MIE RIFLESSIONI SUL CLIMA

Premetto che non sono un climatologo. E nell’attuale cultura, che ha lasciato ogni giudizio agli specialisti, i quali hanno diviso e suddiviso il sapere in mille e più branche, nessuno dovrebbe azzardare di dire la sua, se non passando per “facilone” lui e per “chiacchiere da bar” quelle in cui ardisce inserirsi usando il buon senso e gli elementi imparati a scuola.

Milano, Facoltà di Scienze, via Saldini 50. Aver conseguito una laurea in questo Istituto negli anni ’50 e primi ’60 significava potersi inoltrare con cognizione di causa in tante discipline scientifiche, senza dover essere necessariamente uno specialista nei vari campi. Con questo spirito interdisciplinare oggi mi accosto al tanto discusso riscaldamento climatico, senza preconcetti né interessi di parte. All’epoca, la ricerca era pubblica, quindi libera; mentre oggi è finanziata da aziende, quindi primariamente distorta ai loro interessi 

A tale riguardo, le nozioni di base, apprese in un corso di laurea scientifica, di molto antecedenti al funesto “18 di gruppo”, mi hanno incoraggiato ad avventurarmi nel campo della climatologia, non già confrontandomi sulle equazioni complesse, che ne contraddistinguono la natura, quando si cimentano nella sua parte più aleatoria, ossia la meteorologia, bensì spaziando storicamente attraverso un lasso di tempo, né troppo lungo, disperdendomi nelle più remote nebbie, né troppo corto, peccando di miopia sul qui ed ora. Ho quindi scelto di approcciarmi agli ultimi 20.000 anni.
Negli ultimi decenni ci hanno convinti che il riscaldamento globale è dovuto all’effetto serra prodotto dal concentrarsi dell’anidride carbonica (CO2) di origine antropica intorno al globo, con la creazione di un manto refrattario che impedisce al calore di disperdersi nel gelido spazio. Innanzitutto, dobbiamo credere che la CO2 svolga effettivamente quel ruolo e che sia la causa principale del fenomeno “effetto serra”.

Ripartizione del flusso solare in entrata e in uscita dal nostro pianeta, con una certa frazione dei raggi infrarossi riflessi dalla Terra che vengono captati e riflessi all’indietro verso la sua superficie, accumulando calore sotto la coltre del gas serra

Non ho gli strumenti -non li abbiamo mai, come semplici cittadini- atti a verificarne la veridicità; e questo è il mio primo, forzoso, atto di fede nei confronti della venerata “comunità scientifica”; quella stessa che ci chiede di riconoscere il nesso lineare tra CO2 di origine antropica e riscaldamento globale, e quindi di attribuire alle attività umane la causa primaria di tale fenomeno. Nell’immagine che segue si afferma, oltre al livello di ppm (parti per milione) di anidride carbonica (CO2) in atmosfera, che si sarebbe portati a trascurare in confronto alla pressoché totale presenza di altri componenti, massime azoto e ossigeno, che la % di CO2 di origine antropica è un’infima frazione di un’infima frazione del totale di CO2, sollevando perplessità sulla sua capacità di fare da coltre alle radiazioni termiche verso gli spazi siderali.

Se il disegno precedente si limitava a mostrare il meccanismo di distribuzione del calore di provenienza solare, questo si sofferma invece sull’infima quantità di CO2 in atmosfera e della sua ancor più infima frazione di origine antropica. Infatti: N 78%; O 21%, per un totale del 99%. L’1% residuo è quasi per intero appannaggio del gas Argon. Il Carbonio C occupa un residuale 0,04%. E la frazione antropica è solo il 3% dello 0,04%, il resto essendo prodotto in natura dalla Terra stessa. Tale rapporto si misura in base alla quantità dell’isotopo C14 prodotto nelle combustioni rispetto al C12 di produzione naturale: un metodo di analisi già ampiamente utilizzato nelle datazioni al radiocarbonio

