Note a margine di Xenia: Xenia II, 1

Xenia II, 1

La morte non ti riguardava.
Anche i tuoi cani erano morti, anche
il medico dei pazzi detto lo zio demente,
anche tua madre e la sua “specialità”
di riso e rane, trionfo meneghino;<
e anche tuo padre che da una minieffigie
mi sorveglia dal muro sera e mattina.
Malgrado ciò la morte non ti riguardava.

Ai funerali dovevo andare io,
nascosto in un tassì restandone lontano
per evitare lacrime e fastidi. E neppure
t’importava la vita e le sue fiere
di vanità e ingordige e tanto meno le
cancrene universali che trasformano
gli uomini in lupi.

Una tabula rasa; se non fosse
che un punto c’era, per me incomprensibile,
e questo punto ti riguardava.

 

A una prima lettura, l’idea inevitabile che si ha, è quella di una donna che per insensibilità o per una saggezza attinta dall’impassibilità stoica o dall’atarassia epicurea, si è salvata dal gorgo di farci i conti, giorno dopo giorno, con la morte.
Con il concetto di morte in astratto che stordisce, e con quello in concreto della morte “vissuta” nel farsi assenza definitiva di affetti persino molto caratterizzati, e perciò irripetibili ( il medico dei pazzi, la madre e la sua “specialità” di riso e rane…), che abbatte.
In tutte le evenienze elencate, le quali addirittura sconfinano nel mondo animale e che comprendono quella del padre camuffato ad osservare l’io lirico attraverso gli occhi di un bimbo ( e perciò risultando, con ironia sdrammatizzante, morto più per lei che per lui ), Mosca non è coinvolta, e resta lontana da “lacrime e fastidi” delegando la partecipazione.
Ma già a questo punto del testo ci si imbatte ( ci si imbatterebbe se non si fossero lette tutte le poesie di Xenia I ) in uno strano controcanto: in più di metà della seconda strofa si dichiara il contrario di quello che ci si aspetterebbe su una persona che non considera la morte; ovvero che tutte le sue attenzioni fossero improntate alla vita, a quegli aspetti di essa che restando in superficie non rischiano di imporre la domanda se casomai nel profondo vita e morte non si tocchino o non si compenetrino: le “fiere di vanità”, le “ingordige” [ qui si deroga un poco dalla grammatica che richiederebbe ingordigie], le “cancrene universali che trasformano gli uomini in lupi”.
Successo, ricchezze, riconoscimenti, potere… non la interessano.
Tutto ciò provoca disorientamento: che cosa mai allora interessa Mosca e le importa? Non sarà che lei sia riuscita a capire e ad attenersi a ciò che davvero conta? E a farlo con intelligenza e realismo, selezionando della vita le cose, anche minime, anche effimere, che non sono volute e cercate magari senza neanche chiaramente saperlo, come antidoto, difesa e distrazione dalla morte?
“Una tabula rasa” che così intesa  significherebbe aver fatto piazza pulita, dai baratri ai baratti.

E ora si apre la possibilità di comprendere l’ultimo rovesciamento di fronte, in cui l’io lirico è costretto a concedere, dopo la descrizione offerta in tutta la poesia sull’atteggiamento della moglie, “che un punto c’era, per me incomprensibile, / e questo punto ti riguardava“.
La possibilità, non la certezza. Perché si tratta in questo finale, di versi difficili, tutt’altro che concettualmente lineari.
La difficoltà è creata dallo scambio di visuale: prima il poeta descrive il modo tipico di ( non ) rapportarsi alla morte da parte di Mosca, poi il suo ( di Montale ), di rapportarsi alla morte di lei, con tristezza, sconforto e senso di perdita. Per cui l’io lirico, diventato dialettico soggetto-oggetto, è stupito nel vedersi nella veste di colui che non credendo all’al di là, si ritrova spinto ad aggirare questa negazione che lo costringerebbe al mutismo, costruendo un’assurda corrispondenza d’amorosi sensi a… senso unico.
“La morte non ti riguardava” in questo quadro psicologico non significa più soltanto che Mosca non si interessava della morte ( della propria e altrui ), ma che la riguardava ( l’imperfetto per significare di come la riguardasse anche da viva nei pensieri del poeta quando immaginava il tempo in cui lei lo avrebbe lasciato per sempre ) perché egli ne deve ( dovrà ) sopportare l’assenza che gli è ( gli sarà ) sempre presente.
Detto aiutandoci con la grammatica e un po’ semplificando: la morte a te non riguardava, ma riguardava te.
In questo contesto si spiega anche il fatto che il poeta andasse ai funerali, ma vi partecipasse da lontano: ragionevolmente un’iperbole per dire che vi partecipava lo strettissimo necessario affinché il suo recarvisi fosse almeno una comparsa e non una farsa seduto a distanza in un tassì.
Ecco, prima poteva servirsi di un simile escamotage.
Ma adesso che “va al funerale” quotidianamente di colei che si faceva sostituire nella cerimonia delle esequie perché la morte non la interessava ( e i funerali con tutta la inevitabile parte di facce da funerale tantomeno ), non può nascondersi a elaborare il lutto in un tassì, e da nessun’altra parte.

Fulvio Baldoino

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