L’istruzione può fare più danni dell’ignoranza?

L’istruzione può fare più danni dell’ignoranza?

Prima che sia tardi domandiamoci: ma nell’ultimo secolo, il mondo della cultura ha guastato il progresso umano arricchendo i popoli di potenti criminali: dittatori, negrieri e strozzini?

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O formando professionisti, ha generato crescita di potere culturale, ma insufficiente potere economico per finanziarlo, dovendo attingere le risorse dalla produttività di lavoratori e imprenditori e dai relativi tributi incassati dallo Stato?

E la risposta credo che non sia spaccacervelli. Se in un sistema sociale accresci il numero delle professioni, generi un equivalente calo di mestieri, di salari, di ricchezza per la collettività e tributi per lo Stato.
Quindi, grazie a l’istruzione obbligatoria, il mondo della cultura produce da un secolo più pensatori e meno lavoratori dipendenti e autonomi: tant’è che l’Italia, da oltre 30 anni, esporta professionisti e importa manovali.
Secondo voi, chi sta guastando il mondo: i tiranni, ì negrieri e gli strozzini che hanno salvato per millenni umanità e pianeta, oppure professori, professionisti e scienziati che negli attuali sistemi sociali sono l’unica variabile crescente e con intelligenza artificiale al seguito.
Per decenni, subendo il lavaggio del cervello della cultura dominante, ho imputato lo sfascio ai corrotti della politica, ai negrieri del mercato e agli strozzini della finanza.
Ora mi viene il dubbio che la causa scatenante di tutti i guasti moderni sia la cultura, che impoverisce la razza dei lavoratori dipendenti e autonomi produttivi di ricchezza onesta, e moltiplica le razze dei pensatori “dipendenti”, e il debito pubblico crescente per finanziarli.
Qualunque idea partorisca un intellettuale o uno scienziato, può essere attuata solo spendendo il denaro privato o pubblico che hanno prodotto lavoratori e imprenditori o prestato dai banchieri.
Più idee nuove sforna il mondo della cultura più il mondo economico subisce impoverimento, perché la ricchezza prodotta viene dirottata su progetti nuovi, ma senza alcuna garanzia che siano socialmente remunerativi ed ecocompatibili.
Tant’è che non esiste un solo stato al mondo che non sia appesantito da un debito pubblico impagabile, accumulato per decenni senza alcuna possibilità di smaltirlo.

E peggio, con la necessità, anzi l’urgenza (come l’Italia che aveva ripudiato la guerra) di tornare ad armarsi per non finire da preda di predatori più potenti.

Gli uomini come gli animali diventano feroci quando il sistema sociale in cui sono condannati a vivere si impoverisce economicamente.
E ammattiscono del tutto, quando sono resi autonomi culturalmente, ma non economicamente, perché il sistema non essendo abbastanza ricettivo, li emargina, li esclude e li condanna alla cosiddetta fuga dei cervelli.

Chi siano i veri responsabili dell’impoverimento economico e dell’imbarbamento sociale io non sono in grado di stabilirlo.
Ma temo che un sistema sociale possa guastarsi come un motore a miscela se non viene alimentato con il giusto dosaggio di lubrificante e carburante, (scienza e forza lavoro) per non ingolfarsi o grippare.
Perciò domandiamoci, finché siamo in tempo, l’aumento incontrollato delle professioni e il tracollo dei mestieri è sicuramente positivo per l’umanità e il pianeta? Oppure ingolfando cervelli e grippando portafogli, si condannano i popoli alla fame, alla violenza o peggio alla guerra?

Franco Luceri
Nato nel 1941 e residente nel Salento, dopo due anni di esperienza da dipendente, come ragioniere, passò a l’attività autonoma come agente di commercio. Sposato da 46 anni, e pensionato da 10, ormai coltiva la sua passione più grande e quasi trentennale di opinionista dilettante, apolitico e libero, iniziata nel 1987 per il Quotidiano di Lecce e poi estesa alla Gazzetta del Mezzogiorno e altri giornali nazionali o locali con interventi occasionali. Dal 2011 ha un blog personale su internet “il rebus della cultura”.
Collabora con vari siti di informazione tra  cui  Pensalibero e trucioli savonesi

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2 thoughts on “L’istruzione può fare più danni dell’ignoranza?”

  1. L’articolo è volutamente provocatorio già dal titolo, ma il suo vero obiettivo non sembra essere un attacco alla cultura in sé. Piuttosto, è una critica a un modello di istruzione che, secondo l’autore, avrebbe prodotto più conformismo che pensiero libero.
    Il testo mette il dito in una ferita molto contemporanea: l’idea che l’aumento dell’istruzione non abbia necessariamente coinciso con un aumento della saggezza collettiva. Anzi, in certi casi avrebbe creato élite culturali convinte di possedere verità assolute, spesso scollegate dalla realtà concreta delle persone comuni.
    C’è una critica evidente verso una società che produce sempre più laureati, esperti, analisti, comunicatori, ma contemporaneamente sembra perdere competenze pratiche, capacità produttive e persino buon senso. È il vecchio conflitto tra sapere teorico e realtà quotidiana. Un tema che oggi riemerge con forza anche davanti alle difficoltà economiche, alla precarietà e alla sensazione diffusa che molti percorsi di studio non garantiscano più né mobilità sociale né stabilità.
    Interessante il sottotesto polemico verso quella che potremmo chiamare “la religione del titolo di studio”. L’articolo sembra dire: attenzione a confondere istruzione con intelligenza, o cultura con superiorità morale. E in effetti nella storia non sono mancati regimi, guerre o disastri economici costruiti da persone altamente istruite.

  2. Secondo me il rischio della provocazione è quello di essere fraintesa. Perché senza istruzione non esisterebbero progresso scientifico, medicina moderna, diritti civili, ricerca o sviluppo tecnologico. Il problema non è la cultura, ma forse il tipo di cultura che si costruisce: se forma individui critici oppure semplici ripetitori di idee dominanti.
    Il pezzo colpisce proprio perché va contro un dogma quasi intoccabile della società moderna: “più istruzione = automaticamente società migliore”. L’autore invece insinua un dubbio scomodo: se l’istruzione perde il legame con la realtà, con il lavoro, con il pensiero indipendente e con l’esperienza umana concreta, rischia di trasformarsi in una fabbrica di conformismo colto.
    Ed è probabilmente questa la domanda più interessante lasciata dal testo: stiamo formando persone davvero più consapevoli, oppure soltanto individui più specializzati ma anche più fragili, dipendenti e incapaci di mettere in discussione il sistema che li ha educati?

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