Note a margine di Xenia: Xenia II, 10

Xenia II, 10

Dopo lunghe ricerche
ti trovai in un bar dell’Avenida
da Liberdade; non sapevi un’acca
di portoghese o meglio una parola
sola: Madeira. E venne il bicchierino
con un contorno di aragostine.

La sera fui paragonato ai massimi
lusitani dai nomi impronunciabili
e al Carducci in aggiunta.
Per nulla impressionata io ti vedevo piangere
dal ridere nascosta in una folla
forse annoiata ma compunta.

 

Due strofe di sei versi ciascuna. la prima di carattere privato, la seconda, pubblico.
E’ la lirica in cui forse Montale raggiunge il suo record di enjambement, otto su dieci versi ( gli ultimi di ciascuna strofa, trattandosi di enjambement, ovviamente non devono essere considerati ). E’ anche per questa particolarità che l’andamento alquanto prosastico degli Xenia, qui è più contenuto.
Si tratta di una poesia ironica, in cui si celebra il coraggio della compagna che si avventura con le sue lenti spesse nel bar di una città sconosciuta senza conoscere la lingua del luogo, ma armata solo della parola dell’oggetto del desiderio da pronunciare al barman: Madeira.
Vuole un bicchiere di Madeira.
Non si cura di avvisare, e francamente non pare neppure preoccupata di creare preoccupazione. Confida che sarà cercata e rintracciata, prima o poi. E così accade. Sicché serena e non pentita gusterà il Madeira con contorno di aragostine, presumibilmente coinvolgendo nell’assaggio il compagno, tranquillizzato dal ritrovamento e disposto, chissà, ad un brindisi di riappacificazione. Una piccola deroga di comportamento che rivela la sua innata capacità di far tesoro delle piccole cose, e questa volta in modo un po’ scanzonato.
Il tutto accade ( non per nulla? ) in Avenida da Liberdade.
Il bicchierino e le aragostine, così al diminutivo ottengono l’effetto contrario ( e voluto ) di aumentarne il piacere e l’apprezzamento in quantità inversamente proporzionale alle loro dimensioni. Danno l’idea di un piacere concentrato nonché del perdòno subitaneo per poter condividere equamente il peccato.

Cambia la strofa e cambia la scena. La serata è dedicata ( non sappiamo da quale autorità, istituzione o altro ) al poeta italiano Montale, paragonato “ai massimi / lusitani dai nomi impronunciabili / “.
Elogi che dal poeta vengono presi con autoironia. Gli dà poco credito, come suggerisce quel “e al Carducci in aggiunta” del verso successivo. Insomma, lo imbarazzano già a sufficienza i massimi lusitani, e anche il Carducci non era il caso…
Mosca è lì, nascosta tra la folla, che ascolta. Entrambi sanno in quel momento cosa pensa l’altro. Lei in platea piange dal ridere perché sa che lui, sul palco, è costretto dal bon ton per il riconoscimento che gli viene tributato, a far finta di prendersi sul serio, cosa che negli eventi ufficiali gli riesce difficile e tuttavia non può scansare.
In realtà non è che la veda davvero “piangere dal ridere”. Egli piuttosto immagina quanto Mosca si stia divertendo senza però poterlo mostrare.
E’ un quadretto che svela la grande sintonia tra i due, dove lui è in grado ( e si diverte nel farlo ) a leggerle nel pensiero. Ed è tanto coinvolto da questa sua “attività” che la presentazione che gli riservano i promotori della serata in suo onore passa in secondo piano.
E’ un momento di piccola felicità che vive Mosca, e intima. Perché certo non lo può condividere con la folla intorno “forse annoiata ma compunta”, cioè di tutt’altro umore.
Il tutto è un intermezzo, una eccezione, una pausa al male di vivere montaliano?
Sì, se il ricordo di ciò che è stato bello non rende più amaro che sia solo un ricordo.

Fulvio Baldoino

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