Note a margine di Xenia: Xenia II, 2
Spesso ti ricordavi ( io poco ) del signor Cap.
“L’ho visto nel torpedone, a Ischia, appena due volte.
E’ un avvocato di Klagenfurt, quello che manda gli auguri.
Doveva venirci a trovare”.
E infine è venuto, gli dico tutto, resta imbambolato,
pare che sia una catastrofe anche per lui. Tace a lungo,
farfuglia, s’alza rigido e s’inchina. Conferma
che manderà gli auguri.
E’ strano che a comprenderti
siano riuscite solo persone inverosimili.
Il dottor Cap! Basta il nome. E Celia? Che n’è accaduto?
Il signor Cap era un amico; forse meglio, un conoscente di Mosca.
Tramite lei che gliene parlava spesso e che gliene riparla spinta dalle due volte in cui lo vede sul torpedone, presumibilmente affollato di altri austriaci e tedeschi frequentatori delle Terme dell’isola, la conoscenza si estende anche a Montale.
Ma appunto è minima. Tanto che per facilitare l’individuazione di Cap, Mosca è costretta a descriverglielo: l’ “avvocato di Klagenfurt, quello che manda gli auguri”.
Notazione, questa, che anticipa il “s’alza rigido” della seconda strofa, assecondando subito l’idea del teutonico che puntuale e doveroso, ordinato e preordinato, lega insieme queste caratteristiche nella ripetizione di un gesto, per poi offrirlo involontariamente nel segno di una “rigidità” diffusa, e comunque spontanea, non costruita, non di maniera. Cosa che si capisce nella seconda strofa in cui esplicitamente si constata che “a comprenderti” siano riuscite solo persone inverosimili.
Ma da che è data questa inverosimiglianza?
Proprio da questa postura schedulata: non fa le condoglianze, ma dice che manderà gli auguri.
Così era programmato e così farà.
E’ solo il comportamento automatico, meccanico, di uno che si chiama Cap e che con un nome che pare fatto apposta per fungere da apposizione abbreviativa e caricaturale di un qualche “Capitano”, si è dato degli ordini di comportamento e non vi deroga per nessuna ragione, o non è piuttosto l’espressione, si direbbe massima, di sincera partecipazione, quella che dapprima lo manda in confusione e lo fa farfugliare, e dopo un lungo silenzio reso dalla mezza riga lasciata vuota nel testo ( in cui devono essersi messi d’accordo il suo modo di essere e la realtà di cui è stato informato ), “rigido” com’è, “s’inchina”, cioè trìbuta il massimo che possa essere tributato, tanto da creare un ossimoro comportamentale che è un omaggio straordinario?
Dunque non è che messo alle strette dalla congiuntura tra lasciarsi andare allo sgomento e resettarsi secondo la sua direttiva di vita, scelga la seconda perché in lui vince la freddezza ed il distacco.
In realtà, dopo un iniziale spaesamento di fronte alla notizia della morte di Mosca, doverosamente si ricompone in una specie di omaggio all’amica che consiste nel mantenere quel contegno che avrebbe mantenuto se fosse stata ancora in vita perché così, ancora in vita, la vorrebbe, cioè mandando ( e ancor più strano, dicendolo a chi li riceverà ) gli auguri consueti.
Pochissime parole per fotografare questo personaggio, il suo essere fuori dall’ordinario nella sua straordinaria prevedibilità.
La lirica che ce lo presenta, lì per lì sembrerebbe non possedere particolari qualità; invece riesce con grande naturalezza a non farci accorgere che si passa dalla presenza di Mosca nella prima strofa, alla seconda strofa in cui si ha l’impressione che lei continui ad essere parte attiva e soprattutto viva, del dialogo; sia quando Cap viene informato della sua ( di Mosca ) morte, sia quando l’io lirico addirittura chiede notizie di Celia proprio a lei che di notizie non ne può dare su nessuno, neanche su di sé…
Determina questo trompe l’oil in generale il tono di ordinario realismo, e in particolare il verbo “venire”.
Col passato prossimo di “è venuto” sembra che sia data una risposta effettuale all’incertezza dell’imperfetto del “doveva venirci” del verso precedente e, posizionato in incipit nella seconda strofa, riprendere il discorso diretto che occupa quasi tutta la prima, e configurarsi come un paradossale aggiornamento dopo lo scarto temporale tra lei in vita e lei in morte.
“Doveva venire a trovarci” dice lei.
Difficile a questo punto sfuggire all’automatismo di “sentire” la frase senza la presenza di Mosca, e cioè senza la nostra aggiunta, antiestetica ma giustificata da una finalità esplicativa, tra parentesi quadra: “E infine è venuto, gli dico tutto, resta imbambolato, / pare che sia una catastrofe anche per lui [ il fatto che tu non ci sia più ]… /