L’ora degli scalzacani

L’ora degli scalzacani

### Editoriale

Un tempo, nella diplomazia e nella politica internazionale, esisteva una distinzione netta — quasi scolpita nella pietra — tra *strategia e tattica*.
La prima era visione lunga, calcolo freddo, ponderazione delle conseguenze; la seconda era strumento, non spettacolo. C’erano professionisti dello Stato, uomini e donne formati a pensare prima di parlare, a misurare le parole perché le parole, in geopolitica, *sono già azioni*.

C’erano stile ed eleganza, riservatezza e savoir-faire.
Non per snobismo, ma per necessità: perché l’equilibrio internazionale è materia infiammabile, e chi la maneggia senza guanti provoca incendi.

Oggi, invece, pare definitivamente scoccata *l’ora degli scalzacani*.

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Saltimbanchi della comunicazione globale, strilloni da fiera digitale, leader che governano come influencer e negoziano come provocatori da talk show. Gente che ne dice una e ne fa un’altra, che minaccia al mattino e smentisce al pomeriggio, che cambia linea con la stessa facilità con cui cambia slogan. Voltagabbana non per strategia — che sarebbe già qualcosa — ma per istinto, narcisismo, ricerca compulsiva del titolo a effetto.

In questo quadro degradato, la vecchia chiosa giornalistica *“nani e ballerine”* torna legittimamente a circolare.
Ma qui occorre fermarsi un istante.

Perché quella formula, nata anni fa come critica al potere ridotto a circo, nel tempo è diventata una scorciatoia pigra, persino ingiusta. Che colpa ha il nano, che vive una condizione? E cosa c’entra la ballerina, che esercita una professione fondata su disciplina, rigore, sacrificio?

Forse sarebbe più corretto parlare di *clown e imbonitori*, di prestigiatori della parola vuota, di figuranti del potere.

Ed è proprio qui che la parola scalzacane diventa una lente preziosa.

### Lo scalzacane come categoria politica

Scalzacane non è un insulto qualunque.
È una parola antica, densa, spietatamente precisa.

Non indica solo il miserabile, ma *la mediocrità elevata a sistema*.
L’uomo che non costruisce, non elabora, non governa: reagisce.
Colui che, incapace di incidere sulla complessità, se la prende a calci — come fa con i cani — perché è l’unica forma di potere che gli riesce.

L’etimologia è illuminante: lo scalzacane è colui che scalcia i cani, figura insieme oziosa e brutale, culturalmente deprivata, priva di profondità.
Non crea visione: crea rumore.
Non produce stabilità: produce paura.
Non governa processi: li incendia.

È il professionista dappoco che però occupa posizioni enormi.

E quando questa figura entra nella *diplomazia internazionale*, il risultato è devastante.

### Il re degli scalzacani in diplomazia

La notizia che vede protagonista Donald Trump è, sotto questo profilo, paradigmatica.

Minacce urlate via social.
Flotte evocate come scenografia narrativa.
Paragoni muscolari, toni da trailer cinematografico, geopolitica trasformata in wrestling verbale.

«Velocità e violenza».
«Il tempo sta scadendo».
«Una massiccia Armata si sta dirigendo verso l’Iran».

Non comunicazione strategica, ma *teatro dell’intimidazione*.

E ciò che colpisce non è solo il linguaggio, ma l’assenza totale di gerarchia morale nelle richieste: nessun riferimento al massacro degli oppositori iraniani, nessuna parola sui diritti, nessuna visione politica complessiva. Solo dossier tecnici usati come randelli: uranio, missili, milizie.

Il resto non conta.

È la geopolitica ridotta a checklist muscolare, priva di profondità storica, ignara delle dinamiche interne iraniane, cieca davanti al rischio di escalation regionale. Persino i collaboratori — Rubio in primis — sono costretti a rimettere un minimo di razionalità nel discorso pubblico, come tecnici che cercano di contenere il capo reparto mentre urla.

Qui non siamo davanti a una strategia americana coerente.
Siamo davanti a una *politica estera personalizzata*, emotiva, impulsiva, fondata sull’immagine e non sulla previsione.

Lo scalzacane, appunto.

### Il vero pericolo

Il punto non è Trump come individuo.
Il punto è ciò che egli rappresenta: *la trasformazione del potere globale in spettacolo permanente*.

Quando la diplomazia diventa storytelling aggressivo, quando la minaccia precede l’analisi, quando la comunicazione sostituisce la decisione, il mondo entra in una fase pericolosissima. Perché i conflitti non nascono più da calcoli razionali — già terribili di per sé — ma da errori, fraintendimenti, orgogli feriti, post scritti di notte.

Un tempo i leader parlavano poco e agivano molto.
Oggi parlano moltissimo e pensano pochissimo.

E la nostra fatica quotidiana — come cittadini, come osservatori, come esseri umani — è proprio quella che tu indichi con lucidità: *dimostrare di essere persone, non giocattolini* nelle mani di chi usa il mondo come palcoscenico.

### Conclusione

L’ora degli scalzacani non è una battuta: è una diagnosi.
È il segno di un’epoca in cui la competenza è vista come lentezza, la prudenza come debolezza, la complessità come fastidio.

Ma la storia insegna una cosa con brutalità costante:
gli scalzacani fanno molto rumore, ma lasciano sempre macerie.
E quando se ne vanno, il conto — umano, politico, geopolitico — lo pagano sempre gli altri.

Non resta che dirlo, senza infingimenti e senza paura delle parole:
il mondo non è governato da giganti imperfetti, come è sempre stato.
È sempre più spesso gestito da *mediocri rumorosi*.

Ed è questo, oggi, il vero squilibrio strategico globale.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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