Oltre l’etichetta: come l’azione di governo di Giorgia Meloni trasforma la destra in sinistra operativa e perché questa è la vera novità della Terza Repubblica
Oltre l’etichetta: come l’azione di governo di Giorgia Meloni trasforma la destra
in sinistra operativa e perché questa è la vera novità della Terza Repubblica
Editoriale di analisi politica
Nel pantano della politica italiana contemporanea, tra mosse e contromosse, promesse e smentite, provocazioni e infigimenti, non è più un eccesso concettuale sostenere che l’azione politica di Giorgia Meloni non sia più, o non sia stata mai, semplicemente un’azione di destra, almeno per come si intende la destra nel linguaggio politico classico. È infatti alla luce delle scelte concrete dell’esecutivo — quelle che contano, che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e che riformano l’architettura istituzionale ed economica del Paese — che la grande trasformazione in atto si rivela per ciò che è: un governo che, formalmente di destra, in sostanza governa alla sinistra della narrazione politica tradizionale, adattando e reinterpretando politiche sociali, economiche e di bilancio in modi che smentiscono più volte gli asserti ideologici con cui essa fu eletta.
Le misure adottate nel corso di questi anni, a partire dal bilancio — che ha incluso tagli fiscali alle classi medie, nuovi oneri per banche e assicurazioni per finanziare interventi sociali e fiscali e una riduzione del deficit pubblico con un occhio alle famiglie, al lavoro, alle imprese e alla sanità — esprimono una tensione politica atipica rispetto al profilo descritto in campagna elettorale. La narrazione di un governo rigido sulla spesa e conservatore nei diritti si scontra con scelte che hanno introiettato elementi di redistribuzione sociale e intervento pubblico diretto.
Non meno significativa è la gestione delle politiche di welfare: la revisione di schemi di sostegno come il reddito di cittadinanza, con la sua abolizione per alcune categorie e la creazione di meccanismi di inclusione e supporto al lavoro, è stata presentata come rigore ma produce al contempo effetti che assomigliano a politiche attive del lavoro tipiche di governi non conservatori. Anche le modifiche all’IRPEF, con una riduzione per scaglioni intermedi e una pressione fiscale complessiva che resta significativa, mostrano un tentativo di bilanciare richiami alla competitività con misure di sollievo per famiglie e lavoratori.

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Questa apparente ambivalenza — destra a parole, sinistra nei fatti quando si tratta di redistribuzione o di welfare diretto alle fasce più vulnerabili — crea non solo una frattura tra identità programmatica e risultati di governo, ma anche una spaccatura nell’arena politica: il centro tradizionale, incapace di definire una propria narrazione e un proprio progetto, è evaporato; la sinistra istituzionale, incapace di tenere insieme opposizione, mobilitazione sociale e visione, appare scombussolata di fronte a questa metamorfosi.
È questo il cuore pulsante della novità politica della cosiddetta Terza Repubblica italiana: il profilo ideologico del governo Meloni non è rigidamente riconducibile alla destra classica come la si intendeva negli ultimi decenni. La leadership meloniana ha dimostrato una capacità di triangolazione pragmatica — adattare linguaggi e simboli di destra per legittimare politiche che altrimenti sarebbero state la bandiera di una sinistra sociale — capace di neutralizzare l’opposizione e di attirare consensi nelle fasce medie e popolari del Paese. Il risultato è un quadro in cui la destra “parlata” si riflette in politiche “pratiche” che guardano più alla coesione sociale e alla stabilità economica che alla rigida applicazione di dogmi conservatori.
All’interno di questo quadro si inserisce la figura e la scelta di autonomia di figure come Roberto Vannacci con Futuro Nazionale, un segnale di tensione interna nel campo della destra che rivendica identità più radicali rispetto alla traiettoria governativa meloniana: un elemento che, lungi dall’indebolire la novità di questo quadro, la conferma. La destra che non accetta questa sintesi “sinistrorsa” nel concreto governo si stacca e si ricompone altrove — a destra della destra — ponendo un tassello ulteriore alla metamorfosi politica in corso.
Questa trasformazione, più ancora che i numeri prospettici di consenso o le astrazioni ideologiche, è la cifra della politica italiana contemporanea: un governo che in nome di un’identità definita come “di destra” conduce politiche che, per risultati pratici e per destinatari privilegiati, rispecchiano tradizionali strumenti di protezione sociale e redistribuzione. È questa la vera novità — e forse la sola novità duratura — dell’orizzonte politico della Terza Repubblica italiana. È qui che si gioca la differenza tra parola pubblica e azione di governo reale, e qui risiede il terreno su cui il dibattito politico dovrà confrontarsi nei prossimi anni.
