Ma Duro Ma Mollo. Le oche del Campidoglio, Donald Trump e l’arte imperiale dell’oscillazione: quando il mondo viene governato a starnazzi

Ma Duro Ma Mollo
Le oche del Campidoglio, Donald Trump e l’arte imperiale dell’oscillazione: quando il mondo viene governato a starnazzi

C’è un momento, nella storia e nella geopolitica, in cui non sono le aquile a decidere le sorti degli imperi, ma le oche. Non quelle nobili, araldiche, scolpite nel marmo dei palazzi del potere, bensì quelle che starnazzano nel cuore della notte, disturbano il sonno dei potenti e rivelano che qualcuno, da qualche parte, sta cercando di scalare un colle proibito. È da qui che nasce la chiave di lettura del nostro tempo: la logica delle Oche del Campidoglio applicata all’era Trump e, nello specifico, al caso Maduro. O, per dirla con il dilemma che aleggia sulla Casa Bianca come una banderuola impazzita: *Ma Duro… ma mollo?*

L’episodio romano è noto. Roma è caduta, saccheggiata dai Galli di Brenno; resta solo il Campidoglio, ultimo baluardo, ultima altura della sovranità. Le sentinelle dormono, i cani tacciono, la vigilanza umana fallisce. Ma le oche sacre di Giunone no: starnazzano, fanno rumore, rompono l’ordine della notte e salvano la città. Non combattono, non attaccano, non comandano. Avvertono. Segnalano. Creano caos, e proprio in quel caos risiede la salvezza.

Donald Trump, nella sua dottrina planetaria ondivaga, sembra aver elevato quello starnazzo a metodo di governo.

Un passo avanti e uno indietro. Una minaccia e una carezza. Un bombardamento “spettacolare” e subito dopo l’apertura al negoziato. Un presidente catturato e trasferito a Brooklyn come un trofeo imperiale, e contemporaneamente il riconoscimento implicito che il sistema che lo ha prodotto – il chavismo – non è affatto morto. È il parossismo della politica oscillatoria, dove la forza non è mai definitiva e la decisione non è mai conclusiva.

L’operazione contro Nicolás Maduro viene presentata come un atto di potenza senza precedenti: caccia americani su Caracas, obiettivi militari colpiti, il presidente e la moglie feriti e catturati, oltre un centinaio di morti, molti dei quali civili. Trump parla di “assalto straordinario”, di dimostrazione muscolare degna della Seconda guerra mondiale. Eppure, come accade spesso negli imperi al tramonto o in quelli che temono di esserlo, la forza esibita convive con un’inquietante indecisione strategica.

Maduro è duro, ma non troppo. Viene preso, ma non eliminato. Processato, ma trasformato in simbolo. Detenuto, ma ancora capace di generare legittimità. Trump lo accusa di narco-terrorismo, mentre grazia altri leader latino-americani colpevoli di reati analoghi. La lotta alla droga diventa il nuovo starnazzo: rumorosa, insistente, moralmente indignata, ma selettiva. Come le oche, non morde: segnala dove guardare.

Nel frattempo, la dottrina dell’“emisfero occidentale come cortile di casa” torna a occupare il centro del discorso. Le risorse del Venezuela – petrolio in primis – vengono rivendicate con una franchezza che non ha più bisogno del velo diplomatico. Non si parla più di cooperazione, ma di gestione. Non di aiuti, ma di controllo. Il greggio venezuelano viene consegnato, venduto, amministrato da Washington “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”, in un cortocircuito retorico che fa impallidire persino le dottrine coloniali ottocentesche.

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Eppure, anche qui, Trump non affonda il colpo finale. Minaccia un secondo attacco, ma intanto parla con Delcy Rodríguez. Dice di non riconoscere l’opposizione, ma non la elimina. Annuncia un controllo che “potrebbe durare anni”, ma lo affida al tempo, non a una decisione storica irrevocabile. È il governo dell’indefinito, l’impero del “vedremo”, la strategia del tenere tutto sospeso.

Come le oche del Campidoglio, Trump non presidia: strepita. Lancia segnali contraddittori che tengono svegli alleati e nemici. Cuba è una “nazione fallita”, ma se ne parlerà. La Colombia viene minacciata, poi invitata alla Casa Bianca. I governi progressisti dell’America Latina condannano l’aggressione, mentre l’Argentina di Milei applaude. L’Europa balbetta, la Spagna prende posizione, il multilateralismo viene evocato come un fantasma di cui si celebra il funerale senza avere il coraggio di dichiararne la morte.

In questo scenario, il vero potere non è tanto nell’azione quanto nell’incertezza. Trump governa come un meteo geopolitico: raffiche improvvise, schiarite inattese, temporali annunciati e poi rimandati. Nessuno sa se arriverà la guerra, ma tutti devono prepararsi come se fosse imminente. Nessuno sa se Maduro tornerà libero, ma nessuno può ignorare il fatto che la sua cattura non ha risolto nulla.

“Ma Duro Ma Mollo” non è solo un gioco di parole: è la sintesi perfetta di una strategia che vive di ambiguità strutturale. Duro nel gesto, molle nella visione. Duro nella narrazione, molle nella costruzione di un ordine stabile. È l’impero che starnazza invece di marciare, che minaccia invece di governare, che occupa senza voler amministrare davvero.

Le oche del Campidoglio, alla fine, salvarono Roma. Ma lo fecero perché dietro il loro starnazzo c’era ancora un Marco Manlio pronto a difendere la rupe, un’idea di città da preservare, un senso del limite e della comunità. Oggi, invece, lo starnazzo è fine a se stesso. Sveglia il mondo, sì, ma non indica più cosa salvare.

E mentre Maduro e la moglie attendono il processo in un carcere di Brooklyn, mentre il petrolio venezuelano cambia padrone sotto l’etichetta della transizione, mentre l’America Latina si prepara a nuove elezioni sotto l’ombra lunga di Washington, resta una domanda che rimbalza da Caracas a Miami, da Bogotà a Pechino, da Mosca a Bruxelles:

Trump sarà duro fino in fondo, o mollerà al momento decisivo?

Per ora, come le oche sacre di Giunone, continua a starnazzare. E il mondo, insonne, resta in attesa.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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