Lo spettacolo dei simulacri: Maciste, la Bella Addormentata e il deserto dei tartari

Lo spettacolo dei simulacri: Maciste, la Bella Addormentata e il deserto dei tartari
Tra il giustiziere e la sonnambula, il Paese assiste indifferente alla propria irrilevanza

C’è una scena archetipica che si ripete, immutabile, nella storia di questo Paese. Da un lato, l’uomo forte che promette di ripulire le stalle di Augia con la forza bruta della sua volontà. Dall’altro, la bellezza inerme che sembra dormire un sonno profondo, ignara dei pericoli che la circondano, o forse semplicemente rassegnata a un destino che non sente suo. Intorno, una radura silenziosa. Nessuno grida per svegliare la principessa. Nessuno sfida apertamente il gigante. Solo il fruscio degli alberi, il passo felpato di qualche animale in attesa di carogne, e l’eco lontana di conversazioni colte che, dall’alto delle terrazze panoramiche, commentano la forma delle nuvole.

Questa non è la sintesi di una fiaba d’altri tempi, ma la fotografia perfetta, il prisma attraverso cui leggere l’ennesima, stanca rappresentazione della nostra vita pubblica: il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Siamo di fronte alla lotta tra un “Maciste giuridico” e una “Bella Addormentata nel bosco”. Due lati opposti, due simboli, due narrazioni. Ma, come in ogni prisma che si rispetti, la luce che ne esce è solo apparentemente variegata: in realtà, rivela la medesima, grigia materia di cui è fatta la nostra stagione politica.

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Definiamo i termini, perché il prisma funzioni. Il “Maciste”, nella sua accezione contemporanea, non è più l’uomo buono e giusto che salvava i deboli. È una figura ambivalente, un eroe popolare divenuto feroce, un giustiziere che incarna la promessa di una forza bruta e risolutiva, capace di tagliare i nodi (e talvolta le teste) con la spada. Applicato allo scenario giuridico-politico, diventa il “Maciste giuridico spietato”. È colui che promette di ripulire il tempio con la furia di un demolitore, armato non di clava, ma di articoli di legge branditi come mazze ferrate. La sua promessa è semplice, diretta, e per questo potentissima: il male è incarnato da un nemico preciso (le “toghe rosse”, le “correnti”, il “potere corrotto”) e lui è l’unico in grado di sconfiggerlo con un colpo secco, definitivo. La complessità, la mediazione, la ricerca dell’equilibrio sono solo pusillanimità, inciampi sulla via della giustizia vera. In questo caso, il ministro Nordio, con la sua aria da patrizio veneto e la sua cultura giuridica, potrebbe sembrare l’antitesi del Maciste cinematografico. Eppure, il suo archetipo politico è perfettamente sovrapponibile: è l’uomo che ha la soluzione, che sa dove sta il male e come estirparlo. Il suo “sì” al referendum è il grido di battaglia che promette di spezzare le catene del sistema correntizio, di restituire il giudice alla sua terzietà divina con un tratto di penna costituzionale. Il suo racconto è epico: è la resa dei conti tra il bene (la giustizia efficiente e imparziale) e il male (le corporazioni, le correnti, i “partitini” della magistratura).

Dall’altra parte del ring, c’è la “Bella Addormentata nel bosco”. Ma attenzione: il termine non è un insulto, è una categoria filosofico-politica. La Bella Addormentata non è semplicemente inerte, è in uno stato di sospensione catalettica. Vive, respira, ma il suo mondo è immobile, avvolto da un incantesimo che paralizza ogni azione autentica. Nel nostro caso, questa figura è incarnata, suo malgrado, dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. La sua campagna per il “no” è un capolavoro di sonnambulismo politico. Si agita, parla di “governo che si sente sopra le leggi”, di “riforma di potere”, evoca lo spettro del controllo politico sulla magistratura. Eppure, tutto il suo discorso sembra provenire da una bolla di vetro, dove i rumori del mondo esterno arrivano attutiti, ovattati. Il suo principale problema è che si dimentica, o fa finta di dimenticare, dei “misfatti delle toghe rosse”. Non si tratta di fare un processo alle intenzioni o di generalizzare, ma di ignorare il dato percepito dalla stragrande maggioranza dei cittadini: l’esistenza di una parte della magistratura che ha spesso e volentieri tracimato il proprio alveo, facendo politica attiva, esibendo pregiudizi ideologici, entrando in conflitto con altri poteri dello Stato non per garantire la legge, ma per affermare una propria visione del mondo. La Bella Addormentata parla di principi astratti, di Costituzione tradita, ma non ha la forza (o la lucidità) di spezzare l’incantesimo che la tiene prigioniera di una rendita di posizione: quella di essere il partito che, per decenni, ha difeso un certo status quo giudiziario, spesso in modo acritico e corporativo.

