Note a margine di Xenia : Xenia II, 5

Xenia II, 5
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni scalino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Il poeta rimpiange il tempo in cui, con la compagna di una vita, ha sceso “almeno un milione di scale”.
Sceso, perché la vita è fin dal primo momento una discesa verso la morte. Ma percorsa in due non si percepisce “il vuoto ad ogni gradino” come accade invece agli uomini “spaiati” che non sanno come e se toccheranno terra.
La discesa di cui si teme la fine ma di cui mal si sopporta il peso, è tanto più lunga quanto è più vuota.
Il lutto trasforma gli anni che sembrano giorni in giorni che sembrano anni.
Tuttavia lo scendere un milione di scale, al di là della esagerazione retorica, è anche un dato realistico e Montale, come spessissimo fa, parte dalla concretezza di un fatto, che in questo caso è consequenziale alla quasi cecità di Mosca: darle il braccio perché sulle scale non inciampasse. Chiaro che subito si impone la metafora del sorreggersi reciprocamente per reggere ai colpi inevitabili che ogni vita ha in serbo. Che è una metafora congrua. E tuttavia è involontariamente ingannevole perché pare che introduca e quasi inviti ad una interpretazione della parte centrale della lirica che abbisogna di una distinzione nei commenti sempre negletta.
Quando, con soggetto il viaggio, si legge: “Il mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede” si tende ad omologare la valenza degli elementi in elenco, anche perché Montale non fa nulla per dimostrarne formalmente, in sintassi, la natura in qualche misura diversa.
Ma una differenza di campo semantico sembrerebbe invece esserci.
Una cosa infatti è la coppia data da coincidenze e prenotazioni, e un’altra la coppia trappole e scorni. La semantica cambia. Non solo. Cambia anche, per così dire, la gestione.
Fermo restando che il tutto è retto dal verbo “occorrono”, e che esso in questo contesto significa “mi riguardano”, le coincidenze e le prenotazioni sono sineddochi del senso pratico e organizzativo di Mosca, mentre le trappole e gli scorni sono sineddochi di ciò da cui Mosca difende col suo “radar di pipistrello” sé e il compagno. Al quale però adesso pare che tutto questo non importi più; né delle incombenze quotidiane, né del giudizio della gente, lasciato alla sua ( della gente ) realtà, che ha cominciato ad essere, da tempo ormai, sempre meno la sua ( del poeta ): “Poi come s’ uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi case colli per l’inganno consueto. / Ma sarà troppo tardi, ed io me n’andrò zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.
La seconda strofa ha l’inizio in anafora con la prima, ed anche il resto del verso è concettualmente in anafora se non fosse che rispetto al resto del primo verso viene invertita la proposizione modale; pertanto si tratta di una ripetizione che ha la funzione di rimarcare questo sodalizio affettivo ed esistenziale, ma che non aggiunge nulla. Cosa che invece accade col verso successivo: non si trattava solo di una convenienza reciproca paritariamente distribuita “perché con quattr’occhi forse si vede di più”.
Si trattava per paradosso del fatto che uno dei due, lui, aveva capito che la confidenza di scendere quelle scale potevano dargliela solo quegli occhi offuscati, di cui si fida e a cui si affida come un cieco al suo cane fedele.