Massacàn della Repubblica – L’Italia tapólla se stessa
Quando i partiti si sfaldano come muri mal rasati e i leader imbiancano la realtà con una mano di calce fresca, la lingua dei mestieri liguri diventa il miglior dizionario politico del XXI secolo.
Massacàn della Repubblica – L’Italia tapólla se stessa
Dalla calce viva dei muratori genovesi alle mani sporche della politica nazionale: un viaggio satirico tra tapólli, spegassìn e anghaezi, per capire come l’arte dei mestieri antichi spieghi il cantiere fatiscente della democrazia italiana.
C’è un’antica sapienza nelle parole dei mestieri liguri: nascono da calli, sudore e improvvisazione, ma raccontano con precisione chirurgica anche la politica d’oggi. Perché, diciamocelo, se l’Italia fosse un cantiere, sarebbe un tapóllo infinito: ponteggi traballanti, calce scaduta, e un capomastro che balla il Papeete invece di controllare la livella.
Il tapóllo, in dialetto genovese, è il lavoro fatto “come viene”: una toppa messa lì tanto per. È la metafora perfetta per la riforma della giustizia, la legge di bilancio, o le alleanze di governo che si disfano al primo colpo di vento. Ogni legislatura comincia come un restauro e finisce come un rattoppo. E ogni premier, a turno, si scopre tapolante: pieno di buona volontà, ma con gli strumenti sbagliati.
Il massacàn, invece, era il muratore, l’uomo che impastava la calce viva e costruiva muri solidi. Ma nel folklore politico italiano il massacàn è diventato un’altra cosa: quello che “uccide i cani”, cioè risolve il problema eliminandolo alla radice, senza troppi complimenti. Oggi, i massacàn siedono in Parlamento: abbattono diritti, impastano decreti, murano la speranza. Li riconosci: parlano di “merito”, ma sanno solo stendere malta elettorale.

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Poi c’è lo spegassìn, il coloritore. Un tempo, decorava facciate e ridava luce ai muri spenti. Oggi, è lo spin doctor politico: pennella slogan, cancella macchie, ravviva il nulla con toni pastello. Gli spegassìn della comunicazione non restaurano: coprono le crepe. Una passata di bianco sui disastri sociali e via, si va in diretta. La Bestia, in fondo, non era che una moderna spegassìn digitale: un sistema che “imbiancava” la rabbia e la rivendeva come identità nazionale.
E l’anghaezo? Il termine indica qualcosa — o qualcuno — di nessun valore. L’attrezzo inutile, lo straccio zuppo che un tempo serviva per le latrine. Ecco, se dovessimo dare un nome al sottobosco parlamentare, quello che vota senza capire, applaude senza leggere, cambia gruppo per convenienza, il termine giusto non è “onorevole”. È anghaezo. Umido, riutilizzato, maleodorante.
In questo panorama, la metamorfosi della rappresentanza descritta dai teorici appare come una farsa d’artigianato politico. I partiti, un tempo botteghe di idee e comunità, sono diventati piattaforme di e-commerce elettorale. Non si affilia più nessuno: si “segue”, si “mette like”, si “reagisce”. Il cittadino non partecipa: scrolla. È un cliente del consenso, un consumatore di narrazioni preconfezionate.
Dove un tempo il massacàn costruiva, oggi il tapolante smonta. Dove un tempo lo spegassìn ornava, oggi colora i talk show. Dove un tempo il maestro d’ascia ligure tappava le falle di una nave con la canapa e la pece, oggi un ministro tappa la crisi con un tweet.
E il risultato è un’Italia che tapolla sé stessa: copre le crepe senza risanarle, proclama senza progettare, sogna senza calcolare la pendenza del muro. Ogni governo nasce “provvisorio”, ogni alleanza “temporanea”, ogni promessa “rivedibile”. È il trionfo del tapóllo politico, l’arte di rabberciare l’impossibile e chiamarlo riforma.
Matteo Salvini, il massacàn padano, fu il primo a capire che bastava un po’ di calce sovranista e un pennello tricolore per ridare colore al cantiere della destra. La sua Lega spegassìn tinse i muri di paura, coprendo la muffa con patriottismo spray. Poi arrivò Giorgia Meloni, maestra del restauro selettivo: tolse il muschio, lasciò il marmo del passato, e si proclamò custode della “casa italiana”.
Intanto, il Partito Democratico, laboratorio di tapólli intellettuali, discuteva se fosse meglio usare tempera o olio per dipingere il futuro, dimenticando di rifare le fondamenta. E così la sinistra si ridusse a un piccolo anghaezo culturale: rumorosa, sterile, incapace di ripulire il cesso della modernità.
Nel frattempo, i vecchi artigiani della democrazia – quelli che sapevano usare la cazzuola e non solo la telecamera – sono spariti. Nessuno oggi sa più “impastare” fiducia o “intonacare” la verità. Restano solo i tapolanti, che con la lingua fanno più danni di un muratore ubriaco.
Max Weber, se fosse ligure, direbbe: la politica è “la lenta perforazione di tavole dure con punte spuntate e mani sporche di calce viva”. Ma noi abbiamo sostituito le tavole con cartongesso e la fatica con storytelling.
Il futuro, a questo punto, sembra un muro screpolato: basterebbe demolirlo e ricominciare da zero, ma nessuno vuole tenere in mano la cazzuola. Troppa polvere, troppa fatica. Meglio un tapóllo in diretta, un spegassìn di propaganda, un massacàn che urla e un anghaezo che applaude.
Così si chiude il cantiere della Repubblica: tra malta secca, scale traballanti e cartelli “Lavori in corso – durata indeterminata”.
E sulle impalcature resta un’unica scritta, in dialetto e in verità:
*“L’è un tapóllo, ma l’han votou.”*
(È un pasticcio, ma l’hanno votato.)