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È doverosa una sia pur breve digressione sugli interessi incrociati che viziano ogni ricerca della verità in misura proporzionale alla dimensione economica e alle ricadute sociali nell’indicare i pro e i contro di un indirizzo piuttosto che un altro: i petrolieri dietro le assoluzioni “negazioniste” dei combustibili fossili; i costruttori di centrali nucleari quale via d’uscita dal problema dell’effetto serra; le associazioni ambientaliste, prive di lucro, purché non nascondano inconfessabili legami con i primi o i secondi, o addirittura con i costruttori green, quali ad esempio i fabbricanti di smisurate pale eoliche o di tappeti di pannelli solari a perdita d’occhio, sottraendo terreno all’agricoltura e sfregiando l’ambiente.
Fatta questa premessa, incominciamo a vedere quale lezione possiamo trarre dal passato per giudicare con occhio equanime il nostro presente e il futuro prossimo. A tal fine, inizio a volgere la mia attenzione a quanto accaduto negli ultimi 20.000 anni. Tanto per cominciare, in molti troveranno fuorviante l’affermazione che stiamo tuttora vivendo, tecnicamente, in un’era glaciale, che tale si definisce finché le grandi calotte polari e groenlandese permangono; e sono tutte ancora ben presenti, sia pure in fase di assottigliamento.

Il moto della Terra su se stessa ricorda quello della trottola. Ciò comporta il lento spostamento del polo Nord in forma circolare. Attualmente esso punta alla Stella Polare. Nel 14.000 d. C. punterà alla Vega. Come si vede, la Terra è in continuo movimento, lungo il suo asse e secondo la sua orbita, con sempre varie esposizioni e distanze (perielio e afelio) verso il Sole 

Ventimila anni costituiscono, fino a 11.700 anni fa, l’ultima fase della glaciazione Wurm, iniziata circa 115.000 anni fa. Durante questa glaciazione di ebbero quattro brevi periodi più temperati, detti interstadiali, interessati, a tratti, da oscillazioni climatiche repentine. Durante l’ultimo interstadiale (di Bølling-Allerød), tra 14.700 e 11.900 anni fa, il clima cominciò a mitigarsi in maniera marcata, con un conseguente, ponderoso scioglimento dei ghiacci, che sino allora avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell’Europa Settentrionale fino all’intero arco alpino. Durante questi tre millenni scarsi, si verificarono fenomeni di estrema ripercussione su interi territori, travolti con catastrofica irruenza, nonché, naturalmente, su tutte le specie viventi. Giova qui notare che, in quell’epoca, non si potevano di certo attribuire le variazioni climatiche alle sparute comunità umane, anche se assai più progredite, come emerso dalle più recenti scoperte archeologiche e scritturali.

I poli sono assai più sensibili ai periodi caldi. Qui sopra si vede con chiarezza il riscaldamento anomalo, nonostante sia cominciato l’inverno, dell’Antartide occidentale, in particolare della sua propaggine peninsulare. Fortunatamente i disgeli odierni o riguardano ghiacci marini, che non contribuiscono all’innalzamento degli oceani o, se continentali, si riversano direttamente in mare, senza mettere in pericolo insediamenti umani e animali

Per rendersi conto della dimensione dei fenomeni connessi alla fine della glaciazione Wurm, soffermiamoci sul livello dei mari, da -120 metri a quello attuale. Pensiamo alla quantità abnorme di ghiaccio corrispondente a tale volume di acqua: miliardi di teraton di ghiaccio gravante su enormi distese, dai poli alla Groenlandia all’Europa settentrionale; e poi immaginiamo di sciogliere tutta questa caterva di ghiaccio nuovamente in acqua. I 5 Grandi laghi tra USA e Canada sono altrettanti bacini della confluenza ultima di tutte quelle acque di disgelo, risultando tra le più grandi riserve mondiali di acqua dolce.

