Note a margine di Xenia: Xenia II, 3

Xenia II, 3

L’abbiamo rimpianto a lungo l’infilascarpe,
il cornetto di latta arrugginito ch’era
sempre con noi. Pareva un’indecenza portare
tra i similori e gli stucchi un tale orrore.
Dev’essere al Danieli che ho scordato
di riporlo in valigia o nel sacchetto.
Hedia la cameriera lo buttò certo
nel Canalazzo. E come avrei potuto
scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?
C’era un prestigio ( il nostro ) da salvare
e Hedia, la fedele, l’aveva fatto.

 

A conferma che gli Xenia vanno letti in una prospettiva di macrotesto, questo riferimento dato dal verso “tra i similori e gli stucchi un tale orrore”. Che si può capire adeguatamente solo se messo in relazione con altre suggestioni, in particolare quella di Xenia I, 3: della “falsa Bisanzio del tuo albergo / veneziano”.
In buona parte l’ermetismo montaliano si scioglie infatti non decodificando analogie, ma ricostruendo il retroterra dei dati presentati senza contestualmente presentare il loro storico, fenomenologicamente esplicativo.
Là, tra i similori e gli stucchi ( e tutti gli altri ammennicoli rappresentanti del kitsh da salotto di nonna Speranza che possiamo immaginare sottintesi ), l’infilascarpe sta come un’autoaccusa. Unico oggetto autentico, umilmente utile, molto vissuto e attempato, antico e non anticato, con la sua ruggine addosso, era diventato via via un oggetto speciale.
“Può accadere che un oggetto insignificante diventi per noi un concentrato di passato, assumendo così una funzione di totem. Io portai con me, per lunghi anni, un corno di metallo arrugginito, un infilascarpe” [ Eugenio Montale, da “Auto da fé” ].
Più che un oggetto, un ospite in valigia. Anche per la sua forma a cornetto di amuleto scherzoso e augurale: sebbene gli auguri non servano a niente, fa piacere farseli e insieme goderne gli effetti certo casuali ma comuni e condivisi, quantomeno in una speranza da non sperare da soli.
L’infilascarpe “condivideva” ormai con Montale e Drusilla un lungo tratto di strada.
E se la ruggine è vera ruggine, non è kitsh e perciò stona con tutto il resto che, al kitsh uniformato, si salva nella serialità. Esteticamente. Ne deriva che se l’infilascarpe è latta arrugginita, stona chiederne la ricerca. Socialmente. “C’era un prestigio ( il nostro ) da salvare”.
L’esitazione sul da farsi, risolve.
Hedia ha il tempo di trovar il calzante e di buttarlo.
Il poeta in un certo senso le è grato. La definisce “fedele” perché lo toglie dall’imbarazzo: tronca i suoi tentennamenti e ( lui immagina ) getta l’oggetto senza valore ( lei immagina ) nel Canalazzo.
Orbene, l’allitterazione tra “Canalazzo” e “pezzaccio” appare francamente forzata. Tuttavia c’è un modo di intenderla che la riscatta ed anzi la giustifica pienamente, ed è quando fosse stata intesa per sottolineare due legami d’affetto.
Espresso in modo inusuale, accade però che un sostantivo dispregiativo venga usato per apprezzare anziché disprezzare. Si usa cioè l’alterazione per inviare un messaggio contrario a quello canonico che vorrebbe la grammatica, e attraverso un tale contrasto, si mira ad enfatizzare l’importanza e l’attaccamento ad una cosa; più che se l’enfatizzazione fosse attuata in via diretta.
“Canalazzo” per i veneziani è tutt’altro che un dispregiativo della via d’acqua più celebrata al mondo. Perciò dire che un oggetto scadente ( pezzaccio ) viene gettato nel Canalazzo è mettere le due cose sullo stesso livello.
Quel che materialmente fa Hedia per liberare la stanza, dal poeta viene percepito in maniera metaforica, perché trova in quel gesto il paradigma dei suoi sentimenti, e la raffigurazione, appunto, della sua colpa, del suo cedimento alla convenienza sociale.
La quale è riuscita a schiacciare la valenza di umanizzazione che al calzante si era col tempo tributata: “L’abbiamo rimpianto a lungo l’infilascarpe / il cornetto di latta arrugginito ch’era / sempre con noi. Pareva un’indecenza portare / tra i similori e gli stucchi un tale orrore”.
L’episodio viene sentito come un’abiura. E perciò “rimpianto” sta insieme a pentimento, infatti non è possibile rimpiangere “a lungo” un oggetto, di per sé senza valore, facilmente sostituibile.
E’ questa componente di tradimento ( verso l’infilascarpe ma in realtà verso la propria sensibilità ) e l’essersi scoperti, lui e Mosca, condizionati più di quanto non pensassero, che diventa in definitiva rammarico, pentimento.
L’infilascarpe ( la genuinità, la semplicità ) di fronte ai similori e agli stucchi ( la convenienza, l’apparenza ). Il sacrificio del primo sull’altare dei secondi.
E la fedeltà di Hedia che “risolve” il contrasto con disinvoltura e senza che le sorgano dubbi sul da farsi.
E’ fedele, dunque, nel senso che è fedele alla mentalità dominante, e tanto che le pare naturale includervi il poeta il quale è certa che si offenderebbe se fosse avvisato del ritrovamento, perché è come se lei lo considerasse dappoco se bisognoso di così poco.
Il calzante, dunque, era buono solo se tenuto nascosto. Gli stigmi sociali sono molto più tenaci e forti di quanto in astratto si possa credere.
Perché poi in concreto il grande, famoso poeta di buona famiglia, non se la sente di richiedere all’albergo di cercare un malconcio calzascarpe per farlo mettere da parte in una specie di… guardaroba di sant’Ermete, o di fargliene una apposita spedizione postale.
Teme che penserebbero: il solito genovese…

In fondo, dunque, tutta la lirica si gioca su due supposizioni. Quella di Hedia che pensa l’oggetto non conti nulla per Montale e che anzi non sia da par suo per cui, atto di fedeltà e stima, coglie l’occasione per cancellare la nota stonata, e quella di Montale che non lo reclama pensando all’ironia che al “Danieli” ne avrebbero fatto.

Breve storia di un malinteso.

Fulvio Baldoino

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