ORMUZ ARRUSSO, IL TERRONE PULCINELLA E IL POLENTONE ARLECCHINO GIOCANO A BRISCOLA COL NUCLEARE (MENTRE IL MONDO GUARDA LA PARTITA IN BIANCO E NERO)

ORMUZ ARRUSSO, IL TERRONE PULCINELLA E IL POLENTONE ARLECCHINO GIOCANO
A BRISCOLA COL NUCLEARE (MENTRE IL MONDO GUARDA LA PARTITA IN BIANCO E NERO)
(Monologo satirico da cabaret di Antonio Rossello)

(Il cabarettista sale sul palco, prende il microfono, lo fissa per qualche secondo, poi sorride)

Prima di cominciare, una precisazione per i nerd trentenni che hanno già aperto Wikipedia sul cellulare. “Arrusso” che vuol dire? Ve lo spiego io, che Wikipedia qui dentro non prende. “Arrusso” è una parola del sud, di quelle che profumano di terra e di salsedine. In calabrese, in siciliano, in pugliese, “arrusso” vuol dire “rosso”. Ma non il rosso elegante delle Ferrari o delle rose: no, il rosso della faccia di uno che ha preso una martellata sul dito, il rosso della ruggine che si mangia le ringhiere, il rosso del fuoco quando scoppia e non lo spegni più. Ecco, lo Stretto di Hormuz in questa storia è “arrusso” come una brasatura incandescente, come il conto in rosso dei mercati, come gli occhi di Pulcinella dopo l’ennesima grappa. E adesso che lo sapete, partiamo.

Buonasera a tutti, nerd trentenni, reduci da serate passate a debuggare codice in Python mentre la vostra lavastoviglie perde acqua e vostra madre vi chiede se avete mangiato.

Seduti al bancone di questo bar dell’esistenza, con un Peroni annacquata in mano, vi faccio una domanda ontologica: avete presente quando due vostri amici, dopo la terza grappa, iniziano a discutere su chi ha ragione riguardo a una partita di calcio di trent’anni fa, tirando in ballo falli laterali, fuorigioco millimetrici e la formazione dell’Inter del ‘98?

Ecco, la geopolitica mondiale nel 2026 è esattamente questo. Solo che al posto della grappa c’è l’uranio arricchito, e al posto della formazione dell’Inter ci sono i missili ipersonici. E i due amici sono Pulcinella e Arlecchino. Li vedete? Sono lì, nell’angolo più buio del bar, con le loro maschere mezze storte, che giocano a briscola con le stesse carte da quarant’anni.

Il tavolo da gioco è lo Stretto di Hormuz, che per chi non lo sapesse è quel pezzettino di mare dove transita il venti per cento del petrolio mondiale. Roba da niente. Pulcinella, che nella nostra commedia dell’arte geopolitica incarna l’Iran — e lo incarna con un terronismo indefesso, con quell’astuzia disperata di chi sopravvive da millenni a colpi di cibo piccante e resistenza passivo-aggressiva — ha appena calato un carico di missili e droni contro una petroliera negli Emirati Arabi Uniti. E cosa fa Arlecchino? Arlecchino, che è il nostro Donald Trump, il polentonismo da fiera per eccellenza, quello che scende dal palco con la piuma sul cappello e i dazi in tasca, cosa fa? Minaccia di far sparire l’Iran dalla faccia della Terra, salvo poi, il giorno dopo, dire che in fondo è solo una mini-guerra, che tanto Teheran non ha più né marina né aeronautica, e che senza di lui ci sarebbe la terza guerra mondiale.

E niente, la commedia dell’arte prevede che i due si prendano a schiaffi per tre atti, mentre il pubblico (cioè noi) paga il biglietto con le accise sulla benzina. Ma analizziamo la partita con l’occhio clinico del telecronista d’antan. Quelli che usavano la lavagnetta luminosa, per capirci. Quelli che ti spiegavano il catenaccio con un gessetto in mano. Perché la verità è che questo conflitto è una partita di calcio in bianco e nero, giocata su un campo di fango, dove il pallone è una bomba atomica e l’arbitro è un algoritmo di intelligenza artificiale ubriaco.

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Primo tempo: gli Stati Uniti e Israele, il 28 febbraio 2026, lanciano un’operazione militare chiamata “Epic Fury” — “Furia Epica”, roba da raid su Twitch — bombardando l’Iran e assassinando la Guida Suprema Ali Khamenei. Non proprio un intervento chirurgico, diciamo più un check-up completo con una mazza da baseball. In tribuna stampa, i giornalisti occidentali applaudono. Ma come ci ricordano le telecronache di una volta, una partita non finisce mai al primo gol. L’Iran, che nella nostra metafora è il Cagliari di Gigi Riva in trasferta a San Siro — quello che sembrava dovesse prendere cinque gol e invece — risponde chiudendo lo Stretto di Hormuz. Lo Stretto. Il collo di bottiglia del petrolio mondiale. Una mossa che, per capirci, equivale a parcheggiare un Tir di traverso sulla A4 il giorno dell’esodo estivo.

