Note a margine di Xenia II, 12

Xenia II, 12

I falchi
sempre troppo lontani dal tuo sguardo
raramente li hai visti davvicino.
Uno a Étretat che sorvegliava i goffi
voli dei suoi bambini.
Due altri in Grecia, sulla via di Delfi,
una zuffa di piume soffici, due becchi giovani
arditi e inoffensivi.

Ti piaceva la vita fatta a pezzi,
quella che rompe dal suo insopportabile
ordito.

 

Testo difficile, che si presta a varie ( e magari valide, senza elisioni vicendevoli ) interpretazioni. Realistico, perché sappiamo che Montale e Drusilla effettivamente si recarono sia in Grecia che a Étretat, e metaforico insieme.
Per decodificarlo giova cominciare dalla fine.
La seconda, brevissima strofa, ha infatti il sapore di un consuntivo esistenziale. Ma per arrivare ad una somma bisogna elencarne i fattori. Che qui sono tutti i versi della prima parte, necessariamente ipertrofica.
E dunque, che significa la vita fatta a pezzi?
Siamo sempre all’asserto fondamentale degli Xenia: ognuno di essi è inserito in un macrotesto e ogni lirica va letta alla luce di esso, in termini informativi, tonali e concettuali.
A questo punto la cosa da rilevare è che Mosca, in sintonia con Montale, non dimostra una gran opinione dell’idea di Storia in progress, e anzi tende a neanche considerarla e perciò è attenta al presente e alla concretezza di volta in volta costruita da tanti episodi tenuti insieme banalmente dalla contiguità spaziale e dalla continuità temporale.
Ciò rende l’ordito di essa incomprensibile e imprevedibile, e quindi “insopportabile” nella sua mancanza di senso.
In questa situazione quello che lei è disposta a salvare ( e ad accettare affinché la salvi ), sono gli episodi singoli, che sembrano appagarsi di se stessi e appagare chi ne è spettatore.
La vita fatta a pezzi, dunque, è concepirla come un retablo, non acquisendone però la narrazione con la sua logica consecutiva, ma attingendo solo ad alcuni riquadri, ai più coinvolgenti pur, di preferenza, nella loro quotidianità quando essa si rivela pregnante di mistero, al di fuori di ogni eccezionalità. Perché si tratta di squarci in cui il mistero ( dell’armonia, della possibilità di senso ) non viene risolto, ma si mostra.
Il poeta a nome della moglie ne sceglie due, con entrambi per protagonista il falco.
I falchi che sono i rapaci dallo sguardo fine, l’esatto opposto dello sguardo dell’insetto-Mosca.
Sono tutt’altra cosa di Mosca. Volano alti ed eleganti sulla terra, mentre lei è una creatura ctonia.
Eppure c’è ogni tanto un momento magico in cui le distanze si riducono fino a provocare l’incontro, la co-incidenza, a trovare “l’anello che non tiene”, la smagliatura nella rete; che permettono non certo di acquisire l’abracadabra per rispondere alle eterne domande dell’esistenza, ma di godere di un’armonia insperata, di una musica che per poco si erge sulla cacofonìa della Storia, e che della Storia pare non curarsi.
I falchi, visti davvicino, con termine univerbato a rendere più naif la descrizione nella prima parte del dittico in cui saranno considerati come bambini, e nella seconda in cui ( complice la sapiente scelta di parole con gruppi di lettere che si direbbero l’onomatopea della morbidezza: Delfi, zuffa, soffici, inoffensivi ) sembreranno una specie di palla arruffata fatta di giochi, vivacità, sfide, piume morbide e becchi immaturi, suggeriscono questo varco.
Sulla via di Delfi, dove si andava ad ascoltare le oracolari sentenze, per un attimo, “l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi ” per dire che non è necessario guardare lontano. Il varco se è, è anche qui. Ci sono momenti che bastano a se stessi.

Fulvio Baldoino

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