L’operetta dell’Eliseo: quando il tenore spompato Macron e la sua dama del botulino inscenano la peggior commedia drammatica della Quinta Repubblica
L’operetta dell’Eliseo: quando il tenore spompato Macron e la sua dama del botulino
inscenano la peggior commedia drammatica della Quinta Repubblica
Se dovessimo immaginare la politica francese degli ultimi mesi come una rappresentazione teatrale, il palcoscenico sarebbe occupato da due soli attori. Da un lato, Emmanuel Macron, che interpreta con crescente fatica la parte di un tenore un tempo acclamato e oggi irrimediabilmente spompato. Dall’altro, sua moglie Brigitte, che si aggira sui riflettori come la prima donna di una compagnia di burlesque in disarmo, appesantita da un copione che non regge più e da un trucco che fatica a nascondere lo scorrere del tempo. Ed è proprio in questo insolito parallelo che si coglie il senso dell’attuale stagione politica francese: un dialogo tra due attori di burlesque che si annoiano, come un signorotto azzimato e una signora attempata fanatica del botulino che recitano insieme la peggior commedia drammatica.
Per comprendere la parabola discendente del presidente francese, può essere utile un paragone con la storia della lirica, e più precisamente con la figura del tenore spompato, se non addirittura con quella dell’eunuco del belcanto. Si pensi ad artisti come il celebre Farinelli, il leggendario cantante castrato del Settecento, sottoposto da bambino a un intervento crudele per preservare la purezza della sua voce acuta. Farinelli divenne il divo assoluto del suo tempo, acclamato nelle corti di tutta Europa, capace di incantare re e imperatrici con la sua estensione vocale prodigiosa e la sua tecnica sopraffina. Eppure, dietro quella voce angelica si celava un’artista incompleto, privato di una parte essenziale della propria natura, costretto a esibirsi in un ruolo che non gli apparteneva del tutto.

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Emmanuel Macron, negli anni migliori del suo primo mandato, è stato a sua volta un interprete acclamato. Sale sul palco della politica internazionale con la sicurezza di chi sa di poter incantare le folle, snocciola discorsi fluenti, gesticola con eleganza, si erge a paladino dell’Europa contro le derive populiste. Ma oggi quella voce appare sottile, affaticata, priva di quella grinta che un tempo sembrava inesauribile. I sondaggi lo danno ormai al lumicino: appena il 18 per cento dei francesi ripone ancora fiducia in lui. Il consenso è crollato, il governo del primo ministro Sébastien Lecornu è fragilissimo e rischia la crisi ogni settimana. Le riforme annunciate a gran voce si sono arenate in Parlamento, il bilancio per il 2026 non è stato approvato, e la Francia appare sempre più come un gigante dai piedi d’argilla. Così, come Farinelli cantava la sua ultima aria davanti a un pubblico ormai distratto, Macron si affanna a cercare diversivi internazionali – la Groenlandia, il conflitto con Trump – solo per mascherare un declino che appare ormai irreversibile. Il suo è il canto malinconico di un tenore che ha perso la voce, e che continua a recitare la parte solo per non ammettere che il sipario sta per calare.
Dall’altra parte del palco, l’altra interprete. Brigitte Macron, prima dama di Francia, è stata per anni un elemento singolare e affascinante del panorama politico transalpino: una donna matura, sicura di sé, al fianco di un marito molto più giovane. Ma con il passare del tempo, il personaggio si è trasformato in una caricatura. Le cronache giudiziarie raccontano di una signora ossessionata dal proprio aspetto, vittima di un cyberbullismo ferocissimo che l’ha vista costretta a subire per anni accuse infamanti sulla sua identità di genere e sulla differenza di età con il consorte, con tanto di condanne penali a carico dei suoi aggressori. I media non hanno mai smesso di parlare delle sue presunte operazioni di chirurgia estetica, delle iniezioni di botox, del volto che lentamente perdeva la sua espressività sotto la spada di Damocle degli interventi. E così, quella che un tempo appariva come una signora elegante e disinvolta si è trasformata, nello sguardo implacabile dell’opinione pubblica, in una “attempata fanatica del botulino”, una figura quasi tragica che si aggrappa con tutte le sue forze a una giovinezza che non torna più.
