L’OPEC perde un pezzo, Meloni rischia un KO: la Wonder Woman italica nel labirinto del petrolio
L’OPEC perde un pezzo, Meloni rischia un KO: la Wonder Woman italica nel labirinto del petrolio
Come un pugile che crede di essere un pilota, la premier incassa il colpo dell’addio degli Emirati al cartello dell’oro nero. Un’alleanza tattica con la sua storica rivale Schlein potrebbe essere l’unica via per salvare il suo ambizioso Piano Mattei.
Immaginate un ring. Al centro, un pugile dal fisico indistruttibile, abituato a incassare colpi senza mai cadere. Jake La Motta, il “Toro scatenato”, uno che la sua carriera l’ha costruita sulla capacità di assorbire pugni che avrebbero steso qualunque altro essere umano. La sua strategia era semplice: lasciare che l’avversario si sfiancasse a colpirlo, per poi attendere il momento giusto e atterrarlo con un solo, devastante gancio.
Ora, immaginate lo stesso pugile che, improvvisamente, scambia il suo paio di guantoni per il volante di una delle rosse fulminanti di Tazio Nuvolari, il “Mantovano Volante”, il più grande pilota di tutti i tempi. Il campione della resistenza prova a diventare il campione della velocità, della traiettoria perfetta, dell’attimo fuggente. Prova a governare potenze e forze che non sono le sue, rischiando di finire dritto contro un muro.

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Questa è l’immagine, a dir poco bislacca, che restituisce la situazione in cui si è cacciata Giorgia Meloni, la nostra frenetica Wonder Woman italica, dopo l’ultima, dietrofront sismico che ha sconvolto gli equilibri energetici del pianeta. La notizia, fresca di giornata, è una di quelle che fanno tremare le vene e i polsi dei palazzi del potere: gli Emirati Arabi Uniti hanno detto addio all’OPEC.
Ma cos’è questa benedetta OPEC, si chiederanno i lettori che magari hanno smesso di seguire la geopolitica dopo la caduta del Muro di Berlino? Niente paura, spieghiamolo con parole semplici. L’OPEC, che sta per Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, è una sorta di club esclusivo e potentissimo fondato nel lontano 1960. Una manciata di nazioni, le più ricche di greggio del pianeta come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Iraq e il Venezuela, si sono messe d’accordo per fare ciò che nessun paese singolo potrebbe mai fare: decidere insieme quanto petrolio estrarre. In sostanza, se gli sceicchi aprono i rubinetti, il prezzo del greggio scende. Se li chiudono, il prezzo sale alle stelle. L’OPEC, insomma, è il rubinetto che ha in mano il prezzo della benzina che mettiamo nella macchina, del riscaldamento che accendiamo in inverno e, in larga misura, del destino economico di intere nazioni. Poco prima di ieri, il club aveva anche stretto un’alleanza con la Russia e altri produttori, il cosiddetto meccanismo OPEC+, per coordinare ancor più strettamente i flussi.
Bene, ieri il colpo di scena. Gli Emirati Arabi Uniti, membri di questa famiglia da ben 59 anni, hanno annunciato che dal primo maggio se ne vanno, sbattendo la porta. E lo fanno nel momento peggiore immaginabile, mentre il Medio Oriente è un polveriera incandescente per la guerra in Iran.
Perché lo fanno? La risposta è semplice come un pugno nello stomaco: soldi. Tanti soldi. E un pizzico di rancore. Da anni, gli Emirati sono in disaccordo con i “fratelli maggiori” sauditi perché l’OPEC limita la loro produzione. Loro hanno investito miliardi per pompare sempre più greggio, ma il club degli sceicchi diceva sempre “basta così, non si può aumentare”. Così, approfittando del caos generale, Abu Dhabi ha deciso di fare di testa sua. Vuole sfornare milioni di barili in più, sfruttando il caos per ottenere un “premio di guerra” e fare incetta di valuta preziosa per finanziare la transizione ecologica del paese e i suoi progetti faraonici.
Le conseguenze? Un’altalena di prezzi e un terremoto diplomatico. L’OPEC perde uno dei suoi pezzi da novanta e rischia di disintegrarsi. E l’Italia? Noi, in questa storia, siamo come la foglia trascinata dal vento di un uragano che non abbiamo scatenato. E qui torniamo alla nostra Wonder Woman.
