L’Ultimo Travestimento
ROMA. La storia, si sa, è maestra di vita, ma anche una signora dall’umorismo cinico, capace di servire sulla stessa tavola il pesce più pregiato e le alghe più vischiose. E mentre l’Italia, distratta, segue il balletto delle poltrone in TV o il gossip sui talent show, qualcosa di ben più profondo e grottesco si muove sott’acqua. Se osserviamo la nostra penisola con l’occhio distaccato di un naturalista, vedremmo un acquario gigantesco, popolato da strani esemplari ittici che si avvicendano al potere con la stessa logica ipnotica delle compere al mercato.

Giovanni Giolitti
Prendiamo Giovanni Giolitti. Non un pesce qualunque, ma una sorta di manta imponente e silenziosa che governa i flutti senza mai fare troppa fatica. Giolitti, il famoso ministro liberale, governò l’Italia a più riprese, dal 1892 fino agli albori del fascismo, in un continuo “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”. La sua tecnica, chiamata “trasformismo”, era semplice: prendere un po’ di socialisti, un po’ di cattolici, un po’ di conservatori e mischiarli come in una zuppa di pesce, togliendo l’ossigeno agli estremisti.
Il contesto storico era quello del “Pescecane di Sicilia”, Francesco Crispi, che lo precedette e lo seguì come un feroce squalo. Ma mentre Crispi azzannava, Giolitti accarezzava. Nel 1892, dopo Rudinì, Giolitti arrivò per la prima volta. Cadde per lo scandalo della Banca Romana, ma come una seppia scappò tra i coralli, per poi ripresentarsi nel 1903 dopo Zanardelli. A quel punto, il mare italiano era agitato: i socialisti rumoreggiavano, le fabbriche erano in subbuglio. Giolitti, con la flemma di un tonno impagliato, decise che era meglio non intervenire. “Lasciamo che i pesci piccoli si mangino tra loro”, pensò, e intanto nazionalizzò le ferrovie.
Dal 1906 al 1909, dopo il breve intermezzo di Sonnino (un pesce palla gonfio di retorica), Giolitti tornò alla carica. Poi ancora nel 1911, dopo Luzzatti. Sembrava la canzone dello Zecchino d’Oro, ma in versione economica. Lui, come uno squalo nutricista, mangiava le ideologie e le digeriva in leggi moderate. Il suo regno durò fino al 1914, quando lasciò spazio a Salandra, perché anche i pesci più grandi, a volte, devono andare in letargo. Ma il suo metodo era chiaro: la politica era un acquario dove l’importante era che l’acqua non bollisse mai. Se qualcuno osava dire “basta”, Giolitti tirava fuori una nuova riforma, come si tira fuori un biscotto dalla tasca per calmare un bambino capriccioso.

Viktor Orban
Oggi, quella logica da “acquario” sembra essersi spostata a Est, in Ungheria. Ma lì, invece del pesce, l’analogia giusta è con il mondo vegetale. Da quelle parti, dal gennaio 2026, sta accadendo una roba che nemmeno il giardiniere più pazzo avrebbe saputo immaginare. Viktor Orban, per anni l’albero possente e spinoso della politica ungherese, un quercione che bloccava la luce dell’Europa con le sue larghe fronde populiste, ha subito un trapianto di cuore, anzi di radici. Le elezioni di aprile 2026 hanno decretato la sua fine dopo sedici anni di regno. Contro ogni pronostico, la folla non ha più acclamato il vecchio tronco, ma un rampollo improvviso: Peter Magyar.
Magyar, 45 anni, leader del partito Tisza, non è cresciuto come un albero ma come una di quelle piante rampicanti che avvolgono il tronco fino a soffocarlo. Fino a ieri sconosciuto, in pochi mesi ha scalato la classifica. E mentre Orban, sconfitto, ammette il “risultato doloroso” e si ritira come una vecchia quercia colpita da un fulmine, Magyar parla di “liberazione”, di “fine della tirannia”. L’Europa, da Bruxelles a Parigi, esulta. I leader si congratulano, si fanno gli auguri, si parla di “valori europei” ritrovati.

