L’INFORMAZIONE TRADITA
A furia di sfornare bugie, si finisce per crederci.
Nella trasmissione della Gruber di qualche giorno fa è stato interessante il raffronto tra quanto usciva dalla bocca del compassato presidente dell’Università di Trento, Franco Bernabè, e la smentita, con la consueta aria ironica, di Marco Travaglio a proposito del sabotaggio dei gasdotti North Stream 1 e 2 nel settembre 2022. In sostanza, Bernabè era rimasto alla versione accreditata dai media che attribuiva nientemeno che alla Russia il sabotaggio.

La chiazza nel mar Baltico che ha riempito i media nel settembre 2022: il ribollire del metano che fuoriesce dai gasdotti North Stream 1 e 2, tranciato da “ignoti sabotatori”. La pista indicata era quella russa; mentre la logica suggeriva solo un’ambiguità tra USA ed Ucraina, che ne traevano vantaggio, a differenza della Russia
In realtà, la Russia ha sempre promosso, e finanziato in gran parte, come Gazprom, la posa dei gasdotti (figurarsi farli saltare!), a dispetto di un’America che vedeva nelle forniture russe all’UE la base della sua superiore concorrenza industriale, puntando, come si è visto poi, a fornire essa stessa il gas (dagli scisti) a prezzi decisamente più alti, azzoppando così l’economia europea. [VEDI]
Del resto, l’astio verso l’UE è venuto platealmente allo scoperto attraverso le ripetute dichiarazioni di Trump sulla bilancia commerciale fortemente pendente a favore dell’UE, accompagnate da recriminazioni sul presunto “sfruttamento dell’UE nei confronti degli USA”. Trump dimentica allegramente che gli USA hanno potuto permettersi di avere le importazioni enormemente superiori alle esportazioni grazie al potere jugulatorio del dollaro, di cui parlerò più oltre, che ha loro consentito di fare i “pensionati” del mondo sin dallo sganciamento del dollaro dall’oro nel 1971, senza peraltro mai pagare i “contributi”.<
Tornando al sabotaggio dei 2 North Stream, sostenere che a farlo fosse stata la Russia, che, oltre a incassare enormi quantitativi annui in valuta pregiata dalla vendita del gas, aveva in parte preponderante finanziato (assieme alla Germania) la loro posa, equivale a sostenere l’assurdo; mentre sarebbe stato più proficuo chiedersi cui prodest? [VEDI] Chi ne ha tratto maggior giovamento, com’è subito apparso evidente, sono stati proprio gli USA, con l’indebolimento industriale, soprattutto di Germania e Italia (i due grandi esportatori verso gli USA) e l’innesco di una inflazione galoppante.

L’Ucraina vedeva come il fumo negli occhi il transito di gas russo verso l’UE, visto come sostegno finanziario alla Russia. Dapprima tentò di sabotare una centrale del gasdotto che transitava attraverso il suo territorio; poi approfittò della scadenza quinquennale, a fine 2024, del contratto che prevedeva proprio questo transito; per cui, dal 1° gennaio 2025, non rinnovando il contratto, il gasdotto rimase inutilizzato [VEDI]
L’altro sospettato poteva essere l’Ucraina, che, tagliando le vene al massiccio flusso di gas verso l’UE, avrebbe parallelamente fatto mancare alla Russia i fondi per continuare l’offensiva contro di essa. Si poteva persino ipotizzare una combutta USA-Ucraina proprio con quell’obiettivo. Come si è venuto scoprendo nei 3 anni dopo il sabotaggio, l’idea di troncare i gasdotti Russia-UE era in effetti balenata al governo ucraino, ma era poi stata fatta cadere su pressioni della CIA.