Da lì, una serie di colpi di scena. Arlecchino Trump, nel suo stile inconfondibile, annuncia dazi del cinquanta per cento su qualsiasi paese che fornisca armi all’Iran. Il cinque maggio 2026, l’operazione “Project Freedom” — che sembra il nome di un energy drink — prova a scortare due navi attraverso lo Stretto. Risultato? Sei motovedette iraniane affondate, una nave sudcoreana in fiamme, e cinque civili uccisi, secondo Teheran. La partita è un bollettino di guerra, ma Arlecchino su Truth Social scrive: “Grandi progressi verso un accordo definitivo”. È come sentire un telecronista che commenta un autogol dicendo: “Che bella giocata, peccato la porta fosse dall’altra parte”.

E qui entra in scena la vera quintessenza della commedia dell’arte: il negoziato di pace. Siamo a Islamabad, Pakistan. Il mediatore è un paese che, diciamocelo, ha una sua certa esperienza nel gestire situazioni ingestibili. Si siedono intorno a un tavolo, indirettamente, le delegazioni di Stati Uniti e Iran. Parlano per ventuno ore. Ventuno. Il tempo di vedersi tutto il Signore degli Anelli, versione estesa, con le pause per i pop-corn. Risultato? Niente. “È naturale che non si sia raggiunto un accordo in un solo incontro, data l’atmosfera di sfiducia”, commenta il portavoce iraniano. In pratica è come dire: “Siamo andati al primo appuntamento, ci siamo presi a insulti, è normale che non ci sia stato il bacio finale”.

Ma Pulcinella è un maestro della sopravvivenza. Lui sa che la partita non si vince con la forza bruta, ma con la furbizia. Lascia che Arlecchino sprechi energie, annunci, tweet. Poi, quando l’avversario è stanco, tira fuori la contromossa. La proposta iraniana in quattordici punti. Quattordici punti che prevedono, tra le altre cose, che la gestione dello Stretto di Hormuz non tornerà mai più come prima. “Stretto di Hormuz non tornerà alle condizioni precedenti”, tuona il ministro degli Esteri iraniano. Tradotto dal linguaggio diplomatico: “Ora il parchimetro lo gestisco io”. Per giunta, annuncia che gestire Hormuz è più importante che acquisire armi nucleari, che è come dire: “La mia arma segreta è che il mondo ha bisogno del mio petrolio”. E funziona, perché Arlecchino, che ha costruito la sua carriera sulla finanza e sul petrolio, capisce solo il linguaggio dei soldi.

Ed è a questo punto che la commedia raggiunge il suo apice metafisico. Trump sospende Project Freedom dopo appena due giorni. Due giorni. Il tempo di un fine settimana al mare. Motivo ufficiale: “Grandi progressi verso un accordo”. Motivo reale: “Mi hanno detto che se continua così, il petrolio sale a duecento dollari al barile e i miei amici del golf club mi tolgono il saluto”. Arlecchino è un polentone da fiera, ma non è stupido: sa che la sua poltrona dipende dal prezzo della benzina, non dai missili.

Ora, io vi chiedo, pubblico di nerd trentenni con la passione per le telecronache d’antan: vi ricordate la partita del secolo? Italia-Germania 4-3, Messico ‘70? Quella partita è diventata leggenda perché è stata giocata fino all’ultimo respiro, con i calciatori stremati che continuavano a correre. Ecco, la differenza tra quella partita e questa farsa è che lì si correva per vincere. Qui si corre per non perdere la faccia. Pulcinella e Arlecchino non vogliono la pace. Vogliono che l’avversario ammetta di aver perso. Ma nessuno dei due può permettersi di perdere. E allora continuano a giocare, a oltranza, con il mondo intero che guarda e paga il biglietto.

La telecronaca finale, quella che resterà negli annali, la canterà l’ubriaco di turno. Perché, come intonava mio nonno al bancone, con il bicchiere che tremava: “Garibaldi fu ferito, Garibalda fu farata, la battaglia l’ho già data, ma la pace non l’ho vista mai”. E questa pace, signori miei, è proprio come la canzoncina: un motivetto orecchiabile che ripeti a memoria, ma non ha né capo né coda, finisce sempre con un calcio nel sedere e nessuno si ricorda la strofa successiva perché non esiste. È un’ombra su un muro di cinta color “arrusso”. È Pulcinella che ride senza far rumore e Arlecchino che inciampa nel suo stesso copione.

E la prossima volta che vedrete il prezzo della benzina salire, non incolpate il benzinaio. Incolpate la commedia dell’arte. E stappatevi un’altra birra, che questa partita non è ancora finita. Grazie, e buona serata.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “ ORMUZ ARRUSSO, IL TERRONE PULCINELLA E IL POLENTONE ARLECCHINO GIOCANO A BRISCOLA COL NUCLEARE (MENTRE IL MONDO GUARDA LA PARTITA IN BIANCO E NERO)”

  1. Usare la maschera della commedia, Pulcinella e Arlecchino, per raccontare qualcosa di molto meno leggero e una mossa azzeccata. Un mondo ridotto a partita truccata, dove i protagonisti recitano ruoli caricaturali mentre la posta in gioco è altissima. L’immagine della “briscola col nucleare” è potente e inquietante: banalizza volutamente il rischio per denunciare proprio la sua normalizzazione. Ne esce un ritratto amaro, quasi grottesco, in cui il conflitto diventa spettacolo e il pubblico resta a guardare… in bianco e nero, come se nulla fosse cambiato. Davvero bravo Rossello anche negli altri suoi articoli

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