Note a margine di Xenia: Xenia II, 11

Xenia II, 11
Riemersa da un’infinità di tempo
Celia la filippina ha telefonato
per aver tue notizie. Credo stia bene, dico,
forse meglio di prima. “Come, crede?
Non c’è più?”. Forse più di prima, ma…
Celia, cerchi d’intendere…
Di là dal filo,
da Manila o da altra
parola dell’atlante una balbuzie
impediva anche lei. E riagganciò di scatto.
Inevitabile e automatico il collegamento con Xenia II, 2. Era nel suo ultimo verso che veniva nominata Celia: “E Celia? Che n’è accaduto?” La ritroviamo ora non confinata in chiusa, come là era, un po’ misteriosamente.
Ora il piccolo mistero si scioglie. Veniamo informati che è filippina e che è ( era ) un’amica di lunga data o comunque una persona che si sentiva affettivamente legata ai Montale. Ciò come dato estrinseco.
Ma il collegamento più profondo è rappresentato da quel che muove in entrambi i casi l’aneddoto-poesia: il venire a conoscenza della dipartita di Mosca, e la reazione che ne segue. Con lo Xenia di Cap siamo praticamente in una situazione di parallelo sinottico.
La cosa davvero particolare, poi, è che la telefonata di Celia sia stata premonìta dal poeta, come se anche lei rientrasse tra le persone inverosimili dei versi “E’ strano che a comprenderti / siano riuscite solo persone inverosimili”, sempre in Xenia II, 2.
Evidentemente è questa inverosimiglianza condivisa che porta l’io narrante a credere che come Cap anche Celia sentirà il bisogno di avere notizie.
Celia è forse spinta a telefonare da un presentimento. Non si era fatta in precedenza sentire per “un’infinità di tempo”. La differenza con Xenia II, 2, sta anche nella impostazione della lirica: là Montale dialoga con la moglie morta per parlarle di Cap; qui con Celia per parlarle della moglie morta.
Lo scambio di battute è ridotto all’osso. Si lascia intendere, e non si riesce ad immaginare diversamente, che Celia abbia voluto sapere della salute dell’amica.
Sentirsi rispondere “Credo stia bene, [dico,] / forse meglio di prima” ovviamente suscita sconcerto e apprensione in Celia, che vuole accertarsi di aver compreso, per cui aggiunge: “Come, crede? / Non c’è più?”, a cui la replica: “Forse più di prima, ma… / “.
Ebbene, c’è da supporre che Celia abbia capito il significato della risposta nel senso del realmente creduto e dell’autoconsolatorio dell’io poetante, per dire che adesso almeno non soffre più, ma che non abbia invece capito quel “Forse più di prima” che non è così immediato, anche perché riguarda più Montale che la moglie, ovvero il tipico modo che egli ha di sentire maggiormente la presenza nell’assenza, l’orma più del piede.
Questo forse detto più che all’interlocutrice “Di là dal filo, / da Manila o da altra / parola dell’atlante” tra sé e sé.
Entrambi faticano a parlare. Credere che Mosca stia forse meglio di prima, e che ci sia ( che esista, se si può graduare l’essere ) forse più di prima, non le risuscita il corpo.
Quel “ma…”, quel “cerchi d’intendere…” sospensivi, segno di balbuzie, lo indicano come elemento di irrimediabilità. Perché non è solo Celia a proferire a fatica le parole, tanto da decidere drasticamente di riagganciare la cornetta, ma anche il poeta, che altrimenti non avrebbe detto:
“Impediva anche lei”.
Non era insomma la sola ad avere la voce incrinata per la morte di Mosca. Che non assume o perde gravità a seconda della distanza tra gli interlocutori. E’ assolutamente indifferente che il prefisso sia di Manila o di qualsiasi “altra / parola dell’atlante”.