Il culmine di questa rappresentazione grottesca è stato raggiunto nel maggio del 2025, quando un video ha fatto il giro del mondo: Brigitte Macron, appena scesa dall’aereo presidenziale in Vietnam, rifila un sonoro schiaffo al marito. Le immagini sono diventate virali, trasformandosi in uno dei video politici più commentati dell’anno. Per mesi l’Eliseo ha minimizzato, parlando di un innocuo “scherzo coniugale”. Poi, a maggio del 2026, un libro del giornalista Florian Tardif ha svelato la verità: non era uno scherzo, ma una scenata di gelosia. Brigitte aveva scoperto sul telefono del marito una serie di messaggi compromettenti indirizzati a un’attrice franco-iraniana, e sul volo di ritorno da Hanoi era esplosa la lite. E come se non bastasse, lo stesso libro rivelava che il presidente aveva anche un debole per una giovane stagista dell’Eliseo, soprannominata dal personale “Sherazade”, capace di suscitare “fantasie erotiche” tra i consiglieri. Uno spettacolo di basso cabaret, insomma, che avrebbe fatto impallidire persino i copioni più spinti del teatro di varietà.
E così, i due attori principali della politica francese si ritrovano a recitare insieme una commedia drammatica delle peggiori. Lui, tenore spompato ed eunuco di regime, che non ha più voce per cantare le sue arie europeiste, e che per tenere banco deve inventarsi dispetti transatlantici con Donald Trump, accusando gli americani di “neocolonialismo e nuovo imperialismo” solo per distogliere l’attenzione dai fallimenti interni. Lei, signora attempata e ossessionata dal proprio aspetto, che passa metà del suo tempo a querelare chi la deride e l’altra metà a controllare il telefonino del marito per scoprire l’ennesimo flirt. La coppia, un tempo presentata come un esempio di amore senza tempo, appare oggi come il simbolo di un potere che si regge solo sull’artificio: discorsi pomposi ma vuoti, apparizioni patinate ma fasulle, litigi pubblici e riconciliazioni di facciata.

Macron e consorte
E questo, cari lettori, è ciò che rende la vicenda così profondamente ridicola. Perché se è vero che la politica ha sempre avuto un lato teatrale, qui il teatro è diventato farsa, e la farsa si è trasformata in un’operetta stile Belle Époque, con tanto di costumi sgargianti, scenografie di cartapesta e dialoghi stucchevoli. L’unica differenza è che gli attori non sono più giovani e promettenti, ma due figure consunte che si trascinano a fatica sul palco, annoiate loro stesse della parte che devono interpretare. E così, mentre la Francia affronta una crisi di fiducia senza precedenti e l’Europa guarda con crescente preoccupazione a un presidente ormai svuotato di ogni carisma, il pubblico non può fare a meno di chiedersi: fino a quando continuerà questo spettacolo? Quando calerà finalmente il sipario su questa triste commedia? La risposta, purtroppo, è ancora tutta da scrivere. E se il copione non cambierà radicalmente, l’unica cosa che rimarrà di questi anni sarà il ricordo di un duetto stonato, cantato da due voci ormai spompate, che nessuno aveva davvero voglia di ascoltare.
Antonio Rossello CENTRO XXV APRILE
Macron e il tramonto della grandeur francese
Al di là delle esagerazioni satiriche e delle inevitabili caricature, l’articolo coglie un punto che molti osservatori europei faticano ormai a ignorare: Emmanuel Macron appare sempre più un presidente isolato, distante dall’umore del suo popolo e incapace di ricostruire quel rapporto di fiducia che aveva accompagnato la sua ascesa nel 2017.
La Francia che doveva guidare il rilancio dell’Europa si ritrova oggi attraversata da tensioni sociali, crisi identitarie, proteste e una crescente sfiducia verso le istituzioni. Macron continua a parlare da statista globale, ma molti francesi sembrano chiedergli risposte più concrete sui problemi quotidiani.
La satira di Rossello colpisce duro e a tratti eccede nell’attacco personale, ma dietro il sarcasmo emerge una domanda politica reale: la Quinta Repubblica sta vivendo una crisi di leadership?