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La posizione della CIA contraria al sabotaggio contrasta col la determinazione USA di chiudere “in qualche modo” il flusso di gas attraverso i North Stream, come Biden ebbe a dire, l’8 febbraio 2022, nella conferenza stampa seguita alla frettolosa convocazione a Washington del cancelliere Schulz. [VEDI] E nel settembre successivo, quanto desiderato si compie, ma per una via (almeno in parte) estemporanea.
In effetti, la magistratura tedesca aveva cominciato subito ad indagare sui possibili autori del disastro, e i sospetti erano caduti su alcuni ucraini, in particolare Serhii Kuznietsov, indicato come la mente dell’operazione. Tanto che, lo scorso 22 agosto, l’uomo viene arrestato a Rimini, e poi estradato in Germania. [VEDI e VEDI]
Il giallo sembra concludersi con gli assassini più sospettabili: uno virtuale (USA) ed uno effettivo (Ucraina). Ciò che invece non torna è l’atteggiamento tenuto nei 3 anni successivi al sabotaggio da parte dei due maggiori danneggiati: Germania e Italia. Entrambe si sono comportate in maniera totalmente contraria alla logica. Anziché seguire la pista del dubbio, dando almeno credito alle ricerche dei magistrati tedeschi, si sono rassegnate al disastro, che pure le affossava industrialmente ed economicamente, accodandosi alle posizioni filo-ucraine di Bruxelles, comminando piogge di sanzioni alla Russia, improvvisamente bollata come “il nemico”, ribaltandone la posizione di garante della loro stessa prosperità economica. Senza tenere minimamente in conto i motivi alla base dell’invasione russa dell’Ucraina, soprattutto il mancato rispetto di pattuizioni che vietavano alla Nato di espandersi verso Est. Adesso, non sapendo a che santo votarsi per risollevare un’economia in sofferenza per lo spropositato aumento delle materie prime, si sono scoperte bellicose, convertendo fabbriche meccaniche in affanno nella produzione di armi.

La fabbrica tedesca di armi Rheinmetall ha visto triplicare la sua quotazione in Borsa dalla seconda elezione di Trump. Italia e Germania puntano a questo settore di mercato anche mediante sostegni alla riconversione bellica di stabilimenti automobilistici in crisi per il marcato calo della domanda. [VEDI] Una domanda che cala per i redditi al palo e i costi proibitivi delle auto nuove. Soldi che potrebbero invece andare ad alleviare i problemi di vita quotidiana dei cittadini, spodestando l’auto dal piedistallo d’avorio su cui oggi posa
Se la Russia era, oltre che geograficamente, parte dell’Europa, l’averla trattata da reietta non ha fatto che sospingerla nel novero di quel mondo che si sta consolidando in opposizione proprio all’Europa e all’Occidente. Un vero capolavoro di strategia di quanti sono ai vertici del potere, a cominciare dai soloni di Bruxelles: pur essendo venuti a conoscenza che l’origine della loro disgrazia parte dall’Ucraina, stanno dissanguando l’Europa con l’inviare soldi e armi proprio all’Ucraina. L’altro reietto, oltre a Putin, è l’ungherese Orbàn, colpevole di dichiarare la follia europea e di continuare a rifornirsi di petrolio russo attraverso il gasdotto rimasto intatto. Lo scomodo Orbàn, all’Assemblea Generale ONU ha ammonito che la guerra in Ucraina, protratta all’infinito per volontà dell’Europa, la porterà alla bancarotta.

Mentre Putin, nell’incontro in Alaska con Trump e allo SCO di Tianjin, esce dallo stato di isolamento in cui l’Occidente lo aveva relegato dopo l’invasione dell’Ucraina, Orbàn continua la sua battaglia in solitario nell’UE, pagando però un prezzo enorme per le sue posizioni autonomiste e anti-immigratorie: € 1 milione al giorno. Orban paragona l’UE all’URSS: “Come combattemmo l’URSS nel 1956, così oggi ci opponiamo al dirigismo burocratico di Bruxelles” [VEDI]
Molto sfumata, invece, la posizione degli USA che, non essendo riusciti a portare al tavolo dei negoziati i due contendenti, sembrano molto più disinteressati al conflitto ucraino: dopotutto, l’obiettivo di sganciamento della Russia dall’Europa è riuscito brillantemente.
Se Bruxelles e i governi che gli si accodano mentono spudoratamente sulle nostre capacità di infliggere alla Russia l’agognata sconfitta, non è da meno il capo della Casa Bianca che, sempre all’ONU, ha infilato una serie di smargiassate sulla reale situazione socio-economica degli USA, definendoli in perfetta salute; mentre la realtà è ben diversa.