Spostandoci in Europa, notiamo un unico, immenso ghiacciaio ricoprente gran parte dell’Europa del Nord; mentre l’Italia era incoronata da un arco alpino molto dilatato quanto a copertura di ghiacciai, e l’Adriatico era per una metà prosciugato, col Po che arrivava al mare all’altezza dell’attuale Ancona. Inoltre, Corsica e Sardegna erano unite a formare una sola isola; la Sicilia fu, per un breve periodo, un gigantesco istmo, unito alla Calabria da un esiguo ponte terreno poco sopra il livello delle acque; e l’Egeo non era ancora collegato al Mar Nero, ancora un grande lago dolce, attraverso lo Stretto dei Dardanelli, insabbiato

Voglio qui citare, a latere delle presenti considerazioni, il fenomeno che più mi impressionò quando lo scopersi, e che rappresenta geologicamente lo specchio di quanto avvenuto altrove: le Scablands. Come già detto, gran parte del Nord America era ricoperta da un colossale manto di ghiacci. Verso l’orlo inferiore, causa la diversa conformazione del terreno, si erano verificate due enormi dighe di ghiaccio, che trattenevano immensi laghi formatisi per il graduale scioglimento dei ghiacci retrostanti. Il giorno che queste due dighe cedettero, quei laghi si rovesciarono d’un colpo nelle pianure a Sud, con una tale massa d’urto e velocità da frantumare e trascinare con sé il fondo roccioso, disseminando lungo il percorso enormi massi erratici, che solo la forza lenta e poderosa di un ghiacciaio in avanzamento avremmo pensato capace di spostare per interi km. Al contrario, a trascinarli con sé come fuscelli fu una massa d’acqua in turbinoso movimento e appesantita proprio dalla progressiva quantità di rocce divelte dal letto e incorporate nel flusso. Il territorio che ne risultò è unico al mondo e sta a testimoniare lo sconquasso generato in quegli anni remoti. [VEDI]

Tipico terreno, che oggi chiamiamo Scabland, sconvolto dal passaggio massivo e violento di acque esplose dal repentino cedimento di una diga di ghiaccio

Un’altra Scabland, disseminata di massi che, nonostante il peso e la dimensione, sono stati smossi e trasportati per km dalle furiose acque in arrivo

Quasi non bastasse, seguirono 1300 anni di improvviso abbassamento di almeno 10°C delle temperature (Dryas Recente). La presenza di umani sulla Terra era allora irrisoria rispetto all’attuale; altrimenti, ne sarebbe seguita un’inestimabile scia di morti lungo il vorticoso cammino delle acque. Tuttavia, le alluvioni prima e il successivo, repentino abbassamento termico, determinarono lo sterminio, fino all’estinzione, di numerose specie animali, se solo pensiamo ai mammuth, alle tigri dai denti a sciabola, ai rinoceronti lanosi, all’orso delle caverne, ai toxodonti, ai tapiri e a tante altre specie. Ma la stessa cultura Clovis non resse allo stress climatico, che recenti studi [VEDI], basati su carote marine prelevate nella baia di Baffin, attribuiscono ad uno sciame di polvere cometaria, che avrebbe catturato parte della luce solare. Se la causa è tuttora da confermare, le conseguenze sono invece esenti da dubbi, in base alle considerazioni sin qui esposte.

Tigre dai denti a sciabola, in una ricostruzione moderna

L’elenco di rapidi e prolungati od effimeri cambiamenti climatici non si esaurisce certo con gli esempi sopra riportati; e autorevoli voci contrarie all’attuale assunto dominante, che vuole ad ogni costo addebitare in esclusiva alle attività umane l’attuale global warming, si sono levate, anche se al di fuori del ristretto specialismo climatico.
Cito in particolare i professori Antonino Zichichi (prof. Emerito di Fisica superiore) e Carlo Rubbia (premio Nobel per la Fisica), che hanno spostato fuori della Terra le cause delle attuali temperature in crescita. E, tengo a precisare, nessuno dei due aveva interessi occulti da difendere: liberi giudizi in un mondo in cui c’è sempre da chiedersi chi ci guadagna da certe posizioni pro o contro fenomeni di forte impatto sugli equilibri socio-politici.
Per non appesantire troppo questo scritto rimando alla succinta intervista concessa nel 2014 dal prof. Rubbia all’allora Ministro per l’Ambiente, Gian Luca Galletti, [VEDI] per quanto riguarda il suo pensiero; mentre per quanto riguarda le prese di posizione del prof. Zichichi, e cioè la sua chiamata a raccolta di numerosi scienziati internazionali nell’”Appello della Scienza contro le eco-bufale”, trovo in rete soltanto critiche, come è naturale che accada quando un singolo pensatore (e non certo un “uomo della strada”, ma un fisico di comprovata fama) stona con la recita unica.

