L’Osteria del Vecchio Patron nei Carruggi di Savona: la farsa ereditata che ride di Forza Italia, tra salotti savonesi e vertici da cani bastonati a Cologno

L’Osteria del Vecchio Patron nei Carruggi di Savona:
la farsa ereditata che ride di Forza Italia, tra salotti savonesi e vertici da cani bastonati a Cologno

Ah, signori miei, venite, venite che ve la conto io, con il rispetto che si deve a chi ha le mani segnate dal porto e il bicchiere di Pigato fresco in mano. Qui, nei bassifondi di Savona, tra i carruggi stretti come le calli di una volta, dove l’odore di fainà bianca de Sann-a ancora si mescola al salmastro e al diesel dei traghetti, c’è un’osteria che non è solo un locale: è una storia viva, è un’eredità, è una tragicommedia che pare scritta apposta per far ridere e bestemmiare insieme sotto la Torre Pancaldo. Ipoteticamente, si chiama – o meglio, si chiamava – l’Osteria del Vecchio Patron, e la sua vicenda, perdinci, è lo specchio esatto di quella barzelletta surreale che va in scena sotto il nome altisonante di Forza Italia. Ma andiamo con ordine, che qui a Savona si fa così: prima il brandacujun mantecato a dovere, poi la predica, con i dovuti adattamenti alla realtà economica della nostra città, che dal dopoguerra a oggi ha cambiato pelle come una vecchia nave in disarmo.

Immaginatevi, cari avventori, gli anni Cinquanta-Sessanta, quando Savona rinasceva dalle macerie della guerra come un gigante ferito ma testardo. Il porto, bombardato e affondato, era stato ricostruito con i fondi alleati e del Piano Marshall: carbone e minerali che arrivavano a fiumi per le acciaierie ILVA e le industrie del Nord-Ovest, traffico che schizzava fino a oltre undici milioni di tonnellate. Gli scaricatori, i dockers del molo, gli operai siderurgici, i marinai dei traghetti: tutti entravano affamati in questo buco di osteria dietro il Priamar, aperto dal Patron – Giovanni “u Marin” Rossi, un ex mozzo tornato con la testa piena di stoccafisso e di sogni savonesi. Quattro tavoli di legno grezzo, stufa a legna, pareti tappezzate di modellini di barche e foto del porto di una volta. U Patron aveva il tocco del mago: serviva la fainà gianca de Sann-a croccante fuori e morbida dentro, la panissa fritta, il brandacujun scuotuto nella pentola con olio taggiasco finché non diventava crema divina – quel piatto di terra e mare che solo i liguri sanno mantecate da secoli. La sera si giocava a briscola, si cantava “Ma se ghe penso”, si discuteva di lavoro al porto e di politica con la stessa passione con cui si litigava sul pesto.

Il locale prosperava, grasso come i traffici portuali del boom. Poi la città cambiò rotta: anni Settanta-Ottanta, crisi petrolifera, declino dell’acciaio, ILVA che sanguinava, fabbriche che chiudevano. Il porto si reinventò con autoveicoli, container, e dal ’96 il boom delle crociere, Palacrociere 2004, secondo terminal 2014, oltre un milione di passeggeri l’anno. Da città industriale a porto di servizi e turismo. U Patron tenne botta fino all’ultimo, se ne andò sereno con un ultimo Vermentino in mano, lasciando un’eredità pingue: risparmi, immobili sul lungomare che oggi valgono oro, l’avviamento di un locale leggenda.

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E qui, signori miei, entra in scena la tragicommedia. I due figliuoli non si sono trasferiti chissà dove: sono rimasti qui a Savona, benedetti loro. Hanno spartito il malloppo con precisione da notaio del centro storico, si sono tenuti quote di utile e proprietà, e al locale hanno dato in gestione un fiduciario di fiducia, un certo Antonio, ex cameriere tutto d’un pezzo che era stato braccio destro del vecchio per decenni. «Tu gestisci, noi incassiamo» dissero. E da allora, periodicamente, lo convocano a rapporto nei loro salotti buoni di Savona – quegli appartamenti restaurati nel centro o le ville sulle colline di Quiliano e Legino, dove si gozzoviglia tra aperitivi con vista sul porto nuovo, élite del turismo crocieristico, imprenditori della logistica e fighetti che parlano di startup. Lì, tra divani di design e Pigato d’annata, fanno il vertice: «Come va l’osteria? E i conti? E i clienti? E soprattutto: modernizziamo, che i giovani vogliono altro!».