Se Putin viene dipinto come un nostalgico dell’impero zarista-sovietico, Trump parla dal pulpito dell’Assemblea Generale ONU come l’imperatore dell’intero pianeta. E ha verniciato la malridotta realtà americana di titoli altisonanti, demolendo per contrappasso la stessa ONU. L’unico punto sul quale è stato sommerso di critiche unisone -la rilevanza delle attività umane sul clima- non mi trova concorde nel sottoscriverle, preferendo astenermi su un tema di cui non conosco i dati oggettivi, e che viene negato anche da autorevoli scienziati.
Basta fare un semplice raffronto dollaro-euro, che da quasi la parità è sceso di circa il 18%, per rendersi conto che il dollaro stenta a mantenere lo scettro di moneta più sicura al mondo, quella a cui tutti, investitori e banche centrali, si rivolgevano in cerca di affidabilità e stabilità. Il meccanismo su cui gli USA si sono retti, soprattutto dopo lo sganciamento del dollaro dall’oro del 1971, facendo nel contempo signoraggio interno ed esterno ad ogni asta dei suoi titoli del Tesoro, affollate sia da americani che da stranieri, si è progressivamente inceppato: i dollari non sono più appetibili. Con ciò smentendo le roboanti affermazioni di Trump: il Paese ha accumulato un debito gigantesco, e si trova costretto ad alzare i tassi per vincere la riluttanza dei compratori.

Un impietoso orologio della disastrata situazione finanziaria USA, col debito nazionale oltre $ 37,5 trilioni e in inarrestabile crescita per la progressiva ritirata dei grandi finanziatori esteri, con tassi crescenti per contrastare la loro perdita di fiducia nel dollaro e nella solvibilità americana. Alla weaponization (l’uso del dollaro come arma economica) si contrappone oggi la de-dollarization, la sua riduzione a svalutata fiat money da parte del c. d. Sud del mondo
Ciò che maggiormente preoccupa il governo è la crescente ritirata dei grandi finanziatori esteri del suo debito pubblico: cinesi e giapponesi. E i motivi del disimpegno non sono solo economici, ma anche geopolitici. L’abuso inveterato di comminare sanzioni a qualunque nazione, culminato nella confisca dei fondi russi depositati in banche occidentali, è servito di lezione a quanti hanno una cospicua parte dei loro fondi fuori confini, e quindi esposti a pericoli simili. Mettiamoci nei panni dei cinesi: hanno oltre $ 700 miliardi in treasuries. E, visto il deteriorarsi dei rapporti con gli USA, è naturale che temano di vederli sfumare da un giorno all’altro. Se potessero, li venderebbero tutti in un sol giorno: ma ne deprimerebbero drasticamente il valore. È imprudente affidare eccessivi beni a mani straniere: anche l’Italia ha buona parte delle sue riserve d’oro proprio negli USA e li sta chiedendo indietro da anni. Finora invano.

Le riserve mondiali, qui aggiornate al 1° trimestre 2025 (fonte FMI), erano costituite in massima parte da oro, a partire dal dopoguerra sino agli anni ’80, per poi cedere il passo soprattutto al dollaro. Dal decennio in corso è in atto un capovolgimento, con l’oro (e l’euro) che sta ritracciando le posizioni di un tempo, ridimensionando il dollaro a mera valuta fiat, il suo valore venendo fissato esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta, come qualsiasi altra
Così, gli investitori di ieri non solo non comprano più treasuries, ma ne vendono trance sempre maggiori: le ultime, dalla Cina, di ben $ 25 miliardi al mese, subito convertiti in asset più tranquilli, soprattutto oro, che non dipende da nessuno, avendo un valore intrinseco, ma, per diversificare, anche euro, sterline e franchi svizzeri, di cui si temono molto meno eventuali confische (sull’euro avrei qualche dubbio, vista la crociate anti-russa; e idem sulla sterlina, vista la “cuginanza” secolare tra USA e UK).
Marco Giacinto Pellifroni 28 settembre 2025