Noterelle a margine della festa della Repubblica e delle polemiche che l’hanno accompagnata

Noterelle a margine della festa della Repubblica
e delle polemiche che l’hanno accompagnata

2 giugno 1946: referendum per decidere la forma istituzionale dello Stato. Affermazione di misura e aspramente contrastata – non senza validi motivi – della repubblica, grazie soprattutto al voto del nord, che già aveva voltato le spalle alla monarchia. Un voto politico al quale per la prima volta in Italia partecipano le donne dopo mezzo secolo di tira e molla, con le suffragette di casa nostra, che, osteggiate a lungo dalla sinistra – anche per la loro identità borghese – e dalla destra clericale e monarchica, avevano trovato una sponda in Mussolini senza però un seguito concreto perché occasioni per votare non ce n’erano più state. Nel dopoguerra, quando in quasi tutto il pianeta le donne avevano acquisito il diritto di voto e sarebbe stato impossibile negarglielo in Italia, fra il democristiano De Gasperi e il comunista Togliatti era proprio il secondo ad essere più riluttante; e mi si consenta di testimoniare che i compagni avrebbero volentieri escluso le donne dalle elezioni politiche perché secondo loro erano manipolabili dai preti. Ora si sente dire che l’emancipazione della donna è una conquista della sinistra progressista e liberale e si fa passare il messaggio occulto che sia uno degli effetti benefici della lotta partigiana contro il fascismo. Nessuno che si prenda la briga di ricordare il buon Turati, padre del socialismo italiano, o Giovanni Giolitti, il simbolo dell’Italia liberale, entrambi sostenitori della donna alla conca o, per rimanere ai Padri Costituenti, Ferruccio Parri, che non voleva che l’angelo del focolare si sporcasse le mani con la politica.
Ma facciamocene una ragione: l’Italia è una repubblica fondata sulla menzogna e il rovesciamento della realtà, capace di celebrare la disfatta con un inno nazionale che celebra la vittoria, schiava di Roma.

2 giugno 1946: nascita della Repubblica, una ricorrenza da celebrare ogni anno con una parata militare. È legittimo chiedersi: servono ancora le forze armate? Di sicuro non per offendere, ci mancherebbe, lo vieta l’art. 11 della Costituzione; ed è dubbio che valga la pena spendere decine di miliardi solo per mostrare muscoli di acciaio e farsi belli con gli amici. Ma l’Italia, si obietta, avrà bene il diritto di difendersi dai droni e dai missili nemici. Forti di questo argomento stringiamci a coorte e bla bla bla, tutti d’accordo sul riarmo e se a farne le spese sono lo stato sociale, la sanità la scuola, pazienza; del resto, dice l’ineffabile Massimiliano Salini di Forza Italia, buttiamo via 300 miliardi di euro per i pensionati che non si decidono a togliere il disturbo cosa vuoi che siano 150 miliardi da qui al 2035 per la nostra sicurezza.

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Il fratello d’Italia, il forzista – ma anche il leghista, per non dire dei “moderati”, che di moderato sembrano avere solo il cervello – evitano accuratamente un dettaglio non secondario: chi ci potrebbe attaccare e da chi dovremmo difenderci, lasciando intendere al popolo bue una minaccia da est, l’orso russo pronto a darci una zampata, convintamente confermata dal Pd. E siccome nonostante le bufale di Meloni, Crosetto e dei loro compari della sinistra da est non c’è traccia di minaccia per l’Italia (teoricamente potrebbero venire dalla Slovenia impazzita che rivendica l’eredità titina e fa sue le ambizioni su quel che resta della Venezia Giulia ma è un’ipotesi che fa sorridere tenuto conto dell’irrilevanza dello staterello illirico, non certo dalla Russia con la quale non c’è alcun motivo di conflitto) si dovrebbe concludere che le spese militari sono soldi buttati di via o, peggio, sono destinati a sostenere il disegno perverso del Regno Unito e della Germania revanscista di una guerra mondiale che restituisca loro il rango di grandi potenze. Quindi nessuna minaccia, nessuna necessità di difenderci
Non è così. Ancora una volta politici e media italiani – in realtà antitaliani – alzano un fitto polverone per nascondere un pericolo reale, che non viene dall’Europa orientale o dal Catai ma dai nostri vicini del medio oriente, che sono sì gli invasori musulmani provenienti dal Maghreb e dall’Africa subsahariana ma è soprattutto Israele. Lo stato ebraico ha infilato i palestinesi in un cul de sac e in Libano si cimenta in un tiro al piccione contro la popolazione inerme, con l’obbiettivo di ripulirlo e incorporarlo nel “Grande Israele” col pretesto di Hezbollah, che si limita a difendere la propria terra, non ha niente in comune con Hamas ed è completamente estraneo al massacro del 7 ottobre e al terrorismo sunnita.
Lo scenario che dovranno affrontare gli italiani quando l’attuale ceto politico sarà spazzato via – perché nulla, per fortuna, è per sempre – è terrificante. All’interno del Paese dovranno fare i conti con la presenza massiccia e organizzata di immigrati di seconda e terza generazione inferociti contro gli italiani e sull’altra sponda del Mediterraneo con una pressione incontenibile sui nostri mari e sulle nostre coste di decine di milioni di persone pressate da sud e da est, con Israele incontenibile e gli stati arabi suoi alleati che fanno muro e già ora finanziano i flussi migratori diretti verso l’Italia. Sarà inevitabile un conflitto diretto con Israele, del quale già ora si vedono i prodromi e non solo per contenere e respingere l’invasione indotta dallo Stato ebraico ma per riaffermare una presenza sul mare nostrum senza la quale l’Italia è destinata a soffocare.

Altro che esercito europeo. L’Italia, che dovrà lottare per la sopravvivenza, ha già ora interessi strategici che non hanno nulla a che vedere con quelli della Francia neocolonialista, con la Germania che scopertamente ha preso il testimone del nazismo, con il livore russofobo dei polacchi e dei paesi baltici. Tantomeno con l’Inghilterra, che non si rassegna alla marginalità alla quale l’ha condannata l’amico americano.
L’Italia ha effettiva necessità di difendersi non dai mulini a vento ma dai suoi veri nemici e per farlo non solo deve mantenere il passo tecnologico in ambito militare ma deve assicurarsi alleanze solide con i Paesi dai quali non ha niente da temere, in primis la federazione russa e, su più ampia scala, tutto il blocco Brics, mantenendo nel contempo, con opportune garanzie politiche, buoni rapporti economici e commerciali con gli Stati Uniti.

Resta inteso che queste considerazioni hanno un senso se la società italiana, il popolo italiano, sarà in grado di recuperare l’identità e la coscienza nazionale che ora sembra aver perduto sciogliendosi in un universalismo scialbo e stuporoso, che è ben altra cosa rispetto al sacrosanto riconoscimento della comune umanità e dell’universalità di una civiltà autentica, alle quali si contribuisce salvaguardando il proprio patrimonio e la propria originalità linguistica, storica e culturale.

Pierfranco Lisorini

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