L’uomo che valeva uno (e poi è finito al King’s)
L’uomo che valeva uno (e poi è finito al King’s)
C’era una volta il Vaffa-day. Poi è arrivato il LinkedIn-day. Nel mezzo, una lunga, straziante, gassosa e indecifrabile commedia all’italiana che ha per protagonista l’uomo più trasformista della politica nazionale: Luigi Di Maio, l’eterno giovane che da Cicì è diventato Cocò senza mai passare per un esame di maturità.
Proviamo a usare i prismi giusti per analizzare questo capolavoro di *mala gestio* esistenziale. Perché, cari lettori, la parabola di Di Maio non è solo la storia di un ex leader che oggi insegna al King’s College. È la metafora di un’intera nazione finita nel freezer della Storia, con dentro ancora il ghiaccio dell’antipolitica che non si scioglie mai.
*1. La coppia Cicì e Cocò e il mito di Pippo Baudo*
Di Maio è due persone in una. Il primo, Di Maio Cicì, era quello che nel 2013 saliva in cattedra (si fa per dire) per spiegare agli italiani come “uno vale uno”, mentre raccoglieva firpe per uscire dall’euro. Poi, nel corso degli anni, ha compiuto la mutazione: è diventato Di Maio Cocò, il democristiano navigato, l’uomo dei tre governi, il ministro degli Esteri che stringe mani nei palazzi che contano, il rappresentante speciale dell’UE per il Golfo.
Come in una vecchia trasmissione di Pippo Baudo, i due si danno il cambio sul palco: Cicì apre la gara con lo slogan “abolita la povertà” (e il pubblico ride), Cocò la chiude con la cattedra al King’s (e il pubblico si chiede se sia uno scherzo). Ma il bello è che, come nei quiz, il premio finale lo vince sempre lui, anche se le risposte le ha sbagliate tutte.
*2. L’ombra di Stalin e i pupari*
Dietro a ogni trasformista c’è sempre un *puparo. Una volta erano Grillo e Casaleggio a muovere i fili del burattino Di Maio, imponendolo come capo politico dal nulla. Oggi il puparo è il sistema che lo ha riassorbito: l’establishment europeo, che guarda all’ex grillino e vede non l’incoerenza, ma l’utilità. In fondo, Stalin diceva che “non conta come si vota, ma chi conta i voti”. Oggi potremmo parafrasare: non conta cosa si dice in campagna elettorale, ma per chi si lavora dopo. E Di Maio, da bravo **canguro azzoppato, ha capito che saltare non serve più: meglio farsi trainare da un **elefante da corsa* (chiamalo Draghi, chiamalo Borrell) che ti porta al traguardo.

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*3. Giorgia Meloni predica di destra ma forse è di sinistra?*
In questo scenario, anche la premier in carica offre il suo contributo alla confusione generale. Giorgia Meloni, che ha costruito la sua fortuna sull’antieuropeismo e sulla difesa dell’italianità, guarda a Di Maio che insegna a Londra e tace. Perché? Forse perché, nel grande calderone del trasformismo, anche lei sa che i confini sono labili. Se Di Maio, il nemico giurato, diventa professore, allora forse la destra e la sinistra sono solo etichette su bibite gassate: cambia il colore della lattina, ma l’effetto sull’*apparato digerente* (della democrazia) è sempre lo stesso: gonfiore e aria fritta.
*4. Il Mal d’Africa e la filosofia di Origene*
Cosa spinge un uomo a tradire tutto ciò in cui ha detto di credere? Forse il *Mal d’Africa*. Quella sindrome del colonizzatore che, dopo aver distrutto la giungla, vuole diventare il guardiano del parco. Di Maio, da paladino dell’anticasta, è diventato casta. Ha decurtato il Parlamento con la riforma, ha lottato contro i corrotti (a parole) e ora siede nei posti che un tempo definiva “il salotto buono che puzza”.
È qui che torna a vincere la *filosofia di Origene*: il teologo che predicava l’apocatastasi, ovvero la fine di tutte le cose e il ritorno all’unità con il principio divino. Per Di Maio, il principio divino è il Potere. Dopo aver predicato la povertà (politica) e l’astinenza (dal potere vero), ecco che tutto ritorna: lui torna a essere ciò che era stato condannato. La salvezza universale è arrivata: anche l’anticasta si è ricongiunto al suo creatore.
*5. Rabdomanti e ballerine*
In questa Italia, la politica è diventata una ricerca da *rabdomanti: cerchiamo l’acqua pura della trasparenza, ma troviamo solo fango. E mentre i rabdomanti cercano, le **ballerine* (i partiti) continuano a girare. Da una parte Salvini che balla la tarantella sui decreti sicurezza, dall’altra Conte che volteggia tra un governo e l’altro.
Di Maio, nel frattempo, ha smesso di ballare. Lui ora osserva dalla cattedra. E mentre l’Italia si distrae con le Olimpiadi e Sanremo, lui spiega agli studenti del King’s come si fa a distruggere un paese senza farsi male.
*6. La dialettica da asilo infantile e l’urlo straziante*
E allora, torniamo al punto. La nomina a professore onorario non è uno scandalo. È la logica conseguenza di una *dialettica da asilo infantile* che dura da anni. Perché all’asilo, se piangi abbastanza, ti danno la caramella. Di Maio ha pianto (Vaffa-day), ha avuto la caramella (il potere), l’ha sputata quando era troppo amara (scissione) e poi ha trovato la fabbrica di caramelle (l’UE e il King’s).
Il vero scandalo è che nessuno urli più. O forse sì, c’è un *urlo straziante*, ma è quello di chi, leggendo del prof. Di Maio, si ricorda di quando “uno valeva uno” e scopre che, alla fine, per valere uno bisogna avere il curriculum giusto. O, meglio, il passaporto giusto.
Conclusione? Luigi Di Maio non è un traditore. È un anticipatore. Ha capito prima di tutti che in politica non conta la coerenza, ma la *rabdomanzia*: trovare il posto giusto dove nascondersi quando piove. E oggi, sotto la pioggia di critiche, lui è all’asciutto. Al King’s College. A insegnare. A noi che, da bravi asini, siamo rimasti in classe a guardarlo.