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Ma attenzione. Non è la primavera. È un’estate afosa e surreale. Perché se guardiamo i fatti con occhio laico, che cos’è successo? Un uomo che ha ereditato il consenso di una nazione intera in un battito di ciglia. Sembra quasi un colpo di teatro, una sceneggiata per confondere le acque. E qui veniamo al punto. È come se la politica si fosse trasformata in una di quelle vecchie telenovele italiane, dove il cattivo di turno viene sconfitto dal buono, ma il buono ha la faccia uguale al cattivo. Cambia il nome, ma lo schema è lo stesso.
Due facce della stessa medaglia. Orban e Magyar. Uno fa paura, l’altro porta la speranza. Ma alla fine, l’Ungheria è sempre lì, inchiodata alle sue contraddizioni. Sembra quasi un gioco dell’Oriente, una di quelle filosofie che parlano del “vuoto” e della “mente illusa”. Come insegna l’antica saggezza, il problema non è il mondo, ma l’idea che noi ci facciamo del mondo. L’ignoranza, dicono certe dottrine, è pensare che una cosa sia veramente quella cosa, che Orban sia il male e Magyar sia il bene. Ma se invece fossero solo due funghi che crescono sulla stessa radice marcia?
Siamo onesti. Il pubblico medio, quello che si sveglia la mattina e accende la televisione per guardare i talk show dove tutti urlano, non capisce questa complessità. Preferisce le etichette: “l’amico della Russia” contro “l’amico dell’Europa”. Il “cattivo” contro il “buono”. È la stessa logica dei reality: chi è il preferito questa settimana? Prima si tifa per il cantante napoletano, poi si passa a quello romano, ma la canzone è sempre la stessa melensa.
Ma la verità, apocalittica e amara, è un’altra. La fine dell’era Giolitti portò al fascismo. La caduta di Orban porterà a qualcosa di simile? Forse sì. Perché i pesci, quando l’acqua è torbida, non vedono l’amo. E i vegetali, quando la terra è marcia, crescono solo le erbacce.

Peter Magyar
La cronaca ci dice che Magyar ha vinto con i due terzi dei seggi. Orban, quello che bloccava gli aiuti all’Ucraina, è spacciato. L’Europa tira un sospiro di sollievo. Ma la chimica insegna che quando due elementi opposti si annullano, spesso esplodono. Prendete sodio e cloro: da soli sono veleni puri, insieme fanno il sale da cucina. Ma se qualcuno vi dice che il sale è la salute, ricordatevi che il sale, in dosi massicce, uccide. E la Bibbia, quella dei miracoli, ricorda che anche quando si moltiplicano i pani e i pesci, la fame nel mondo non è mai finita. Anzi, forse è solo nascosta sotto il tappeto. E quando si rovescia l’acqua, si scopre lo sporco.
Ecco, l’Italia di Giolitti, l’Ungheria di Magyar. Due lati della stessa medaglia della mediocrità. Mentre i pesciolini si dimenano, e gli alberi cambiano foglie, il grande pubblico resta lì, a bocca aperta, convinto che cambiare il volto del primo ministro sia come cambiare il conduttore del Festival di Sanremo. Si toglie un presentatore, si mette un altro, ma la musica è sempre quella: una lagna stonata che accompagna la discesa verso il baratro.
La morale, se esiste, è terrificante. Non c’è speranza nel cambio di guardia. C’è solo un eterno ritorno, un eterno “trasformismo” dove le ideologie si annullano e il potere rimane l’unica religione. E mentre il mondo brucia, noi siamo lì, a contarci i pesci nell’acquario, senza accorgerci che l’acqua è finita e stiamo tutti affogando nell’aria.
