Lo Zemin Perfetto: Ovvero, Come Raggiungere la Polarizzazione Ottimale Cucinando per Ore senza Mai Incontrarsi
Lo Zemin Perfetto:
Ovvero, Come Raggiungere la Polarizzazione Ottimale Cucinando per Ore senza Mai Incontrarsi
La Politica del “mugugno strategico” e l’Elogio della Lentezza Inutile
C’è una ricetta ligure che meriterebbe di essere adottata come *statuto fondativo del dibattito pubblico italiano: lo **Zemin. Questa zuppa di ceci, bietole e funghi secchi non è soltanto un piatto; è un trattato filosofico sulla gestione del tempo, sull’arte dell’attesa inconcludente e, soprattutto, sull’ineluttabile necessità di **non affrettare mai – per nessuna ragione al mondo – la fase cruciale del confronto*.
Lo Zemin, per chi non lo sapesse, richiede un impegno titanico, paragonabile solo a quello di due leader politici che fingono di volersi incontrare in TV. Si comincia con i ceci, che devono stare a mollo per un’intera giornata. Non un’ora, non una mattinata: *un giorno intero di immobilismo meditativo. Non vi ricorda nulla? Sono le primissime mosse del gioco a scacchi Meloni–Schlein: la sfida viene lanciata, ma la prima vera mossa è “mettere i ceci a bagno*”. Dichiarare la massima disponibilità teorica, bloccando però ogni possibilità pratica.
Poi arriva il vero capolavoro: la *lenta, faticosa e metodica bollitura dei ceci*, che deve durare “poco meno di tre ore”. Tre ore in cui si sprecano le contro-condizioni, i “se ci sei tu, allora ci deve essere anche Conte”, e i “se c’è Conte, allora vogliamo pure il Garante della Privacy e, già che ci siamo, il Papa emerito in collegamento da casa”.
Tre ore dedicate a perfezionare l’arte di *agitarsi ferocemente rimanendo immobili. La temperatura è alta, le dichiarazioni sono bellicose, il clima è da *“battaggia”** (terminologia ligure per dire rissa rumorosa e inconcludente), ma in realtà i ceci – le decisioni vere – sono blindati nel loro brodo insipido, lontanissimi dall’incontro con gli altri ingredienti.

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Parliamo degli altri ingredienti. Cipolla, prezzemolo, pomodori (o la salsina, nelle versioni più rassegnate) e bietole vengono costretti in un altro pentolino a subire *il martirio del soffritto*. Una polarizzazione perfetta: da una parte i ceci, dall’altra gli ortaggi.
Le due parti *non si parlano, non si mescolano, non si contaminano. Esattamente come i due schieramenti politici che, con l’abile arte del *“ciæoìn”** (il lamentoso borbottio genovese che non porta mai a nulla), ammorbidiscono le loro posizioni solo offline – in quelle negoziazioni riservate piene di affetto, diplomazia e convenienze – ma mai nella bolla pubblica, dove il conflitto perpetuo è l’unica valuta accettata.
La politica italiana ha adottato lo Zemin come mantra operativo: *lavorare separati per ore, fingendo di convergere, solo per guadagnare il gran finale mediatico*.
E il gran finale, quale sarebbe? L’unione, naturalmente. A “buon punto della cottura”, i ceci vengono finalmente gettati nel soffritto degli ortaggi. Ma attenzione: il cuoco ligure è maestro nel procrastinare. La zuppa deve restare ancora sul fuoco con l’aggiunta reiterata di *acqua*, “una diecina di minuti” alla volta.
Questo è il momento decisivo, quello in cui la zuppa (il Paese) potrebbe finalmente amalgamarsi. Ma viene *scientificamente allungata*. L’acqua aggiunta è la manovra tattica, il cavillo procedurale, il rinvio “per responsabilità altrui”, che assicura che il sapore dell’unità non sia mai troppo intenso.
La zuppa resta diluita, le posizioni restano distanti, e tutti possono continuare a dichiarare – con indignazione teatrale – qualcosa tipo:
*“No ghe se peu fa ninte! Nisciun m’ha ciapou!”*
Versione ligure di: Non posso agire, nessuno mi ha trattenuto come si deve, dunque non posso assumermi alcuna responsabilità.
Ed eccoci al paradosso dello Zemin applicato alla politica: *tutti i componenti ci sono, tutti hanno fatto la loro parte, ma il risultato finale non è una sinfonia. È una **convivenza forzata all’ultimo minuto*, quando ormai il carattere di ciascuno è così cristallizzato da non concedere più nulla agli altri.
Lo Zemin è un piatto di magro, sì, ma *nutre egregiamente la polarizzazione*.
Nutre la narrazione della perenne litigiosità.
Nutre la convinzione che la coerenza della sinistra sulla sicurezza sia paragonabile alla logica di chi mette il burro in un piatto “di magro”: *un tocco di incoerenza necessario*, un ingrediente sgradito (la razionalità), giusto per accusare gli altri di non aver rispettato la propria presunta purezza ideologica.
Servire spolverando con *grana grattugiato* – l’equivalente del consenso stabile attorno al 30% per Fratelli d’Italia e poco sopra il 20% per il Partito Democratico – e accompagnare, se proprio si vuole esagerare, con *crostini abbrustoliti*, ossia opinionisti e sondaggi che compattano l’elettorato già convinto e nessun altro.
La politica italiana, insomma, è uno Zemin perfettamente riuscito.
Un successo culinario.
Peccato che per i cittadini sia una zuppa *tiepida, sfiatata e inutilmente faticosa, cucinata con la massima perizia per perseguire l’obiettivo più paradossale: **non scontrarsi mai davvero, pur continuando a gridare di volerlo fare*.
Elogio della Lentezza Inutile?
No.
*Lode alla perfetta, strategica incapacità di arrivare al dunque.*