La Bella Addormentata, nel suo sonno, non vede che l’antagonismo di Maciste non nasce dal nulla. È la reazione, brutale e semplicistica quanto si vuole, a decenni di abusi, di lentezze insopportabili, di politicizzazione della toga. E mentre lei sogna un mondo ideale di pesi e contrappesi perfetti, Maciste macina consenso popolare promettendo di radere al suolo il castello infestato. Il tragico è che entrambi hanno una parte di ragione. La riforma, con i suoi tre pilastri (separazione delle carriere, sorteggio dei togati nel Csm, Alta Corte disciplinare), non è né la panacea né l’apocalisse. È una riforma complessa, opinabile, su cui un dibattito sano e articolato sarebbe necessario. Ma il dibattito non c’è. C’è solo lo scontro tra il gigante che urla e la principessa che tace (o parla nel sonno). Maciste promette di salvare il regno distruggendolo per ricostruirlo a sua immagine e somiglianza; la Bella Addormentata promette di preservare il regno così com’è, con i suoi fantasmi e le sue ragnatele, nella speranza che un bacio fatato (il ritorno al passato?) possa risvegliare tutti più saggi e più buoni.

E il pubblico? Cosa fa il coro mentre i due protagonisti ingaggiano il loro duello? Il pubblico è un catalogo dell’umana disillusione. C’è la CEI, che dopo qualche comprensibile e umano tentennamento, rientra nei ranghi con una nota dottrinale esemplare nella sua perfezione formale: nessuna indicazione di voto, ma un richiamo ai principi. Il che, tradotto, significa: “Fate vobis, scegliete con la vostra coscienza, noi siamo al di sopra della mischia”. Una posizione tecnicamente ineccepibile, ma che nell’arena politica suona come il rumore di una porta che si chiude, il ritiro di una delle poche voci che avrebbero potuto provare a dettare un’agenda non contingente. Poi c’è la “gente che non gliene frega niente”. Non è apatia, è difesa. È lo scudo dell’indifferenza contro l’ennesimo richiamo a schierarsi in una battaglia che si percepisce come lontana, come un gioco di potere tra élite. Il 46-50% di partecipazione stimato non è un dato, è una sentenza. Significa che metà del Paese si chiama fuori, guarda lo spettacolo dei simulacri e cambia canale. Non è il popolo bue, è il popolo che ha imparato a riconoscere la messinscena.

Ci sono poi gli “intellettuali da salotto”. Quelli che sui giornali e in televisione spiegano la complessità del quadro, citano il canone 227, distinguono tra l’organismo collegiale e la libertà del singolo pastore, analizzano le sfumature del sorteggio e della separazione delle carriere con la precisione di un orologiaio. Il loro peccato non è l’analisi, ma la distanza. Osservano il fenomeno dal loro terrazzo, col binocolo, commentando la bruttezza del panorama, senza mai scendere in strada a sentire l’odore della polvere. La loro è una critica sterile, un’intelligenza che non si fa carne, e che quindi è perfettamente inutile.

E infine, ci sono “le verginelle della morale” e “gli squali che vivono di espedienti”. Le prime sono quelle voci che si levano pure loro, per condannare tutto e tutti, il sistema, la casta, la politica. Sono la versione moralistica e impresentabile dell’intellettuale, quelle che non si sporcano le mani perché sono già pulite, immacolate, inutili. I secondi, gli squali, sono i veri protagonisti di questo deserto. Sono i professionisti del “né con voi, né con voi”, quelli che aspettano di vedere da che parte pende la bilancia per offrire i loro servigi al vincitore. Sono i consulenti, i comunicatori, i faccendieri che popolano i saloni del potere e che di questa lotta tra Maciste e la Bella Addormentata vivono, perché più lo scontro è polarizzato e sterile, più il loro ruolo di mediatori (o di parassiti) diventa indispensabile.

Ecco, dunque, il quadro compiuto. Un referendum che dovrebbe decidere l’assetto di uno dei poteri fondamentali dello Stato si trasforma nell’ennesima rappresentazione di un’italica commedia dell’arte. Da un lato un Maciste giuridico che sogna di azzerare il passato con la forza della legge, dall’altro una Bella Addormentata che sogna di perpetuarlo con la forza dell’inerzia. Intorno, il deserto dei tartari: la Chiesa che si ritira nella fortezza dei principi, il popolo che si asserraglia nell’indifferenza, gli intellettuali che commentano dalle mura, le verginelle che sputano sentenze e gli squali che nuotano in attesa di carogne. Il 22 e 23 marzo si vota. Ma il vero, inquietante responso di questa consultazione è già scritto. Qualunque sia l’esito, a vincere sarà il deserto.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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