclo vitale, del logos che si trasmette per generazione diretta e non per circolari. Forse, tra le maglie di questa congerie di notizie, l’unico barlume di speranza sta proprio nella mobilitazione degli agricoltori, che al Brennero hanno detto basta al falso Made in Italy. Loro sanno che il cavolo nero non mente: cresce o non cresce, punto e basta. E se il governo vuole davvero rilanciare il Made in Italy, forse dovrebbe smettere di costruire palestre claustrofobiche e iniziare a zappare. Ma questa, ahimè, è un’altra storia.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “Piantumazione del cavolo nero e diserzione del senso: anatomia di un Paese che si specchia nel nulla”

  1. L’articolo usa una metafora semplice ma efficace: mentre si celebrano piccoli gesti si perde il significato profondo delle cose. Il cavolo nero, pianta robusta e concreta della tradizione contadina , diventa il simbolo di un Paese che preferisce l’apparenza alla sostanza. Il punto forte è proprio questa denuncia: si agisce, si comunica, si “piantuma”… ma senza una direzione, senza visione. Un pezzo amaro ma lucido, che colpisce più per l’immagine che per la soluzione.

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