Note a margine di Xenia: Xenia II, 14

Xenia II, 14
L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la barba di Ezra,
il Valéry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.
L’alluvione è quella di Firenze del 4 novembre del ’66.
Dato reale, come al solito, da cui parte Montale. Poi procede con un’insistita allegoria che imposta tra l’insieme degli oggetti della più varia natura conservati gelosamente ( chiusi a doppio lucchetto )in una cantina, che, appunto in allegoria, potremmo intendere come la sua anima in cui albergavano ricordi e sopravvivevano, magari un po’ ammaccati e alla rinfusa, le sue approssimate unità di misura per valutare il mondo.
L’elenco è nutrito, e il sito capovolto: par di trovarsi nella soffitta di Gozzano.
Là solo polvere, qui dappertutto acqua, su cui qualcosa sprofonda e qualcosa galleggia.
Acqua sporca, di nafta e di liquame, che squaglia i quadri e i timbri preziosi, scioglie democraticamente gli autografi di artisti celebri e gli spartiti sconosciuti dello sconosciuto cognato, intride poesie e guasta del tutto già ampiamente guastati bric-à-brac.
L’alluvione ha violato senza fare distinzioni di sorta oggetti alti e bassi, messi lì presumibilmente perché erano inutili o perché erano utili a certificare che un passato, bene o male, c’è stato.
“Eppure resta / che qualcosa è accaduto, forse un niente / che è tutto”.
Verso formalmente conclusivo dello Xenia precedente, ma in realtà trait d’union con questo quattordicesimo della seconda sezione, e ultimo.
L’alluvione strabordata dall’Arno che devasta l’arte nella città dell’arte… Cosa di peggio?
Forse l’alluvione che nel rimando dell’allegoria, sommerge tutti con la pubblicità seriale, con il profitto che dà il successo e il successo che dà il profitto, con le idee confezionate dalla televisione, con gli instant book che fiutano l’occasione, con quel che bolle in pentola delle due Superpotenze, con la scienza che non sa spiegare alla tecnica dove deve andare, con tutto che corre e non si ferma a pensare.
Tutto viene meno e, sembra, è meno.
Però ci sono stati anche gli angeli del fango… e di nuovo così riprende a latitare la “formula che mondi possa aprirti”.
Non è nemmeno da escludere che l’alluvione sia l’inizio di una dolorosa pulizia: pure sull’acqua del diluvio si naviga a vista.
Il poeta confessa di trovarsi assediato dagli “eventi / di una realtà incredibile e mai creduta”, di non essere ( e di non essere mai stato ) certo della sua identità.
Poi l’omaggio alla moglie, l’ultimo dei doni all’ospite, che chiude la poesia e chiude la parte a lei dedicata, in cui le dice che il coraggio di affrontare la vita in questo bailamme del deserto glielo ha dato lei.
Ma ha il rammarico di non essere, anche di questo, certo che se ne sia accorta.