Mostra itinerante HeART of Gaza
Mostra itinerante HeART of Gaza
La mostra itinerante HeART of Gaza è stata ospite a Camporosso, nell’estremo ponente ligure.
Venerdì 16 gennaio, ultimo giorno di apertura al pubblico, vi è stata in concomitanza la presentazione da parte della scrittrice Giorgia Wurth del libro Che la mia fine sia un racconto, con il titolo che riprende l’ultimo verso di una lirica del poeta gazawi Refaat Alareer, ucciso con la sua famiglia in un raid israeliano nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 2023.
In mostra 49 disegni, alcuni realizzati su fogli a righe o quadrettati in assenza di fogli appositi, di bambini e ragazzi di età compresa tra i 3 e i 17 anni.
Sono opere il cui valore al di là della maestrìa artistica è dato dalla peculiarità di raccontare il genocidio durante il genocidio, e dalla drammaticità di essere state prodotte in modo più elaborato e simbolico o più abbozzato e naif a seconda dell’età, da persone che in modo innaturale per la loro età hanno vissuto la morte in agguato in ogni respiro e in ogni spazio della loro giornata, e l’hanno ripetutamente vista nei corpi straziati degli sconosciuti per strada o dei parenti e degli amici in casa, nelle scuole, nelle tende e negli ospedali.
Appesi ai pannelli della Sala Ardesia del Centro Falcone, anche alcuni cartelli didascalici della condizione in cui queste opere sono nate.
Tra essi uno, il primo, rende bene l’idea ponendo una domanda: “Cosa fanno i bambini?”. E dando una risposta: “Fanno le file, tantissime file”.
Poi, per ognuna di esse ne sintetizza la specificità e la problematicità relativa, date da cose così poco eccezionali, così intrinseche a una quotidianità per noi scontata e magari noiosa, che neppure ci verrebbe di metterla in conto come ostacolo, fatica, miraggio, agognato obiettivo di ore e a volte di intere giornate di freddo, di sonno, di piccoli stratagemmi e di attese estenuanti:
Fila per l’acqua da bere
Fila per l’acqua per lavarsi
Fila per il pane ( o la farina )
Fila per la legna o altro materiale per scaldarsi o cuocere il cibo
Fila per ricaricare i cellulari
Fila per i vaccini o per il cibo terapeutico
Fila per tentare di usare le sovraffollate latrine comuni.
Esausti da queste attese che ormai scandiscono le loro giornate, li privano del loro tempo e che possono anche non portare a nulla, tra una fila e l’altra o dopo l’ultima fila, i bambini riescono come per miracolo a fare quello che sono: a fare i bambini. A giocare un po’, a cantare un po’, a costruire sommari aquiloni e, appunto, a disegnare.
In una tenda da campo alcuni insegnanti di buonissima volontà hanno creato un minuscolo centro per piccoli artisti.
E’ da lì che provengono i 49 fogli colorati da chi, dalla propria prospettiva ed esperienza di persona ferita, o orfana, o malata, o amputata, o dispersa, e comunque costantemente spaventata, in modo più o meno crudo ci vuole trasmettere quello che ha visto e sentito dentro e fuori di sé.
I soggetti non sono strettamente monotematici.
Si va da chi piange lacrime blu mentre porta tenendolo avanti a sé un corpo che al posto della testa tranciata ha un fiore rosso, ispirato da un attacco israeliano a una tendopoli di sfollati in una zona precedentemente dichiarata sicura dove le vittime furono invece 35;
al bambino in primo piano per metà vestito di normali abiti e per l’altra metà di stracci, sullo sfondo rispettivamente di una città in cui si vive serenamente e di un’altra in cui invece di gabbiani volano missili, tutto è distrutto e in cui persino le nuvole, simmetriche anch’esse, sono più scure e minacciose;
alla rappresentazione minimalista di quello che Nour Al-Zaqzouq, 8 anni, sul retro della casa prima che fosse ridotta in macerie, ha lasciato da mangiare ai gatti;
ai disegni di Hammed Musbah Timraz, 13 anni, ucciso il 30 ottobre 2023;
alla affinità di tratto e di colori che un’autrice diciassettenne dimostra con le donne volanti di Chagall, sebbene nella sua opera non compaia la levità di qualche giovane sposa vestita di bianco ma il vaporare di una ragazzina fasciata in un sudario intessuto di quel mare e di quella spiaggia presso i quali è stata uccisa e ai quali ora ritorna come per un irrinunciabile destino di fedeltà alla sua terra violata.
Una piccola mostra. Senza ovviamente particolari pretese artistiche ( sebbene non manchino spunti davvero notevoli tenuto conto del dato anagrafico ) che ha il merito di sollevare alcune domande fondamentali, tra cui questa, forse la più inquietante: “Quanto ( e in che modo ) questi giovani artisti e i loro tanti coetanei di disavventura, potranno diventare adulti in grado di vivere portandosi inevitabilmente momento per momento incollato addosso un passato di stenti, ingiustizia, violenza e lutto, senza tuttavia giungere a pensare di riscattarlo con la vendetta?