Palloni… sgonfiati
La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona, ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno.
Palloni… sgonfiati
Com’è che si diceva alla Domenica Sportiva negli anni ’70/’80 e al Processo di Biscardi?
Che in Italia ci sono qualche milione di allenatori o commissari tecnici. Qualche volta persino il Presidente del Consiglio che interviene per dire che Zinedine Zidane andava marcato a uomo… e così Dino Zoff, vi ricordate, si offende, si “atapira” e si dimette.
Era l’estate del 2000. L’Italia stava vincendo la finale con la Francia e, come si faceva all’oratorio, già a 3 minuti dalla fine – se non a 5 – la palla andava così lontana dall’area che solo a riprendere il gioco passava un minuto.
E invece quella volta lì… dopo l’Europeo del “cucchiaio” a Van der Sar di Francesco Totti, più o meno a 20 secondi dalla fine becchiamo il pari e poi David Trezeguet ci castiga al golden goal.
Apriti cielo… apriti cielo.
E già alla sera tutti a dire: “Come si fa, è incredibile, si dimettano tutti, vadano a f…”, eccetera.

Bonvicini con l’ex portiere della Sampdoria Viviano
Dimenticando però che stava nascendo il calcio moderno: quello in cui il portiere è il vero libero, deve saper giocare dal bassissimo coi piedi, il calcio del “non si butta la palla in avanti”, ma si parte e si riparte dal basso, si costruisce… e se poi ti fregano il pallone anche a recupero scaduto, pazienza.
Ogni tanto un po’ di leggerezza ci vuole.

PUBBLICITA’
Chi mi ha chiesto di fare questo pezzo conosce i miei trascorsi nel calcio come direttore sportivo o direttore generale di squadre semiprofessionistiche e sa che anche lì avevo capito che dovevo fare di testa mia e basta.
Ho fatto esordire decine e decine di giovani, molto giovani anche.
Ricordo musi, bronci, critiche e insulti da parte degli addetti ai lavori, perché qualcuno da quel momento diceva:
“Devi fare come il direttore del Savona, del Vado, dell’Imperia, dell’Arenzano, dell’Albenga… cioè metti qualche giovane e poi basta”.
Poi i procuratori, che non digerivano il mio sistema perché mettevo a rischio la loro “cagnotta”.
Genitori che non devono vedere il figlio in Serie D se prima non tirano fuori minimo 1.000 euro nel 2005, e oggi 10.000 e più.
Ma io, figurati, devo ancora essere creato lo spermatozoo di chi mi dice cosa fare… ho continuato a far esordire i meritevoli.
Questo per me è il minimo. Il massimo?
Quando negli Allievi, che di solito hanno 15 anni, avevo portato un dodicenne.
E lì sì che si scomodava persino il presidente della LND, perché “a rischio l’incolumità fisica e psichica del ragazzo”.
Peccato che il dodicenne avesse barba e attributi doppi della maggior parte dei maggiorenni.
Non si fece male e fece pure due gol.
Ma il giorno dopo i genitori vennero da me, aizzati dal solito traffichino del settore giovanile (presente in ogni squadra), e mi dissero:
“No, noi le siamo grati, ma Giovanni deve giocare con i suoi coetanei”.
A questo punto mi direte: ma cosa c’entra tutto questo con l’ennesima brutta figura dell’Italia ai Mondiali, di cui tanti mi chiedono parere e soluzione?
C’entra eccome.
Perché i settori giovanili del calcio – e dico calcio perché nella maggior parte degli altri sport certi traffici non sono possibili – funzionano così per due motivi.
Il primo: il calcio è forse l’unico sport in cui, anche se metti uno o due “negati”, rischi di non accorgertene se gli altri sono bravi e gli avversari non eccellenti.
Negli altri sport è impossibile: nel basket in cinque lo vedi subito, nella pallavolo pure, nella pallanuoto idem, e poi tennis, nuoto, sci, canoa, ginnastica… non se ne parla nemmeno.
Secondo motivo: il dio denaro.
Dov’è? Solo nel calcio, dai 100.000 in su.
C’è chi ha dato del dilettante a chi salta con l’asta o ai ciclisti… ma non è un’eresia: perché solo il calcio permette certe distorsioni.
E lo schifo totale, se si vuole vedere, è evidente.
Quando Antonio Cassano – diciamo la meno autorevole voce del calcio – dice che non c’è più l’oratorio, che non ci si diverte più, che già a 6 anni senti dire “stai basso, costruisci da dietro, palla nello spazio, sovrapposizione”… lì capisci che c’è aria viziata.
Regole che cosa fanno?
Strozzano l’estro. Eliminano il talento.
Non c’è più chi prova la rovesciata o il colpo di testa in tuffo.
La palla va messa in mezzo, sul secondo palo, si parte da dietro, non importa il rischio… e se prendi gol, pazienza.
Poi magari qualcuno ci scommette pure sopra.

