Mitopoiesi e catabasi

 Mitopoiesi e catabasi
 Come si costruisce e si distrugge un uomo, nell’estate più torrida che la memoria degli italiani ricordi, mentre il sole trasforma la sabbia in un forno e la gente, distesa sui teli a strisce, arrostisce la propria coscienza insieme alla pelle, ignara che altrove, nei palazzi del potere e nelle redazioni dei giornali, si sta compiendo il destino di tre uomini, tre marionette nelle mani di un dio capriccioso e perverso che risponde al nome di Opinione Pubblica.

L’estate italiana, quest’anno, ha il sapore amaro del vetriolo e l’odore dolciastro della decomposizione. È un’estate che non chiede nulla, se non l’abbandono totale a un torpore bestiale, a quella felicità animale che si conquista con un costume bagnato e un bicchiere di prosecco ghiacciato. Eppure, mentre le masse giacciono inermi sotto il sole, incapaci di sollevare lo sguardo oltre l’orizzonte del proprio ombrellone, altrove si consuma un dramma antico quanto il mondo: la creazione e l’annientamento di un uomo per opera della parola scritta e parlata, di quel verbo mediatico che non ha più nulla di divino, se non la sua terribile, insindacabile capacità di condannare o assolvere.

I media nazionali, esausti dopo aver spremuto come un limone ormai rinsecchito il caso di Garlasco, dopo aver innalzato e distrutto, crocifisso e santificato a seconda del vento, si sono trovati improvvisamente spogli, nudi di fronte al vuoto. Non avevano più un carnefice da indicare, né un martire da venerare. E allora, come affamati che si gettano su un pasto qualsiasi, hanno volto lo sguardo altrove, verso tre figure che, fino a ieri, occupavano spazi diversi e lontani dell’immaginario collettivo, e che oggi si ritrovano legate da un filo invisibile, il filo di una sorte che può tramutarsi in gloria o in disgrazia a seconda di un soffio, di un titolo, di una mezza verità abilmente travisata.

I tre si chiamano Sigfrido Ranucci, Mario Adinolfi, Roberto Vannacci. Nomi che risuonano come campane a morto per qualcuno, come squilli di tromba per altri. Nomi che, in questa torrida estate, stanno vivendo il loro momento di massima esposizione, il momento in cui il fuoco dei riflettori li brucia o li trasforma in oro. Per i primi due, per Ranucci e Adinolfi, si profila all’orizzonte una catabasi. E che cos’è la catabasi, se non la discesa negli inferi? Non è la morte fisica, intendiamoci, ma qualcosa di peggio: la morte sociale, la discesa nel regno delle ombre da cui è quasi impossibile risalire, il viaggio dell’eroe che, a differenza di Ulisse, non fa ritorno. È la discesa nel girone dei dannati dell’opinione pubblica, dove la colpa non ha bisogno di essere provata per essere reale, dove l’onta ti marchia a fuoco anche prima di qualsiasi sentenza.

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Ranucci, l’uomo che per anni ha rappresentato la coscienza critica del giornalismo italiano, il paladino della verità scomoda, si trova improvvisamente dall’altra parte della barricata. Un attentato davanti a casa sua, un’amica fraterna, Valter Lavitola, che diventa il presunto mandante. E subito, come uno sciame di locuste, i media si abbattono su di lui, non per difenderlo, non per cercare la verità, ma per costruire una narrazione, per insinuare il dubbio. Ecco le chat al setaccio, ecco i telefoni sequestrati, ecco le pen drive. E mentre la Rai sospende le repliche del suo programma, mentre la politica di destra prepara esposti, mentre il suo sentiment social precipita in un abisso di negatività, Ranucci si difende, querela, grida la sua innocenza. Ma la sua voce è un sussurro in mezzo a un uragano. La sua immagine, quella dell’incorruttibile, si sta incrinando, e non importa se le accuse si riveleranno infondate o meno. Il danno è fatto. La catabasi è iniziata. Sta scendendo, passo dopo passo, verso quel regno dei morti in cui la reputazione viene sepolta viva.

La stessa sorte, o forse peggiore, tocca a Mario Adinolfi. Lui, il paladino della famiglia tradizionale, il leader del Popolo della Famiglia, il predicatore laico di valori antichi. Ed ecco che, improvvisamente, lo si scopre con le mani nel sacco. Arresti domiciliari per truffa. Un sistema piramidale, una “scommessa collettiva” che prometteva rendimenti favolosi e che invece ha portato via i risparmi di decine di persone. Adinolfi si difende con le unghie e con i denti, grida di non essere un truffatore di vecchiette, sostiene che il gioco è aleatorio, che si vince e si perde, che molti con lui hanno guadagnato. Ma la sua voce è quella di un condannato. I reati contestati sono gravi: truffa aggravata, abusivismo finanziario, omessa dichiarzione. La sua immagine di uomo retto, di faro morale, si sbriciola in polvere. Anche per lui, la catabasi è una realtà tangibile, una discesa negli inferi da cui difficilmente potrà risollevarsi, a prescindere dall’esito del processo.