D’altronde, il grafico qui sopra mostra chiaramente l’ondulante procedere del clima nel periodo a noi più vicino e quindi con maggior messe di dati certi. Si parte dell’epoca romana, più calda dell’attuale, al lungo periodo altomedievale, caratterizzato da scarsa insolazione e temperature in discesa, per poi risalire nel Basso Medioevo, ridiscendere nel periodo rinascimentale e infine risalire nell’epoca moderna. Duemila anni senza intervento di CO2 di origine antropica, ovviamente

Vignetta satirica sull’attuale demonizzazione dell’anidride carbonica, equiparata ad una novella caccia alle streghe

Il prof. W. Happer, intervistato da Sky News, afferma che siamo in un periodo di “fame di CO2”, per cui è incredibile che ci rivoltiamo contro questo gas benefico, trasformandolo in una minaccia

Circa l’attuale “crociata contro la CO2”, rimando alla lezione del prof. William Happer, prof. Emerito di Fisica alla Princeton University, tenuta durante il suo tour in varie città australiane nel 2023 e riportato dall’Institute of Public Affairs, sostenendo l’essenzialità per la flora della concentrazione di CO2, per cui il risvolto positivo di questo gas è proprio la sua funzione vitale nella crescita delle piante, e quindi dei raccolti, considerando invece trascurabile i suoi effetti sul clima. [VEDI]
Concludo qui questa carrellata contro corrente, nella quale ho voluto dar voce ad emeriti fisici negazionisti e spegnere per qualche minuto il megafono mainstream che predica la svolta green decretandone: a) la sua assoluta necessità; e sottacendo: b) i suoi risvolti negativi.

Chiunque abbia ragione nell’annosa querelle climatica, si prospettano vie di fuga sulla Luna e su Marte, come anticipa l’ultimo numero del NATIONAL GEOGRAPHIC. Una mia sola domanda: in ambedue i casi, si dovrà dipendere interamente da un cordone ombelicale con la Terra. Quindi, sembra più un palliativo di una soluzione. E per una élite 

Marco Giacinto Pellifroni 28 giugno 2026

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3 thoughts on “MIE RIFLESSIONI SUL CLIMA”

  1. Caro MArco il vero cambiamento climatico sembra essere quello dei bilanci di chi riesce a trasformare qualsiasi paura collettiva in un affare miliardario. Alla gente resta il compito di pagare, adeguarsi e applaudire. Più che cittadini, spesso siamo spettatori passivi che accettano qualunque copione senza fiatare (purtroppo).

  2. “Più che una riflessione sul clima, questo articolo è una riflessione sul rapporto tra scienza, politica e informazione. L’autore invita a non accettare passivamente verità preconfezionate e a mantenere uno spirito critico verso le narrazioni dominanti sul cambiamento climatico. Un invito legittimo, purché il dubbio non si trasformi in rifiuto delle evidenze scientifiche ma resti uno strumento per approfondire e comprendere meglio fenomeni complessi.

  3. Quello che da subito lascia perplessi, a dir poco, è l’affermazione, ormai indiscussa, che il solo 0,04% di CO2 nella composizione dell’atmosfera sia sufficiente a fare da coltre alla dispersione del caldo verso gli spazi astrali. E, ancor più strabiliante, che l’infimo 3% di questo 0,04% sia il contributo delle attività umane, tale da spingere l’intera umanità a restringere la produzione di CO2, lasciando così via ibera al calore di irradiarsi nello spazio.
    Mi viene spontaneo il confronto con una rete da pesca le cui maglie (la CO2) siano estremamente larghe, ma ciononostante in grado di fermare il passaggio dei pesci.
    Non vi sembra una credenza controintuitiva?

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