Pretendono che il bar si adatti ai gusti delle nuove generazioni: via il brandacujun pesante da operaio, dentro fusion con avocado per i turisti delle crociere, cocktail instagrammabili per i millennial dell’università, panissa vegan per i fighetti. Il fiduciario parte con la valigetta, torna con la faccia stanca, e noi lo accogliamo con battute savonesi: «Te piàxe ancora a fainà, Antonio? O i padroni ti hanno fatto mettere i mojito?». È una farsa, ma tragica: l’osteria va avanti per inerzia, con camerieri nuovi che non sanno più mantecate come una volta, mentre i clienti fedeli – noi bassifondi del porto – si chiedono: ma quand’è che torna l’anima di u Patron?

E ora, con il bicchiere in mano, guardate come questa storia savonese è la fotocopia sputata di Forza Italia, solo che là i ruoli sono invertiti. Il Vecchio Patron era Silvio Berlusconi, che aveva fondato il partito con lo stesso carisma di u Marin: valori chiari come fainà croccante, un movimento che prosperava. Morto il Cavaliere, i figliuoli – Marina e Piersilvio – stanno a Milano, belli comodi nelle loro sedi e holding, a gestire l’eredità finanziaria e a gozzovigliare nei salotti buoni del potere e dell’economia lombarda. E che fanno? Convocano il fiduciario Antonio Tajani a rapporto come un cane bastonato, proprio a Cologno Monzese, nella sede di famiglia. L’altro giorno, 10 aprile 2026, quattro ore di vertice, con Gianni Letta presente come notaio di fiducia. Nota ufficiale: «Incontro positivo, clima di grande amicizia e cordialità, fiducia rinnovata al segretario, visione unitaria per il rilancio nello spirito del fondatore Silvio».

Ma sotto sotto la farsa è amara. Sul tavolo: la sostituzione di Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, fedelissimo del segretario, eterno nuotatore della piscina politica. Opzioni sul banco: Giorgio Mulè (che però scatena sollevazioni e appetiti), Enrico Costa (piemontese tornato da Azione, osteggiato perché i piemontesi al governo sono già troppi), o Pietro Pittalis da mediazione. A Barelli un contentino? Sottosegretario forse, ma incompatibile con la presidenza della Federazione Nuoto. Una commedia da osteria di quart’ordine.

E i congressi regionali? Tajani li aveva annunciati dopo la batosta al referendum sulla giustizia, ma la minoranza grida stop: Campania, Lombardia, Sardegna e altre dicono «fermi tutti», perché in gioco c’è il controllo del partito, le liste elettorali, le prossime politiche (forse anticipate a marzo-aprile 2027). Massimiliano Salini, eurodeputato, dice: «Congresso nazionale subito, radicale», ma giura che la leadership Tajani è intoccabile. I figliuoli da Milano rinnovano la fiducia, pretendono modernizzazione e rilancio per piacere alle nuove generazioni, mentre il partito langue tra ritardi, tensioni e vertici umilianti.

È tragicomico, signori miei: la nostra osteria savonese ha i figli qui che gozzovigliano e vogliono fusion, Forza Italia ha i figli a Milano che convocano Tajani a Cologno come un cane bastonato e pretendono lo stesso rinnovamento. Ridiamo perché è surreale, ma piangiamo perché quel brandacujun di una volta non si manteca più. E noi, qui nei carruggi con la fainà in mano, ordiniamo un altro bicchiere e diciamo in savonese puro: «Ma guarda che farsa, te piàxe?». Salute, e che u Patron ci guardi dal cielo del porto.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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