Gian Piero Ventura
Io seguo il calcio dal 1972, dal gol di tacco a San Siro di Roberto Bettega al Milan, e vi dirò:
sono stato tra i pochi a non infierire sulla mancata qualificazione dell’Italia di Gian Piero Ventura, perché avevo capito che non si poteva andare a fare brutte figure con quella squadra.
E anche sull’Europeo, spiace per Gianluca Vialli, ma quell’Italia non doveva arrivare neanche in semifinale.
I risultati degli anni dopo lo hanno dimostrato.
E c’è di più: negli ultimi anni, a parte la Diletta Leotta su DAZN, si vedono cose da far paura, e si sentono commenti di giornalisti ed ex calciatori imbarazzanti.
Poi ci si stupisce se Massimiliano Allegri dice ad Daniele Adani:
“Tu stai zitto, leggi i libri e parli pure di calcio che sai zero”.

Daniele Adani e Massimiliano Allegri
E sui settori giovanili dice le stesse cose che vi ho detto.
Si dice di copiare Spagna, Inghilterra, Francia, Belgio.
Io aggiungo: forse se copi l’Udinese va bene, anzi benissimo.
Ma non puoi farlo, perché ci sono troppi squali affamati.
A seconda della categoria: panino con la frittata o champagne e caviale.
Poi senti tecnici come Roberto De Zerbi parlare di tiki-taka, o altri dire che questi saranno gli anni di Pep Guardiola… e ti metti il cuore in pace.
Perché lì ci sono i talenti. Qui no.

Roberto De Zerbi e Pep Guardiola
In realtà – brutto a dirsi – ha ragione Allegri: il calcio è cambiato quando è stato eliminato il passaggio indietro al portiere.
Quella sì che è stata una rivoluzione.
Il resto sono parole: esterno troppo alto, scalata in ritardo, uscita non sincronizzata…
L’altra sera si è visto dove siamo finiti: niente più “culo” degli anni in cui si conquistavano rigori allo scadere – Australia 2006, non Brasile o Argentina – o la Corea 2002 con Byron Moreno.
Subito eliminati, però “intanto ci siamo andati”.
Io dico: meglio così.
Perché poi incontri la Francia, con quel dream team, e non li prendi neanche con la moto di Bezzecchi.
Almeno così ci concentriamo sul campionato… e sugli insulti.
Il karma, dicono.
Simulare su Kalulu e poi essere espulsi…
E allora giriamo canale.
Magari passa Andrea Kimi Antonelli su Mercedes,
l’Italia che vince in Davis, nella pallavolo, nel motociclismo, e Jannik Sinner che fa dire agli avversari: “l’italiano è durissimo”.

Gennaro Gattuso
Mentre nel calcio non sappiamo più neanche tirare un rigore.
La Bosnia, con ragazzi di 20 anni e il “nonno” Edin Džeko, li tira come insegnavano Vujadin Boškov e Giovanni Trapattoni:
destro, sinistro, alto o basso… ma lontano dal portiere.
E invece noi…
E lasciatemi aggiungere: se continua così la situazione internazionale, chissà se il Mondiale si farà.
E magari ci sarà pure il ripescaggio dell’Italia.
Così Gennaro Gattuso potrà dire:
“La Bosnia crossava, poi crossava ancora… ma ci facevano il solletico”.
Complimenti per la super spocchia, caro Ringhio.