E poi c’è lui, Roberto Vannacci. Il generale, l’europarlamentare, il leader di Futuro Nazionale. L’uomo che i media hanno sempre dipinto come il cattivo, il pericoloso, l’omofobo, il razzista, il fascista. Hanno provato in tutti i modi a distruggerlo, a seppellirlo sotto un cumulo di accuse e di insulti. Hanno cercato di fargli subire quella stessa catabasi che ora sta colpendo Ranucci e Adinolfi. Ma qualcosa nel meccanismo si è inceppato. Più lo attaccavano, più lui cresceva. Più lo denigravano, più lui diventava forte. Ecco il paradosso, ecco l’arcano mistero della mitopoiesi. Perché la mitopoiesi, in fondo, è questo: la creazione di un mito, la costruzione di una figura leggendaria che, proprio grazie alle avversità, grazie all’ostilità del mondo, si trasforma in un simbolo, in un eroe per chi si sente oppresso, in un faro per chi si sente smarrito.

Vannacci è diventato il fenomeno politico di questa estate. Il suo partito ha raggiunto percentuali che molti giudicano incredibili. Viene invitato in tutti i salotti televisivi. Parla di finanziamenti dalla Russia (“se sono legali, perché no?”), rilancia le preferenze nella legge elettorale, si dice pronto a riportare il centrodestra sulla “retta via”. E ogni sua parola, ogni sua uscita, viene amplificata, commentata, criticata. Ma è proprio questa critica ossessiva, questo martellamento costante, che lo trasforma in un mito. Più i media lo attaccano, più i suoi sostenitori lo amano. Più lo dipingono come un pericolo per la democrazia, più lui diventa il salvatore della patria per chi la democrazia la sente minacciata da altri. I media, con la loro smania di distruggerlo, hanno ottenuto l’effetto opposto: lo hanno reso immortale. Hanno creato un mito. Hanno compiuto la mitopoiesi.

Ecco il gioco perverso, ecco il meccanismo diabolico che si è innescato in questa torrida estate. Per Ranucci e Adinolfi, le notizie drastiche, le accuse pesanti, i titoli sensazionalistici hanno innescato la catabasi, la discesa negli inferi. Per Vannacci, lo stesso meccanismo, le stesse notizie preoccupate, lo stesso accanimento mediatico, hanno prodotto l’esatto contrario: la mitopoiesi, l’ascesa al rango di mito, la trasformazione in eroe popolare. La colpa o l’innocenza, la fondatezza o l’infondatezza delle accuse, tutto questo diventa irrilevante. Ciò che conta è la narrazione, è il racconto che i media decidono di costruire, è la storia che vendono al pubblico affamato di emozioni forti.

In questo meccanismo, non c’è giustizia, non c’è verità. C’è solo il gioco spietato del potere, la lotta per il consenso, la guerra delle immagini. Si sputtana qualcuno, giusto o sbagliato che sia, in attesa di giudizio o meno, e da questo sputtanamento qualcuno ci guadagna e qualcuno ci perde. Ranucci e Adinolfi sono le vittime sacrificali di questa estate, i capri espiatori su cui si scarica la furia moralistica di un popolo che cerca capri espiatori. Vannacci, invece, è il paradosso vivente, la dimostrazione che, in questa società capitalistica e mediatica, anche il peggio può diventare il meglio, che la notizia negativa, se ben dosata, può diventare il carburante più potente per la costruzione di un mito.

I media lo sanno bene. Sanno che le notizie positive non hanno la stessa capacità di amplificazione, non vendono come le notizie negative. Sanno che il dolore, lo scandalo, la paura, l’odio sono sentimenti molto più redditizi della gioia, della serenità, della fiducia. E allora continuano a giocare, a dosare, a creare e a distruggere, a far scendere negli inferi e a far salire al cielo, in un eterno, estenuante, perverso balletto. E mentre la gente, distesa sulla spiaggia, arrostisce al sole e non si accorge di nulla, i burattinai tirano i fili, e le marionette ballano, e il palcoscenico è il mondo, e il pubblico è un gregge di pecore che non sa, non vuole sapere, non può sapere. Perché la verità, in fondo, è troppo noiosa. Lo spettacolo, invece, è sempre affascinante. Anche quando è macabro. Anche quando è crudele. Anche quando, come in questo caso, sa di morte e di rinascita, di catabasi e di mitopoiesi.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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