Giorgia Meloni, infatti, negli ultimi due anni ha scommesso tutto su una carta: il famigerato Piano Mattei. Un nome altisonante, preso in prestito dal fondatore dell’Eni, che nella sua visione doveva trasformare l’Italia in un grande ponte energetico tra l’Africa e l’Europa. Il cuore del piano era proprio questo: in cambio di investimenti in formazione, energia, acqua e agricoltura, i paesi nordafricani (marpioni col mito del patriarcato, per usare il gergo del titolo) avrebbero dovuto garantire all’Italia un flusso costante di gas e petrolio. Un programma di cooperazione leale, dice Meloni, “tra pari”. Ma soprattutto, era il suo lasciapassare per farsi valere in Europa e per dialogare da pari a pari con i big mondiali.
Peccato che questo castello di carte, adesso, rischi di crollare come un biscotto. Il Piano Mattei si reggeva su un presupposto basilare: la stabilità del mercato energetico e la fedeltà dei partner africani. Con gli Emirati che aumentano la produzione a manetta, il prezzo del greggio potrebbe schizzare o crollare in modo del tutto imprevedibile. E con gli sceicchi che tradiscono l’OPEC, la parola d’ordine diventa una sola: ognuno per sé. I potentati del Nordafrica, sempre pronti a cambiare bandiera per chi offre di più, potrebbero voltare le spalle all’Italia e ai suoi generosi finanziamenti per vendere il loro oro nero al miglior offerente, magari proprio ai fuoriusciti emiratini.
Insomma, per Meloni, che ha dedicato una miriade di viaggi e incontri a questa strategia, la botta è durissima. Così dura che anche il fronte politico interno, già infuocato, potrebbe subire un cortocircuito quasi surreale.
Perché se, da un lato, Giuseppe Conte, il leader del Movimento 5 Stelle, vede in ogni crisi una chance per rosicchiare consensi. Il suo è un ruolo semplice: attaccare, sempre. Del resto, il suo partito è tradizionalmente ostile al nucleare e scettico sulle trivelle, e quindi ogni piano energetico del governo è pane per i suoi denti. Lui è il pugile che attende nell’angolo opposto, con la guardia alta, pronto a colpire non appena la Wonder Woman barcolla.
Ma la situazione paradossale, quasi da sceneggiatura pirandelliana, è quella che riguarda l’altra fazione, quella di Elly Schlein. La segretaria del Partito Democratico è, per statuto, l’avversaria numero uno della premier. Nei primi due anni di governo, il suo partito ha quasi sempre votato contro il Piano Mattei, bollandolo come propaganda di una destra anti-italiana. Fino a ieri, per lei, qualsiasi cosa facesse Meloni era sbagliata.
Eppure, lo scenario è talmente rovesciato che le lancette della politica potrebbero girare al contrario. Di fronte al caos energetico, al rischio che l’Italia resti a bocca asciutta e che l’economia nazionale subisca un altro rincaro della bolletta, gli interessi nazionali potrebbero improvvisamente coincidere. In Parlamento, Schlein potrebbe rendersi conto che attaccare sistematicamente l’unica strategia energetica credibile, per quanto imperfetta, del governo sarebbe un boomerang per la credibilità internazionale del paese. E, cosa ancora più importante, un fronte comune tra la premier e la segretaria democratica sulla politica estera sarebbe la mossa di scacchi più spettacolare per mettere in difficoltà Giuseppe Conte, il recalcitrante del fronte opposto. Un’alleanza tattica, finalizzata a puntellare il baricentro nazionale per salvaguardare i contratti con l’Africa, potrebbe scompaginare ogni schema.
Insomma, la Wonder Woman italica, che da pugile incassatrice come Jake La Motta si è improvvisata pilota spericolato come Tazio Nuvolari, rischia l’incidente. Ma è proprio nella confusione più totale, quando tutti i radar impazziscono e i nemici si confondono, che può nascere la svolta. Il suo destino, in questo saloon fumoso di Abu Dhabi, non dipenderà solo dalla forza dei suoi pugni, ma dalla sua capacità di stringere un’alleanza proibita con la sua storica rivale per non finire dritta contro il muro. Il motore del Piano Mattei è ancora acceso, ma per non finire fuori strada dovrà cambiare marcia. E forse, dovrà farlo insieme a chi fino a ieri sperava di vederla fallire. Questa sì che è una notizia da far girare la testa più di una corsa in rettilineo.
